22 Maggio 2022

Dall’Arbëria italiana ai Balcani: un viaggio musicale fra le sponde dell’Adriatico

Un coro per riscoprire musiche dimenticate

Sabato 13 Novembre si è tenuto il concerto del Coro Consonanze, a Casalecchio di Reno (BO), presso la Casa della Conoscenza, centro polifunzionale che accoglie una biblioteca, un teatro e vari locali per mostre e seminari. Il concerto è stato un’occasione per il coro di farsi conoscere e proporre a chiunque abbia il desiderio di cantare, di recarsi alle prove che si tengono tutti i giovedì sera, ormai dal 2012. Il coro è infatti amatoriale, non prevede una selezione e con un volantino scritto in tante lingue, invita ad unirsi: “Vieni anche tu a scoprire la ricchezza culturale dei canti popolari del mondo.” L’intento di fondo è l’inclusione sociale attraverso la musica, nonostante negli ultimi anni, il numero di persone di altra nazionalità si sia ridotto, anche in conseguenza della diminuzione dei flussi migratori verso l’Italia.

Arrangiamenti di registrazioni sul campo 

Il repertorio spazia fra le tradizioni musicali delle due sponde del Mar Adriatico: canti slavi, arbëresh o in dialetti italiani vengono ricercati fra le registrazioni sul campo degli etnomusicologi. Tali brani sono poi arrangiati dal maestro Maurizio Mancini, di formazione classica e molto attratto dai canti delle minoranze diasporiche, forse anche perché egli stesso è originario di un paese dell’Arbëria italiana. Come egli stesso afferma durante il concerto, laddove le tradizioni musicali degli Stati Uniti, nel Novecento, si sono man mano arricchite e trasformate attraverso la fruizione attiva, per cui ad esempio il blues si è evoluto in rock o in jazz, le musiche del Mediterraneo sono invece state dimenticate e si sono cristallizzato, senza subire alterazioni. Come per il “genocidio” linguistico di pasoliniana memoria, il maestro lamenta la perdita di ricchezza nell’espressività canora tradizionale della nostra area geografica. E’ pur vero che l’evoluzione dei linguaggi musicali è uno specchio storico delle trasformazioni sociali in atto, cosicché se i canti di lavoro non si cantano più, è perché sono cambiati sia il lavoro che le classi lavoratrici, per non parlare dei mutamenti nella trasmissione del sapere musicale. Tuttavia la vivificazione di questi canti attraverso la polifonia, negli arrangiamenti di Mancini e nelle voci del coro, generano rapimento negli spettatori e interesse anche per le narrazioni che inquadrano storicamente e geograficamente i brani.

Ninna nanna come denuncia: “Fa la nana” di Monghidoro

Molto toccante la riproposta di “Fa la nana”, canto registrato nel 1979 a Monghidoro in provincia di Bologna, dal ricercatore Giorgio Vacchi che è anche l’autore dell’arrangiamento proposto dal Coro Consonanze. La ninna nanna è molto commovente ed è stata resa famosa dal film del 2009, L’uomo che verrà di Giorgio Dritti, sulla strage di Marzabotto. “Fa la nana” è infatti cantata da una bambina al suo fratellino salvato dall’eccidio nazista. Come spiega il maestro Mancini, spesso le ninne nanne nella cultura contadina erano l’unico momento di sfogo delle donne e in questo canto c’è un climax verso il finale in cui la mamma che addormenta la bimba esplode, consigliandole di non sposarsi mai: “se ti mariti non hai più ben”, alludendo alle fatiche del lavoro domestico.