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Vienna: accordi e secessioni

Sembra essersi conclusa con un sostanziale successo la prima giornata di dialogo con l’Iran sul suo programma nucleare e sull’abolizione...

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Sembra essersi conclusa con un sostanziale successo la prima giornata di dialogo con l’Iran sul suo programma nucleare e sull’abolizione delle sanzioni imposte dalle ultime due amministrazioni USA; nonostante l’ostinazione di Washington sul mantenimento delle sanzioni, le pressioni israeliane e la diffidenza del governo britannico, l’impegno diplomatico delle cancellerie europee ha portato avanti la via del confronto, che sembra aprire spiragli di distensione

Primo giorno: un clima di sostanziale soddisfazione

Un cauto ottimismo è stato espresso dal segretario generale del servizio di Azione estera dell’Ue, Enrique Mora, a Vienna, dopo la prima giornata di negoziati sul nucleare iraniano, ripresi il 29 novembre dopo cinque mesi di silenzio, seguiti all’elezione alla Presidenza della Repubblica islamica del conservatore Ebrahim Raisi. I colloqui, infatti, erano stati riavviati lo scorso 6 aprile, nel tentativo di ricucire la frattura provocata dall’ex presidente statunitense Donald Trump, che nel 2018 si ritirò unilateralmente dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA). Ne era seguito il rifiuto da parte di Tehran di un negoziato diretto con Washington, in particolare da quando l’amministrazione del presidente Joe Biden aveva imposto altre sanzioni, non mostrando segni di discontinuità rispetto alla linea trumpiana della massima pressione sull’Iran. Nondimeno, dopo il primo giorno di colloqui tra Iran, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia e Unione Europea, le tensioni sembrano diminuire, circostanza che spiega la soddisfazione del Segretario generale del servizio di Azione estera dell’Ue, Enrique Mora, che ha espresso soddisfazione per l’accettazione formale da parte di Tehran di una ripresa dei negoziati dal punto in cui si erano interrotti a giugno, senza dover riprendere i lavori dall’inizio. C’era un sentimento di urgenza di porre fine alle sanzioni e alle sofferenze del popolo iraniano, ha aggiunto, precisando che la folta delegazione iraniana (trenta membri), guidata da Ali Bagheri Kani, ha riconosciuto il lavoro svolto nelle precedenti sei tornate di negoziati e il fatto che ci impegneremo a portare avanti questo lavoro. Soddisfatto anche l’inviato russo Mikhail Ulyanov, che in un tweet ha confermato che la settima tornata di negoziati è iniziata con successo.

Diffidenza di Washington

Infatti, dopo una domenica di colloqui bilaterali con i negoziatori europei, e dopo la prima giornata di colloqui, l’Iran ha accettato formalmente il piano di dialogo previsto per i due giorni successivi. Di questi, il secondo, il 30 novembre, è dedicato alla discussione sulla rimozione delle sanzioni legate allo sviluppo del programma nucleare iraniano (ricostituzione delle scorte di uranio, installazione di centrifughe avanzate per accelerarne la produzione e l’arricchimento, divieto di accesso degli osservatori dell’Organizzazione delle nazioni unite – ONU); il terzo, infine, sarà consacrato alla ricerca di un accordo sui passi che la Repubblica islamica dovrà compiere per tornare all’interno dei termini del JCPOA. Un programma accolto con ottimismo da Bagheri, che ha sottolineato l’impegno iraniano per raggiungere un accordo corretto, che salvaguardi i legittimi interessi di Tehran. Nondimeno, il capo della delegazione iraniana ha commentato che finché è in atto la campagna di massima pressione degli USA, riportare in vita il JCPOA non è altro che parlare a sproposito. Il riferimento è alla necessità di rimuovere le sanzioni, in merito alle quali, ha spiegato Bagheri, Tehran si attende inoltre la promessa di Washington di non imporle in futuro. Dal canto suo, l’inviato statunitense ai colloqui, Robert Malley, assente in questa settima tornata, il 22 novembre aveva confermato la posizione di Washington, che sul programma nucleare iraniano accorda preferenza alla diplomazia, ma ha altre opzioni. Le stesse parole rivolte in agosto, al Primo ministro israeliano Naftali Bennet da Biden, che, durante un incontro alla Casa Bianca, aveva altresì dichiarato l’impegno irremovibile degli USA nella salvaguardia della sicurezza israeliana.

Pechino preme per la via diplomatica

Il governo britannico, da parte sua, mentre il suo inviato discuteva a Vienna, ha ricevuto lunedì il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, secondo il quale Tehran ha accettato di riprendere la via del dialogo solo per rimuovere le sanzioni, meditando intanto di portare avanti in segreto il proprio programma nucleare. Solo un inasprimento delle sanzioni, ha commentato Lapid, potrebbe frenare le ambizioni nucleari iraniane, assieme a una supervisione più severa e a negoziati condotti (dagli USA) da una posizione di forza. Analoga la posizione del segretario di Stato britannico agli Esteri e al Commonwealth Liz Truss, secondo la quale Tehran ha accettato di prendere parte ai colloqui solo per una ragione, ottenere la rimozione delle sanzioni, perché ha bisogno di denaro per la sua rete terroristica globale e per la sua continua corsa verso l’arma nucleare. Secondo lei, pertanto, la Repubblica islamica finirà per deludere la comunità internazionale, portando avanti di nascosto il programma nucleare. Sul fronte opposto, spicca la linea della Cina, che si oppone da sempre alle sanzioni imposte dagli USA, ritenendo che questo genere di misure non facciano che aggravare la situazione. Peraltro, nonostante le sanzioni, diversi paesi acquistano petrolio iraniano: Turchia, India e soprattutto Cina, che dal 2009 è il principale partner commerciale di Tehran, con cui lo scorso 27 marzo ha siglato un accordo denominato documento del programma di cooperazione globale. Un accordo di partenariato strategico della durata di 25 anni, che prevede un potenziamento della cooperazione nei settori chiave dell’economia iraniana, come energia e infrastrutture, e in quello della difesa. Un avvicinamento pericoloso per la strategia di contenimento della Cina per terra e per mare, adottato da Washington.

Quale ruolo per Ankara?

Situato tra Mar Caspio, Caucaso e Medio Oriente, ai confini con Iraq e Afghanistan, l’Iran ha una notevole importanza per la profondità strategica, tanto delle potenze mondiali, come la Cina, la Russia e gli Stati Uniti, quanto di quelle regionali, come la Turchia. Durante la visita ufficiale a Tehran del ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, lo scorso 14 novembre, il suo omologo iraniano Hossein Amir-Abdollahian ha dichiarato che i due paesi porteranno avanti colloqui diplomatici di alto livello per definire un piano di cooperazione a lungo termine. Un incontro amichevole e sincero, secondo Amir-Abdollahian, durante il quale Çavuşoğlu ha criticato il regime di sanzioni imposto a Tehran, sostenendo la necessità di dispensare tutti gli sforzi possibili per la ripresa dei negoziati. Spesso utilizzata dagli USA nel dominio strategico dell’Asia centrale, la rivalità turco-persiana sembra allentarsi progressivamente, malgrado le frizioni nei teatri di conflitto iracheno e siriano e il parallelo impegno di Ankara (annunciato ultimamente dal presidente Recep Tayyip Erdoğan) a distendere le relazioni con Israele ed Egitto. E non è del tutto improbabile che l’esclusione dalla lista degli invitati al Vertice per le democrazie, sia anche un invito da parte di Washington alla Turchia affinché torni l’alleato fedele che era sul finire del XX secolo.

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