6 Ottobre 2022

Libia: doppio bianco

Nessuna lista definitiva dalla commissione elettorale, mentre l’Alto Consiglio di Stato chiede il rinvio delle consultazioni; intanto, potenze mondiali e regionali scaldano i motori per un (nuovo) scontro per procura; per l’Europa si fa avanti l’alfiere francese, cui si accoda l’ambiguo pedone italiano

Richiesta di rinvio delle elezioni presidenziali

A circa tre settimane dal voto, l’Alto Consiglio di Stato libico (HCS) ha chiesto il rinvio delle elezioni presidenziali, a causa delle tensioni, della diffidenza tra le parti e delle ingerenze straniere. Queste le motivazioni espresse, in una conferenza stampa a Tripoli, dal vice-presidente Omar Boshah, nel giorno in cui si attendeva che la commissione elettorale pubblicasse le liste ufficiali dei candidati ammessi ed esclusi. Secondo Boshah, infatti, se i cittadini fossero chiamati alle urne per la data prevista, il 24 dicembre, i risultati non sarebbero accettati, ragion per cui sarebbe opportuno prendere tempo e organizzare le consultazioni per febbraio 2022, quando si terranno le elezioni amministrative. L’HCS propone altresì che le presidenziali si strutturino sotto forma di liste, ciascuna delle quali costituita da quattro nomi: il presidente del Consiglio presidenziale, i suoi due vice e un Primo ministro. Cautele dovute all’importanza di queste elezioni, da cui ci si attende la fine dell’instabilità cronica che affligge la Libia dall’intervento militare internazionale a guida franco-britannico-statunitense. Ufficialmente, perché ciò che uscirà dalle urne dovrà essere riconosciuto e accettato da tutte le forze politiche, militari e paramilitari libiche; in realtà, perché tanto sul campo di battaglia, quanto sullo scacchiere politico, paesi come la Libia sono teatri di scontro per procura tra potenze mondiali, come Stati Uniti e Russia, e regionali, come Turchia, Francia ed Egitto. Trame complesse, che si dipanano tra divergenze strategiche e intese tattiche, che influiscono sugli equilibri politici, sia direttamente (ad esempio, la Francia, la Russia e l’Egitto sostengono il maresciallo Khalifa Haftar), sia per via indiretta, favorendo l’estensione di territorio controllato dall’una o dall’altra parte. Discorso che vale soprattutto in relazione alla presenza massiccia di mercenari su fronti opposti, cui il mensile francese Le Monde Diplomatique ha dedicato ampio spazio nel numero di settembre 2020, definendo la Libia come il terreno di gioco russo-turco. Nondimeno, al contrario di quanto è avvenuto nel caso del conflitto siriano, nel quale Mosca e Ankara erano i due principali attori geopolitici interessati con un certo peso internazionale, in quello libico i fronti sono frastagliati e caratterizzati da una maggiore fluidità.

Un altro governo di discordia nazionale?

