25 Maggio 2022

Russia, Stati Uniti, Cina: l’impero è tirannide!

Come Taiwan e la regione del Xinjiang sono per gli Stati Uniti tra i principali strumenti di pressione geopolitica sulla Cina, così l’Ucraina, e, più in generale, quella fascia che si estende tra Europa orientale e Balcani sono i maggiori punti di attrito con la Russia; Ankara si propone come mediatore, mentre Washington cerca di rappresentare la competizione attuale tra potenze come uno scontro di civiltà politica, tra democrazia e autoritarismo, e in vista del vertice per la democrazia cerca di (ri)definirne i ruoli

Allarme russo (?)

Lo scorso venerdì, l’agenzia di stampa russa RIA Novosti ha riferito l’annuncio, da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, di un tentativo di colpo di Stato sventato dalle autorità di Kiev. In conferenza stampa, Zelensky ha spiegato di aver avuto informazioni su un golpe che avrebbe dovuto essere attuato tra 1 e 2 dicembre, ordito dalla Russia con il coinvolgimento dell’uomo d’affari ucraino Rinat Akhmetov, considerato un oppositore del presidente. Immediate le smentite, sia di Akhmetov, sia del Cremlino, ma ai ripetuti riferimenti di Zelensky al pericolo di un’aggressione russa imminente e alla necessità di prepararsi a una tale evenienza sembrano fare eco ad analoghi sospetti degli apparati di intelligence statunitensi, riportati giovedì scorso dall’agenzia USA Bloomberg, che i preparativi di una campagna militare russa in Ucraina si estendano fino alla Kamchatka, dove sarebbe schierato un contingente nell’eventualità di una guerra globale. Secondo Bloomberg, inoltre, Washington avrebbe condiviso con altri paesi (non meglio specificati) dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (NATO) le informazioni, raccolte in Ucraina, sul cambiamento di disposizione delle truppe russe, anche se le intenzioni di Putin restano sconosciute. In realtà, già l’11 novembre il Segretario di Stato USA Antony Blinken e aveva affermato di monitorare attentamente i movimenti di truppe, dichiarandosi preoccupato dalle notizie di un’attività militare insolita vicino all’Ucraina da parte della Russia. Blinken aveva poi detto che Washington avrebbe continuato a consultarsi da vicino con alleati e partner.

Qualche giorno prima, l’intelligence ucraina aveva detto che Mosca continuava i suoi preparativi bellici vicino al confine, posizionandovi circa 92.000 soldati, preoccupazioni nuovamente espresse, al sito di informazione Military Times, il 20 novembre dal generale Kyrylo Budanov, secondo il quale la Russia avrebbe pianificato di sferrare un attacco all’Ucraina tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2021. Ne era seguita la richiesta alla Russia, da parte del Pentagono, di maggior trasparenza nei confronti della comunità internazionale sulle sue intenzioni e sulle sue azioni nella regione. Un quadro cui si è aggiunto, venerdì scorso, il monito indiretto al Cremlino del Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, il quale ha espressamente detto che un eventuale intervento militare russo in territorio ucraino avrebbe un costo. Dal canto suo, Mosca ha negato di avere intenzione di aggredire altri paesi, sottolineando che i movimenti di truppe avvengono all’interno del suo territorio, quindi sono una questione interna alla Russia. Al contrario, il 22 novembre, il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha lanciato un allarme sul recente potenziamento da parte di Kiev delle sue forze armate, con l’aiuto di armi sofisticate, ad alta tecnologia, fornite da paesi NATO come USA e Regno Unito. Da circa un anno, d’altronde, la Russia osserva un intensificarsi delle esercitazioni militari dell’Alleanza atlantica dai Balcani, all’Europa orientale, fino al Mar Nero. Per questa ragione, il 24 novembre Mosca ha avviato esercitazioni militari nel Mar Nero, in risposta alle esercitazioni ucraine al confine con la Bielorussia, con il pretesto che Minsk potrebbe spingere i migranti anche verso il confine con l’Ucraina.

La Turchia può contribuire all’accerchiamento della Russia e della Cina?

Dopo i negoziati di pace per la Siria e i tentativi di accordo con Mosca nel contesto del conflitto libico, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha manifestato ieri la speranza che la regione non diventi una regione dominata dalla guerra, e il desiderio che l’atteggiamento (delle parti in causa) su questo tema si evolva nella giusta direzione, sottolineando la possibilità di una mediazione. Di ritorno dalla sua visita di Stato in Turkmenistan, Erdoğan ha aggiunto che la Turchia avrà un ruolo nella soluzione, avviando colloqui sia con l’Ucraina, sia con la Russia. Che sia questa la risposta di Ankara al mancato invito da parte del presidente USA Joe Biden al Vertice (virtuale) per la democrazia, previsto per il 9 e il 10 dicembre? Una scelta che, probabilmente, intende mandare un segnale (dopo l’idillio turco-statunitense dell’era Trump) ad Ankara, le cui velleità imperiali hanno più volte messo in imbarazzo gli alleati della NATO, Albania, Grecia e Francia in primis. Un livello particolarmente alto di tensioni tra Ankara e Parigi, si era raggiunto nel giugno 2020, quando la fregata turca Oruçreis aveva attaccato la fregata francese Courbet, che, durante un pattugliamento del Mediterraneo sotto il comando NATO, aveva intercettato la nave cargo turca Cerkin sospetta di portare armi in Libia, in violazione dell’embargo.

