25 Settembre 2022

Accuse di caporalato a Borgo Mezzanone, indagata la coniuge del Prefetto

Il contesto

Borgo Mezzanone è una piccola frazione nei pressi di Manfredonia, fondata all’epoca di Mussolini, con un progetto di deruralizzazione del territorio. Attualmente, a distanza di pochi Km dalla piazza della città, è situata una grande baraccopoli con i tratti di un vero e proprio villaggio, composto da numerose baracche di diversi materiali, legno, plastica, muratura e non servita dai principali servizi (acqua corrente, servizi fognari, elettricità ecc), seppure densamente popolata e ben organizzata. Le condizioni di vita degli abitanti di questo villaggio surreale sono fuori da qualsiasi idea di sicurezza o igiene, mentre la loro professione è basilare per la nostra economia: si tratta perlopiù di braccianti agricoli. Siamo nel Tavoliere delle Puglie, la seconda pianura per grandezza dopo la Pianura Padana, dove la produzione agricola è essenziale per l’economia regionale e, dato l’alto numero di esportazioni, si tratta di cibi che giungono sulle tavole di tutti noi.

I lavoratori

La popolazione residente è composta prevalentemente da persone dell’Africa occidentale, laddove negli anni ‘90 fu costruito un Centro di Accoglienza all’interno di alcuni edifici, per accogliere gli Albanesi in fuga dal loro Paese. Si aggiunsero man mano dei containers per altri rifugiati, Eritrei, Somali ecc e man mano che andavano via, lasciavano liberi degli spazi che erano poi informalmente occupati da braccianti agricoli. Nel 2017 fu sgomberata una baraccopoli lì vicino, a Rignano Garganico e da allora molti migranti si sono stabiliti su una pista di atterraggio della NATO, adiacente al centro di accoglienza. A poco a poco sono proliferate numerose baracche, fino a formare il luogo singolare che troviamo oggi composto di residenze abusive.

Indagini

In questo contesto la procura di Foggia ha indagato sul reclutamento irregolare di diversi braccianti del ghetto giungendo ad arrestare cinque persone, di cui due in carcere e tre ai domiciliari, mentre altre undici sono indagate con l’obbligo di firma. Fra queste ultime c’è Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie del prefetto Michele di Bari, nonché capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale, il quale si è dimesso immediatamente dopo la notizia dell’accusa nel suo nucleo familiare. Le due persone in carcere provengono da Gambia e Senegal e costituivano il contatto diretto degli sfruttatori con i braccianti. Erano caporali a tutti gli effetti poiché si occupavano sia del reclutamento della manodopera, che del loro trasporto, sorvegliandoli e pretendendo una quota per l’intermediazione. Il pagamento ricevuto, al netto della tangente versata ai caporali era di molto inferiore allo stipendio previsto dal contratto collettivo nazionale e non venivano effettuati controlli né erano forniti i presidi sanitari necessari ai lavoratori. Si tratta di quello che viene definito “lavoro grigio”, cioè non è propriamente “lavoro in nero”, poiché i braccianti hanno un contratto, però non vengono dichiarate all’INPS tutte le giornate lavorative, oppure si pagano alcuni lavoratori con contratto e altri senza, con una modalità mista che consente di abbassare le tasse pagate dai datori di lavoro e soprattutto la paga giornaliera dei braccianti. Come ha dichiarato Davide Iacovelli segretario generale della Flai Cgil di Foggia al Manifesto: “Nulla di nuovo sotto il sole”

Persone accusate

Rosalba Livrerio Bisceglia è risultata essere socia di una delle aziende coinvolte nell’indagine dei Carabineri di Foggia, dunque accusata di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. La donna ha dichiarato a Controcorrente di aver ingaggiato una persona che si occupava di trovare lavoratori per svolgere alcune mansioni agricole nella sua azienda, dichiarando di essere stata in buona fede, pur non essendosi rivolta a un centro per l’impiego. E’ inoltre ben noto che gli intermediari nell’agricoltura pugliese sono normalmente “caporali”. Il guadagno delle dieci società, ora sottoposte al controllo giudiziario si aggira intorno ai cinque milioni di euro all’anno circa. Il prefetto Michele Di Bari che si è dimesso dopo la denuncia verso la moglie, era già noto perché connesso alle vicende giudiziarie legate a Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, simbolo internazionale per le politiche di integrazione sociale dei migranti e ispiratore di documentari e canzoni sul tema. Di Bari tramite il viceprefetto Gullì aveva infatti indagato su tutte le minime irregolarità commesse a Riace, per porre fine a quell’esperimento sociale. Lucano era infatti, nonostante le sue buone intenzioni, accusato di “caos amministrativo”, di assegnazioni ad enti gestori attraverso chiamate dirette ecc. Suona piuttosto strana questa accusa alla moglie di un Prefetto che è stato talmente certosino nelle sue indagini, con lo scopo di abbattere un modello di città inclusiva.

I precedenti legali nella lotta al caporalato

Il caporalato è finalmente stato inserito tra i reati perseguibili penalmente nel Codice penale nel 2011, in seguito alla Rivolta di Nardò. Si trattò di una protesta dei braccianti africani che raccoglievano i pomodori per poche euro a cassone: il primo caso di sciopero di stranieri in Italia. Un interessante libro su questa vicenda dal titolo “Ama il tuo sogno” è stato scritto da Yvan Sagnet, bracciante camerunense, che ha vissuto in prima persona l’organizzazione della protesta. La rivolta di Nardò ebbe una conseguenza importante, il processo Sabr (dal nome di uno dei caporali) in cui furono condannate undici persone fra imprenditori e caporali, per il reato di “riduzione in stato di schiavitù”. Un altro evento importante che ha segnato la storia legislativa della lotta al caporalato è certamente la vicenda legata  a Paola Clemente, avvenuta nel 2015. Durante quella triste estate nelle campagne pugliesi ci furono quattro morti per lavoro. La prima fu Paola Clemente, in serra, mentre lavorava all’acinellatura dell’uva, cioè alla pulizia dell’uva dagli acini maturi. Morirono in seguito anche Abdul­lah Moham­med mentre raccoglieva i pomo­dori, Zakaria Ben Hassine durante la raccolta dell’uva e Arcangelo de Marco anche lui nel corso della pratica di acinellatura. Il marito di Paola Clemente decise di sporgere denuncia e da allora qualcosa ha iniziato realmente a muoversi, con l’articolo 603-bis Codice Penale, introdotto dalla legge n. 199/16. Questa legge punisce chi, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, recluta manodopera presso terzi in condizioni di sfruttamento (caporale). E’ anche punibile chi «utilizza, assume o impiega manodopera» sfruttata anche, ma non necessariamente, attraverso attività di intermediazione (datore di lavoro). Dunque non è necessario che ci sia intervento da parte del caporale, né che il lavoratore sia “in nero”. Questa operazione denominata “Terra Rossa” potrebbe essere il primo tassello di un intervento istituzionale che non riguardi solo il problema lavorativo e contrattuale di questi migranti, ma anche quello abitativo e della concessione di permessi di soggiorno.