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La lotta di Mario per ottenere il suicidio assistito

Mario, nome di fantasia, è un quarantatreenne ex camionista di un paesino marchigiano che da undici anni circa è un...

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Mario, nome di fantasia, è un quarantatreenne ex camionista di un paesino marchigiano che da undici anni circa è un tetraplegico che soffre di gravi patologie a causa di un incidente stradale avvenuto nel 2010, che gli ha causato la frattura della colonna vertebrale e la lesione del midollo spinale. Il paziente ha chiesto più di un anno fa all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute in modo da poter porre fine alle sue sofferenze.  

 

Un percorso difficile

Dopo il no dell’azienda sanitaria delle Marche, una prima e una seconda decisione definitiva del tribunale di Ancona, ben due diffide legali da parte dell’Asur Marche, è finalmente arrivato il parere del Comitato etico della regione, secondo il quale Mario possiede i requisiti per poter accedere al cosiddetto suicidio assistito. I quattro parametri secondo i quali Mario può avvalersi della “dolce morte” sono: l’essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale; l’irreversibilità della malattia, fonte di grandi sofferenze fisiche e psicologiche, giudicate insostenibili; il rifiuto di farsi somministrare farmaci per la sedazione profonda e il dolore; la capacità di poter effettuare scelte libere e consapevoli.  

 

Una vita che è diventata sopravvivenza

Mario è spesso costretto a farsi legare sul letto, per evitare di cadere a causa delle contrazioni del suo corpo e per mangiare, bere, lavarsi i denti, vestirsi, farsi la barba, lavarsi e qualsiasi altra azione più comune della vita quotidiana, necessita dell’aiuto costante da parte di qualcuno. È da più di dieci anni, dal giorno del tragico incidente, che l’uomo ha perso totalmente la sensibilità di ogni parte del suo corpo dal collo alle dita dei piedi e, nonostante abbia provato la riabilitazione in tantissimi centri per ottenere un po’ di autonomia, le sue condizioni non sono mai migliorate. Anziché decidere di partire per una clinica svizzera, come tanti nelle sue condizioni scelgono di fare, Mario ha voluto porre la sua fiducia nella decisione della Consulta che gli ha riconosciuto il diritto di poter accedere al suicidio assistito. Marco Cappato, dell’Associazione Coscioni, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 242 del 2019 su caso di Dj Fabo, ha lottato in prima linea affinché nel rispetto delle condizioni indicate dalla Consulta, si potesse estendere in Italia il suicidio assistito anche a Mario.  

 

Le opinioni della politica

Si tratta di una tematica spinosa. La legge sull’eutanasia giace da anni nel dimenticatoio, di certo non per mancanza di tempo, ma per volontà. In Italia ci sono ben due sentenze della Corte a favore del suicidio assistito, ma non esiste nessuna legge che tuteli il diritto di scelta di pazienti condannati ad una vita di torture.  Emma Bonino, Senatrice di Più Europa, sottolinea quanto sia urgente prendere una decisione in merito a questa situazione, visto anche il raggiungimento di più di 700mila firme in cartaceo, una cifra enorme secondo la Senatrice, da parte dei cittadini per la richiesta di un Referendum su questa tematica.  

 

La condanna del Vaticano

Il via libera al suicidio assistito di Mario ha scatenato la reazione negativa da parte del Vaticano. La Pontificia Accademia per la Vita sostiene che la materia delle decisioni riguardo al porre fine alle vite umane costituisce un terreno delicato e controverso e si chiede se non siano altre le strade da percorrere per una comunità che si rende responsabile della vita di tutti i suoi membri, vedendo una percorso più convincente nelle cure palliative. Perché ogni vita, secondo il Vaticano, ha valore anche per gli altri e, indipendentemente da come essa venga vissuta, va quindi difesa fino alla fine.  

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