A seguito delle dimissioni dell’ex primo ministro a capo del Governo di accordo nazionale (GNA) e presidente del Consiglio presidenziale Fayez al-Sarraj, già annunciate, ma poi ripensate tra settembre e ottobre 2020, lo scorso marzo le redini istituzionali del paese sono passate nelle mani di due personalità che non sempre in questi mesi hanno mantenuto rapporti distesi: Abdel Hamid Dbeibah, che ne ha ereditato la carica di primo ministro, e Mohamed Menfi, nuovo presidente del Consiglio presidenziale, entrambi . Un esecutivo transitorio, quest’ultimo, uscito dal cilindro del dialogo intra-libico promosso dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), e incaricato di traghettare il paese verso le elezioni in un arco di tempo non superiore ai 18 mesi. Tuttavia, come accadde al precedente governo di accordo nazionale di al-Sarraj (nato nel quadro di un altro accordo, siglato a Shkirat, sempre sotto l’egida ONU), anche questo esecutivo si è da subito scontrato con la difficoltà di controllare de facto un territorio diviso tra fazioni armate, mercenari stranieri (attorno ai 20.000, secondo le stime) e militari rampanti, che non riconoscono facilmente le decisioni prese in sede ONU. Di conseguenza, nonostante il voto di fiducia del parlamento, il governo Dbeibah, costituito da due vice primi ministri, 26 ministri e 6 ministri di Stato, non è ancora riuscito a trovare un terreno comune per riunificare il paese e organizzare elezioni i cui risultati siano accettati come legittimi da tutte le forze politiche interne e internazionali. Anzi, ha rischiato di sgretolarsi a sua volta lo scorso luglio, quando i colloqui del Forum di dialogo politico si erano arenati, come aveva ammesso lo stesso Raisedon Zenenga, assistente segretario generale e coordinatore della Missione di supporto dell’ONU in Libia (Unsmil). Uno stallo pericoloso, che ha rischiato di far saltare l’accordo per il cessate il fuoco di ottobre 2020. A tal proposito, il 23 giugno, durante la conferenza di Berlino, era emersa la necessità che tutte le forze straniere abbandonassero il paese, in particolare quelle intervenute durante l’ultima guerra (aprile 2019 – ottobre 2020): riferimento, neanche troppo velato, alla Russia e alla Turchia, che non sembrano decise a rimpatriare i rispettivi mercenari.

Candidature divisive, fronti ambigui

A parte l’impossibilità, verificatasi finora, di creare un quadro costituzionale per le elezioni, un altro nodo spinoso, strettamente legato alla presenza in campo di potenze straniere, è quello dei candidati, alcuni dei quali risultano particolarmente divisivi. Uno di essi è indubbiamente il maresciallo Khalifa Haftar. Infatti, il governo di transizione di Dbeibah sostituisce non solo il GNA, ma anche il gabinetto parallelo di Abdallah al-Thani, con sede in Cirenaica, regione controllata di fatto dalle truppe di Haftar. Sostenuto da importanti alleati, come la Russia, la Francia e l’Egitto, è pressoché impossibile escluderlo dalla corsa per le presidenziali, come sarebbe inopportuno escludere Dbeibah o chiunque abbia il sostegno della Turchia. Di contro, la partecipazione di Haftar irrita quanti lo considerano un usurpatore e un criminale di guerra: come il presidente dell’HSC Khaled al-Mishri (considerato appartenente alla galassia della Fratellanza musulmana), che agli inizi di novembre ha lanciato un appello a boicottare le elezioni, esortando i cittadini a riunirsi di fronte agli uffici della commissione elettorale, della Unsmil e del parlamento libico, in segno di protesta contro una legge elettorale imperfetta. Secondo al-Mishri, che la ritiene fatta su misura per far aggiudicare la presidenza a Haftar, tenere le elezioni senza un fondamento costituzionale spiana la via alla dittatura, a prescindere dal risultato. Inoltre, consentire ai criminali di candidarsi alle elezioni in Libia, ha aggiunto in riferimento a Haftar, è come permettere ai nazisti e ai fascisti di fare politica. In effetti, la candidatura del maresciallo era stata respinta, il 30 novembre, dal tribunale di prima istanza di Zawia (Libia occidentale), ma il 6 dicembre la Corte d’appello di Tripoli aveva ribaltato il verdetto, reinserendo il suo nome nella lista dei candidati ammessi.

Quali conseguenze per il ritorno di Seif al-Islam Gheddafi?

