27 Settembre 2022

Stati Uniti, Cina, Russia: che cosa sognano i lupi

Dopo l’ultimo botta e risposta tra Washington e Pechino e le recenti minacce statunitensi nei confronti della Russia, l’incontro virtuale tra i presidenti russo e cinese rischia di essere la base di un’alleanza tattica; all’intraprendenza della NATO e ai toni ideologizzanti dell’amministrazione USA, Cina e Russia rispondono tessendo relazioni; ma a nessuno converrebbe un confronto militare

Washington a caccia di “campioni della democrazia”

Dopo le sanzioni imposte a 15 responsabili e 10 organismi in 8 paesi, e dopo i proclami lanciati contro Mosca e Pechino durante il vertice del G7 di Liverpool, il 14 dicembre, il segretario di Stato statunitense Antony Blinken è partito per un viaggio diplomatico nel Sud-Est asiatico, con l’obiettivo di rafforzare le relazioni con gli alleati della regione. In effetti, quando il presidente USA Joe Biden, che aveva escluso dal vertice per la democrazia la Tailandia, Singapore e il Vietnam, nel discorso di apertura aveva detto che la democrazia ha bisogno di campioni, deve aver provocato qualche imbarazzo ad alleati chiave come il Giappone o l’Australia, che con quei tre paesi hanno importanti rapporti commerciali. Blinken, dunque, è partito per l’Oriente in cerca di campioni, senonché, poche ore prima del suo atterraggio a Jakarta, dove lo attendevano due giornate di visite diplomatiche, l’ambasciata russa in Indonesia ha annunciato la visita del consigliere russo per la Sicurezza nazionale Nikolaj Patrushev. Quindi, i colloqui di quest’ultimo con le autorità indonesiane (sul tema della sicurezza) si sono tenuti mentre Blinken pronunciava il suo discorso sulla strategia dell’amministrazione Biden per l’Indo-Pacifico, nella stessa Jakarta, che ospita il Segretariato generale dell’Associazione delle nazioni dell’Asia sud-orientale (ASEAN).

L’ambivalenza USA

L’ASEAN è un organismo sovranazionale cui appartengono, oltre all’Indonesia, le Filippine, la Malesia, Singapore e la Tailandia (dove fu fondato nel 1967), nato con la funzione di contenere un’eventuale espansione sovietica in Asia. Parimenti, ora Washington spera di farne un alfiere per contrastare le proiezioni di potenza delle potenze rivali, Russia e Cina. Mentre Blinken partiva per l’Indonesia, inoltre, Washington ha inviato la vice-segretaria di Stato responsabile per l’Europa, Karen Donfried, a Kiev e a Mosca, per due giorni di incontri con “alti ufficiali” russi e ucraini. Obiettivi, “discutere del dispiegamento di truppe da parte della Russia” (a qualche decina di kilometri dal confine ucraino orientale) e “ribadire l’impegno degli USA per la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina”. Finalità diverse, dunque, rispetto a quelle degli incontri di novembre, a Mosca, tra il direttore della Central Intelligence Agency (CIA) William Burns, accompagnato dalla stessa Donfried, con Patrushev e con il capo del Serivizio segreto estero russo, Sergej Naryshkin. Allora, infatti, al centro dei colloqui c’erano le possibilità di sviluppare relazioni USA-Russia in materia di lotta al terrorismo internazionale, soprattutto di matrice islamica. Simili bruschi cambiamenti di tono caratterizzano, per la verità, le relazioni russo-statunitensi e russo-cinesi dall’insediamento di Biden alla Casa Bianca. Ai colloqui virtuali, si alternano sanzioni o minacce di imporne (come nei confronti della Russia), oppure proclami al vetriolo sulle violazioni dei diritti umani, o su intenzioni aggressive verso i territori di altri paesi. Ambiguità, che è costata a Biden l’accusa, da parte del senatore Tom Cotton, di “debolezza patetica”.

