22 Maggio 2022

Balcani: cronache dal vecchio (in)continente

La questione balcanica è stata tra i temi discussi, sia a Riga dai ministri degli Esteri dei paesi dell’Alleanza atlantica, sia a Mosca, dall’esponente serbo della presidenza tripartita della Bosnia ed Erzegovina e dal presidente russo Vladimir Putin; il quadro generale tende alla complicazione progressiva, di pari passo con l’acuirsi degli attriti geopolitici tra le tre potenze mondiali, Stati Uniti, Russia e, più indirettamente, Cina; come negli anni ‘90 del secolo scorso, i Balcani pagano il fio del vuoto geopolitico lasciato dall’Europa

Il nuovo concetto strategico… con radici nella guerra fredda

Dal 30 novembre al 1 dicembre, i ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (NATO) si sono incontrati a Riga per avviare l’elaborazione del nuovo Concetto strategico, un documento che dovrà essere adottato al prossimo vertice di Madrid, nel giugno 2022, e per discutere di questioni geopolitiche cogenti, come l’integrità territoriale di Ucraina e Georgia, la sicurezza nel Mar Nero, la situazione in Afghanistan e la stabilità nei Balcani occidentali. Quanto al primo punto, durante una conferenza diplomatica pubblica, il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ne ha delineato i cinque pilastri: proteggere i nostri valori, potenziare la nostra capacità militare, rafforzare le nostre società, assumere una prospettiva globale e fare della NATO il legame istituzionale tra Europa e America settentrionale. Elementi che, secondo l’approccio dell’attuale amministrazione democratica (simile, nella sostanza, a quello dell’amministrazione Clinton, negli anni ‘90 del secolo scorso), strutturano la linea da seguire nelle relazioni con chi intende insidiare lo statuto di superpotenza globale di Washington. Infatti, il 28 novembre, nel corso di una visita congiunta in Lituania e in Lettonia, Stoltenberg e la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno espresso solidarietà alle repubbliche baltiche, cui hanno promesso impegno nel settore della difesa: alla Lituania, la cui frontiera con la Bielorussia è stata teatro di qualche episodio di tensione con i migranti; e alla Lettonia, che confina direttamente con la Russia. Ma soprattutto, Stoltenberg e von der Leyen hanno sottolineato la necessità di intensificare la cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico.

Manovre antirusse

I cinque fondamenti del concetto strategico, elencati da Stoltenberg, rappresentano dunque l’essenza di ciò che la NATO, quindi gli USA, vorrebbero che l’Unione Europea facesse nei riguardi della Russia, non solo per contenerne l’espansione (atteggiamento che caratterizza piuttosto il rapporto con la Cina), ma anche per eroderne l’area di profondità strategica. In primo luogo in Europa orientale, grazie alla fedeltà atlantista delle repubbliche baltiche e della Polonia, emersa in occasioni quali il conflitto in Ucraina (scoppiato nel 2014) o le recenti vicende migratorie che hanno coinvolto la Bielorussia. In secondo luogo, nella regione che va dal Mar Nero al Caucaso, dove, oltre a USA e Russia si trova coinvolta una potenza regionale, la Turchia, che non sempre è stata per Washington e per altri paesi NATO, come la Francia, un alleato facile. In particolare da quando il presidente Recep Tayyip Erdoğan, da circa un decennio, ha optato per un neo-ottomanesimo aggressivo, al contempo islamico (come dimostra il sostegno di Ankara a movimenti che si ispirano all’islam politico, dai Fratelli Musulmani a gruppi jihadisti nei teatri di conflitto mediorientale) e panturanico (come si evince dai continui riferimenti ai profondi legami storici, politici e culturali con le popolazioni turcofone dell’Asia centrale). A tal fine, il presidente turco intende contare, oltre che sull’influsso culturale sulle popolazioni musulmane non arabe, sull’aumento delle capacità difensive e offensive della Marina militare, come prevede la dottrina della patria blu, concepita nel 2006 dall’ammiraglio Cem Gurdeniz.