Un’altra candidatura controversa è quella di Seif al-Islam Gheddafi, figlio del fu colonnello Muammar Gheddafi, inizialmente respinta dalla commissione elettorale, ma accolta, dietro ricorso, il 5 dicembre, dal tribunale di Sebha (Libia meridionale), nonostante l’appello presentato dalla stessa commissione. Vale la pena di ricordare che, prima di sostenere Haftar, il Cremlino puntava sulla sua persona e premeva affinché la comunità internazionale lo integrasse nei negoziati per il cessate il fuoco e per la riorganizzazione del paese: il 4 dicembre 2018, due rappresentanti del suo gabinetto politico incontrarono il vice ministro degli Esteri russo e inviato speciale del presidente Vladimir Putin per l’Africa, mentre la stampa russa considerava indubbia una sua candidatura alla presidenza, in caso di elezioni. Tuttavia, con il suo ritorno sulla scena politica libica, Seif al-Islam rischia di disgregare il fronte del maresciallo accaparrandosi preziose alleanze: condannato in contumacia dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, e dal tribunale di Tripoli con l’accusa di intessere relazioni con i mercenari della società militare privata russa Wagner (un sospetto nutrito parimenti dagli USA), attiva in Libia a sostegno di Haftar durante l’ultimo conflitto, poco prima della sua candidatura ufficiale, era partito per una visita in Egitto, organizzata da Ahmed Gheddaf al-Dam, cugino e collaboratore di Muammar Gheddafi, che vive da anni sotto la protezione del Cairo e, secondo alcuni, gli assicurerebbe il sostegno finanziario. Per Al-Arabi al-Jadeed, testata panaraba con sede a Londra, l’Egitto intenderebbe revocare il proprio supporto a Haftar per accordarlo a Seif al-Islam, coinvolgendo anche altri attori come la Russia in questo cambiamento di fronte, perché il maresciallo avrebbe stretto accordi con gli Emirati Arabi Uniti senza alcuna consultazione. In cambio, in caso di vittoria, il Cairo otterrebbe un ruolo nella ricostruzione della Libia.

Niente di nuovo sul (non)fronte occidentale

Intanto, dopo l’intervento militare del 2011, gli USA seguono le vicende libiche senza sbandierare prese di posizione in favore dell’una o dell’altra parte, sostenendo al contempo l’appello dell’Egitto per il ritiro dei mercenari. Linea adottata a seguito del dialogo strategico tra il segretario di Stato Antony Blinken e il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, tenutosi a Washington il 22 novembre. Quanto a Seif al-Islam Gheddafi, l’atteggiamento statunitense resta diffidente. Anche perché, una sua eventuale vittoria elettorale rischierebbe di diventare un argomento in favore di Mosca, che da sempre accusa l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (NATO) di aver portato la Libia alla rovina. In Europa, invece, non esiste una posizione unitaria. La Francia, per la quale la Libia riveste una notevole importanza strategica, sia per la posizione, sia per le riserve petrolifere, il 12 novembre aveva organizzato una conferenza internazionale al fine di organizzare le elezioni per la data stabilita, il 24 dicembre, per portare stabilità e riconciliazione politica nel paese. Parigi aveva tuttavia accusato alcuni attori di tentare di far deragliare il processo con atti di sabotaggio, ma le tensioni esistevano anche all’interno del governo transitorio libico: attriti tra Dbeibah e al-Menfi, sospensione della ministra degli Esteri Najla al-Mangoush (cui è stato impedito di lasciare il territorio per la durata dell’inchiesta), accusata di aver rilasciato dichiarazioni senza consultare il resto dell’esecutivo, la stessa divisione territoriale tra l’Occidente controllato dal governo transitorio e l’Oriente ove risiede la Camera dei rappresentanti, guidata da Aguila Saleh, con il supporto militare di Haftar.

Ambiguità tattiche o debolezza strategica?

Il dossier libico, peraltro, era stato fra i punti del Trattato del Quirinale, firmato da Italia e Francia, che, nondimeno, in Libia si sono sempre trovate su fronti opposti, al punto che diversi analisti si interrogano se questo non sia uno schiacciamento di Roma sulle posizioni di Parigi. Basti pensare che l’Italia aveva relazioni sostanzialmente collaborative con Muammar Gheddafi, un legame cementato dalle fruttuose attività dell’ENI in territorio libico. Un’intesa tattica, dunque, che non è servita neppure a gettare le fondamenta per un processo elettorale inclusivo e trasparente in Libia. Ha pesato l’assenza del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha preferito un incontro ad Ankara con una delegazione dell’Unsmil e che, all’appello francese al ritiro dei mercenari, ha risposto che la presenza turca garantisce stabilità. Così, dopo la richiesta di rinvio delle elezioni presidenziali, ci si può chiedere se la Libia sia condannata alla balcanizzazione cronica, come l’Afghanistan e, in generale, come tutti i teatri dei conflitti per procura.