Mosca e Pechino: i rischi di una “retorica aggressiva”

L’accusa, lanciata il 14 dicembre, era riferita all’interruzione, durante il vertice virtuale per la democrazia, del video dell’intervento del ministro taiwanese del Digitale, Audrey Tang. Secondo l’agenzia Reuters, la proiezione di materiali in diretta è stata soppiantata dal solo audio, su ordine della Casa Bianca. Motivo: tra i materiali proiettati da Audrey Tang, c’era una mappa nella quale la Cina e Taiwan erano presentate con diversi colori, e che avrebbe potuto apparire in contraddizione con la politica statunitense di “una sola Cina”. Eppure, potrebbe apparire tale anche lo stesso invito di Taipei a un vertice da cui Pechino è esclusa. Oppure, potrebbe apparire provocatorio l’aver invitato Georgia e Armenia, tenendo fuori Mosca. All’ambivalenza statunitense, dal canto loro, Russia e Cina rispondono con un’analoga oscillazione tra gli appelli al rispetto del multilateralismo o del principio di “coesistenza pacifica”, e le minacce più o meno velate di reazioni muscolari. Come ha fatto, ad esempio, Pechino, il 13 novembre, che per bocca del portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin, ha denunciato come “azioni perverse” le ultime sanzioni imposte dagli USA a individui e organismi di Cina, Birmania, Corea del Nord e Bangladesh. “Esortiamo gli Stati Uniti a ritirare immediatamente la grave decisione errata”, ha detto in una conferenza stampa, “a smettere di interferire con gli affari interni della Cina e di danneggiarne gli interessi”. Difendendo la politica cinese nel Xinjiang, Wenbin ha poi minacciato “reazioni risolute” da parte di Pechino, “se gli USA agiscono in modo sconsiderato”.

Russia: richiesta di negoziati alla NATO e avvicinamento tattico alla Cina

Parimenti, la Russia, recentemente minacciata da Washington di “conseguenze economiche devastanti”, sotto forma di sanzioni, nel caso di aggressioni nei confronti dell’Ucraina, ha adottato, in risposta, una duplice linea: il negoziato e la deterrenza. Da un lato, dunque, il 13 dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha sentito il primo ministro britannico Boris Johnson, al quale ha riferito che Mosca vuole immediati colloqui con le cancellerie occidentali, per arginare eventuali mire espansionistiche della NATO a Est. Putin ha sottolineato la necessità di negoziati per “giungere ad accordi internazionali chiari e legali”, per impedire che vengano minacciati Stati vicini alla Russia, in primo luogo l’Ucraina. Di quest’ultima, inoltre, il Cremlino nega qualsiasi piano di invasione, sostenendo che, al contrario, è la Russia ad essere minacciata dalla NATO, contrariamente alle garanzie che essa ha formalmente accordato a Mosca dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Contestualmente, tuttavia, il vice-ministro degli Esteri russo Sergej Rabkov ha dichiarato ai media russi che Mosca potrebbe essere “costretta” a schierare missili nucleari di media gittata vicino ai confini europei, nel caso in cui la NATO rifiutasse di impegnarsi in colloqui seri e costruttivi. Questo tipo di missili, noti con l’acronimo INF, era stato vietato dall’accordo firmato nel 1987 dai presidenti statunitense e russo, rispettivamente Ronald Reagan e Mikhail Gorbačëv. Finché, nel 2019, gli USA di Donald Trump ne sono unilateralmente usciti, accusando la Russia di ripetute violazioni dei suoi termini. Mosca, dunque, si sente minacciata. Così, Putin ha organizzato un incontro bilaterale virtuale con il suo omologo cinese Xi Jinping, per il 15 novembre, da dedicare alla situazione internazionale, con particolare attenzione per l’Europa. Qui, infatti, non solo si intrecciano gli interessi strategici russi e statunitensi, ma Bruxelles ha recentemente annunciato un piano di investimenti, chiamato “Global Gateway”, per contrastare l’assertività economico-commerciale di Pechino.

Tra bellicismo effimero e dissesto sociale: multilateralismo o barbarie?

Retorica a parte, ciò che conta sono le decisioni concrete, che sono anche ciò che le potenze rivali cercano maggiormente di calibrare. A nessuno, in fondo, conviene innescare la scintilla di un conflitto armato maggiore, neppure alla superpotenza USA, ancora forte del suo primato militare, dovuto alla sua ben rodata talassocrazia. Al contrario, potrebbe essere vantaggioso per le potenze rivali (almeno come argomento vincente sul mercato politico interno) mantenere un (dis)ordine mondiale attraversato da tensioni latenti. Queste, dunque, finiscono per esplodere spesso solo nei proclami di classi politiche, impegnate a governare una transizione socio-economica epocale, che rischia di condurre le collettività organizzate sull’orlo dell’implosione.