Preoccupa, inoltre, la trasformazione, su proposta di Ankara, del Consiglio di cooperazione dei paesi turcofoni, fondato nel 2009, nell’ Organizzazione degli Stati turcofoni (OST), denominazione connotata in senso più politico e meno culturale, tanto che Erdoğan aveva auspicato che questo cambiamento storico non rimanesse limitato alla retorica, ma che si estendesse all’azione. Questo organismo conta come membri, oltre alla Turchia, l’ Azerbaijan, il Kazakhstan, il Kirghizistan e l’Uzbekistan, mentre Ungheria e Turkmenistan hanno per ora lo status di paesi osservatori. Un territorio esteso, che include la maggior parte dell’Asia centrale, strategicamente situato lungo la faglia che separa i sistemi di alleanze russo, cinese e statunitense. Essendo la Turchia membro NATO, l’idea di Erdoğan di dare maggior peso geopolitico alla OST potrebbe rappresentare un potenziale vantaggio per Washington, sia nei confronti della Russia, sia nei confronti della Cina. Soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni del presidente turco, che lunedì ha ricordato le sue dichiarazioni del 2013 sul XXI secolo come il secolo della Turchia, precisando che si riferiva, in generale, ai popoli turcofoni nel mondo. Senonché, i recenti avvicinamenti tattici di Ankara a Mosca (ferme restando le profonde divergenze strategiche) rendono la Turchia un alleato poco affidabile agli occhi di Washington.

Profondità strategiche

Diffidenze a parte, la Turchia è potenzialmente preziosa per gli USA perché da un lato potrebbe aumentare le pressioni sulla Cina attraverso la regione autonoma (e a maggioranza turcofona) del Xinjiang; dall’altro potrebbe restringere l’area di influenza russa in Asia centrale. Tuttavia, il 29 novembre, Erdoğan ha indicato nella proposta di costituire una piattaforma comune di dialogo tra Turchia, Azerbaijan, Russia, Iran, Armenia e Georgia, una via importante per stabilire una pace duratura nel Caucaso. Una posizione ambigua, che potrebbe rivelarsi non sempre di facile gestione per Washington, in una fase delicata, nella quale (a partire dall’insediamento di Biden alla Casa Bianca) si moltiplicano i segnali incrociati tra Russia, Cina e USA: nessuna delle tre grandi potenze vuole né uno scontro aperto, né un conflitto armato, ma Mosca e Pechino accusano entrambe Washington di voler ripiombare il mondo in un clima di guerra fredda, rappresentando le rivalità strategiche come un conflitto ideologico. Una narrazione simile, dunque, a quella imperniata sullo scontro di civiltà, che si impose all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 sul suolo americano. Se nel passato decennio, il presidente USA George W. Bush annoverò i nemici di Washington in un presunto asse del male, oggi Biden riprende una partizione cara a al suo predecessore democratico Bill Clinton, tra Stati democratici e regimi autoritari.

In nome di tale dualismo, l’attuale amministrazione USA ha stilato la lista dei 110 invitati al prossimo Vertice per la democrazia. Vi figurano tutti i paesi dell’Unione Europea, tranne l’Ungheria, che nella regione orientale è lo Stato meno ostile alla Russia, soprattutto rispetto agli Stati baltici e alla Polonia, apertamente schierate con Washington anche sulla questione ucraina. Sulla sponda Sud del Mediterraneo, nessun paese nordafricano è stato invitato, neppure l’Egitto (alleato di USA e Israele), il Marocco, o la Tunisia, mentre gli unici due invitati del Medio Oriente sono Israele e l’Iraq. In Asia orientale, spicca invece l’assenza del Vietnam, che (analogamente all’Ungheria nei confronti della Russia) non si è schierato apertamente con gli USA nello scontro con la Cina, pur essendo ad essi legato da importanti accordi di cooperazione. Tra gli invitati, al contrario, figurano paesi che con Pechino o con Mosca (o con entrambe) hanno stretto fondamentali legami economici e talvolta anche strategici: come il Pakistan (il cui avvicinamento alla Cina è andato di pari passo con l’acuirsi delle tensioni tra quest’ultima e l’India) e due paesi caucasici finora appartenenti allo spazio di proiezione russo, l’Armenia e la Georgia. Si ricordino, a tal proposito, i due conflitti russo-georgiani, il primo avvenuto negli anni ‘90 del secolo scorso, immediatamente dopo l’implosione dell’Unione Sovietica; il secondo verificatosi nel 2008, a seguito della dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo, immediatamente riconosciuta dagli USA. Un (altro) duro colpo alla profondità strategica russa. Nella lista dei partecipanti figura ovviamente Taiwan, spina nel fianco della potenza cinese.

Multilateralismo o barbarie

L’acuirsi delle tensioni geopolitiche avviene attualmente in un momento di delicata transizione industriale, fondata principalmente sullo sviluppo tecnologico vertiginoso, sulla digitalizzazione progressiva delle società e sulla transizione energetica. Questi tre processi implicano una domanda sempre più consistente di minerali rari, che, come osservava Deng Xiaoping (con la celebre frase “il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare”) offrono un indubbio vantaggio a Pechino, che ne ha il monopolio, sia sull’estrazione, sia sulla lavorazione. Difficile da digerire per gli USA, che non intendono restare a guardare mentre altre potenze insidiano il loro primato. Anche a costo di negare il multilateralismo, che della tanto decantata (quanto ormai svuotata di senso) democrazia è uno dei fondamenti.