Bosnia: terra di nessuno

La terza regione calda nominata da Stoltenber sono i Balcani occidentali, con particolare riferimento a due aree: la Bosnia ed Erzegovina e il Kosovo. La prima, controllata da un’entità statale creata a seguito degli accordi di Dayton del 1995, assiste, da circa un anno, a una recrudescenza delle ostilità tra le due componenti, quella croato-bosniaca, e quella serbo-bosniaca, rappresentata dalla Repubblica serba di Bosnia (Republika srpska). La presidenza della Repubblica è tripartita, in quanto retta da un bosgnacco, da un croato e da un serbo, che, dal 2018, sono rispettivamente Šefik Džaferović, Željko Komšić e Milorad Dodik. Gli allarmi delle cancellerie occidentali sono legati soprattutto alla retorica nazionalista di quest’ultimo (che ultimamente ha espresso la volontà di dotare la Repubblica serba di Bosnia di istituzioni indipendenti), nonché dai suoi legami con la Russia. Dodik, infatti, mentre a Riga era in corso l’incontro dei ministri degli Esteri dei paesi NATO, si è recato a Mosca, dove ha incassato con soddisfazione il sostegno del presidente russo Vladimir Putin. Allo stesso tempo, conta sul sostegno economico della Cina, che assieme alla Russia dovrebbe impedire l’isolamento della piccola entità serbo-bosniaca. A complicare il quadro, la Turchia ha tentato di proporsi come mediatrice, incontrando separatamente Bakir Izetbegović, presidente del Partito di azione democratica di Bosnia, e lo stesso Dodik. Peraltro, a parte le accuse di Washington a Mosca di fomentare strumentalmente il nazionalismo serbo, le tensioni interne alla Bosnia, che hanno colpito tutti i Balcani occidentali, si erano già riaccese lo scorso aprile, quando in Slovenia sono trapelate indiscrezioni su piani diplomatici segreti per ridisegnare i confini della regione, soprattutto mediante lo smembramento del territorio bosniaco, da suddividersi tra Croazia e Serbia, e l’unificazione tra Kosovo e Albania.

Il nodo kosovaro

Il tema dell’unione delle comunità albanesi dei Balcani, che, Albania a parte, vivono disperse tra Kosovo (la cui indipendenza non è riconosciuta neppure da tutti i membri dell’UE), Montenegro, Macedonia del Nord e Grecia, fa capolino di tanto in tanto nei discorsi degli esponenti politici nazionalisti, soprattutto in Kosovo e in Albania. Nondimeno, finora hanno prevalso le ragioni di chi sostiene che l’eventuale unificazione di queste due entità politiche rischierebbe di destabilizzare la società albanese, aumentando il peso della cultura islamica, maggiormente radicata in Kosovo e vista con diffidenza da laici e ortodossi (questi ultimi rappresentano all’incirca il 40% della popolazione) albanesi. Sulla scena politica kosovare, inoltre, nel 2017, si è affermato il movimento nazionalista di sinistra chiamato Autonomia (Vetëvendosje), guidato da Albin Kurti, che finora si è opposto ai tentativi del presidente del Consiglio albanese, il socialista Edi Rama, di creare una sorta di spazio Schengen nei Balcani occidentali, indipendentemente dei variegati processi di adesione all’UE in cui sono implicati i vari paesi. La differenza di prospettive è riemersa lo scorso 26 novembre, nel corso del loro settimo incontro bilaterale a Elbasan, in Albania. Kurti, infatti, ha evidenziato il ritardo nell’attuazione dei precedenti accordi, in particolare sul nuovo regime doganale. A tal proposito, Rama ha assicurato il suo impegno per accelerare tutti i processi necessari a trasformare il confine in una formalità, non in un muro. Altri accordi sono stati quindi firmati, tra i quali spiccano quello sulle infrastrutture (costruzione della ferrovia Durazzo-Prishtina), quelli sulla libera circolazione dei residenti delle zone di confine e sullo snellimento delle procedure doganali, l’intesa sul riconoscimento reciproco dei titoli di studio e sulla possibilità, per tutte le comunità di lingua albanese, di adottare gli stessi testi scolastici in uso in Albania e l’accordo sulla tutela dei minori. Ciononostante, resta la profonda divisione tra Rama e Kurti sul progetto di cooperazione Balcani aperti, cui hanno aderito Albania, Serbia e Macedonia del Nord, e che dovrebbe condurre, nel 2023, all’istituzione di un mercato comune e di uno spazio di libera circolazione delle persone. Secondo Kurti, si tratta di un piano basato sulla corruzione e contrario ai valori della democrazia europea, ma la vera ragione della sua ostilità è la presenza della Serbia, governata dal presidente nazionalista Aleksandar Vučić.

Chi di indipendenza ferisce…

Di fronte a una climax di attriti geopolitici, mentre gli Stati Uniti definiscono la propria sfera di influenza da un lato nel Pacifico, da contrapporre alla Cina, dall’altro in Asia centrale e in Europa, da contrapporre alla Russia, il vecchio continente sembra avviarsi a perdere una nuova occasione per elaborare una propria visione strategica delle relazioni internazionali, autonoma rispetto a quella delle grandi potenze, perché in grado di presentarsi con un peso geopolitico di rilievo. Pressata attualmente anche attraverso paesi che strumentalizzano i flussi migratori per erodere (o intimidire) un qualche satellite degli USA, senza neppure l’intenzione di cercare una posizione comune che sostenga il multilateralismo e il dialogo, l’Europa (l’UE, ma anche ciascuno Stato membro) appare piuttosto come un ripetitore del concetto strategico dettato da Washington, che è (ancora) in grado di plasmarla a suo piacimento. Per questo Bruxelles non salvò i Balcani dai massacri degli anni ‘90 e probabilmente non li salverà neppure questa volta, ammesso che ce ne sia l’esigenza. Perché, ql pari del il cucchiaio di Matrix, l’Europa non esiste.