1 Ottobre 2022

La transizione dei confederati. UE, nessun accordo sull’energia

Dal consiglio europeo un ulteriore rinvio alla definizione del dossier energia. Troppi i punti su cui i leader dei 27 Paesi dell’Ue non hanno trovato ancora un accordo.

 

L’ultimo Consiglio europeo di quest’anno si è chiuso senza che i capi di Stato e di Governo abbiano raggiunto una sintesi conclusiva sul dossier energia. Anche se nessuno sembra mettere in discussione i vantaggi derivanti da una politica comune in tema di energia, sono ancora troppe le divergenze e pochi gli interessi comuni affinché prevalgano scelte condivise. I leader dei ventisette paesi sono divisi sia sul piano degli obiettivi a breve e medio termine sia sul piano delle strategie da adottare, come si evince anche dalle dichiarazioni al termine del vertice, del presidente francese Charles Michel: “Tutti i leader sono determinati a lavorare insieme per affrontare non solo a livello nazionale ma anche in modo più coordinato il dossier energia perché ha grandi effetti su famiglie e imprese e sulla competitività. Ma due temi sono stati molto difficili nel dibattito di oggi: il primo riguarda il mercato dell’elettricità, specialmente il finanziamento dell’Ets, a causa dei sospetti di alcuni leader che ci siano delle speculazioni. Il secondo punto è la tassonomia, che è una decisione della Commissione ma non è un segreto che ci sono diverse opinioni al tavolo. Per questo oggi non è stato possibile raggiungere un accordo ma ci torneremo”.

 

La riforma del mercato ETS e il costo dell’energia

Il Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione (EU ETS) è lo strumento adottato dall’Unione Europea nel 2005 per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nei settori più energivori, permettendo ai soggetti coinvolti di compensare la loro produzione di CO² in eccesso attraverso l’acquisto di un credito di CO² prodotto e immesso sul mercato da altri soggetti (sistema cap & trade). La Direttiva Ets (2003/87/CE) fissa un tetto massimo (cap) complessivo delle emissioni consentite a tutti i soggetti coinvolti e prevede che gli impianti in Europa con elevati volumi di emissioni non possano funzionare senza un’autorizzazione ad emettere gas serra, ma permette loro di acquistare e vendere sul mercato (trade) diritti a emettere quote di CO². Ogni impianto autorizzato deve monitorare annualmente le proprie emissioni e compensarle. I gestori degli impianti possono quindi scegliere la soluzione economicamente più vantaggiosa tra investire per ridurre le proprie emissioni e o acquistare quote sul mercato Ets. Secondo Polonia e Ungheria, questo meccanismo sarebbe responsabile delle speculazioni sui prezzi del carbonio che stanno alla base dei recenti aumenti dei prezzi dell’energia. Mentre per i paesi dell’Europa meridionale è necessario che la Commissione incrementi l’acquisto e lo stoccaggio comuni di gas per sganciare i costi dell’energia dagli andamenti del mercato, per Germania, Paesi Bassi e paesi scandinavi l’aumento dei costi è un fenomeno momentaneo che non richiede interventi strutturali. Piuttosto i paesi del nord propongono di estendere il sistema dei crediti Ets anche alle abitazioni e alla mobilità privata.

 

Gas e Nucleare

L’altro terreno di scontro è stato quello della tassonomia. Ovvero la definizione di cosa possa essere considerato investimento green. La commissione avrebbe dovuto decidere, nella fattispecie, se inserire il gas e il nucleare nelle fonti finanziabili attraverso il green deal, come fonte energetica transitoria la prima e, per sua natura, più “a lungo termine” la seconda. Malgrado l’impegno assunto da Ursula Von Der Leyen di chiudere il dossier entro la fine dell’anno per scongiurare quanto prima nuovi e più pesanti aumenti del costo dell’energia, tutto è stato ulteriormente rimandato a gennaio. E proprio il nucleare è stato motivo di disarmonia nell’asse franco tedesco tanto che un cauto Scholz, neo eletto cancelliere, nella conferenza stampa con il presidente francese Macron si è affrettato a dichiarare che “Già da tempo la Germania ha preso la decisione che l’energia nucleare non prenderà parte alla transizione energetica. Le prospettive rispetto al percorso che entrambi i nostri Paesi intendono intraprendere sono leggermente diverse”. Ma “È importante che ogni Paese possa perseguire il proprio approccio senza che l’Europa sia disunita”.

 

In Italia intanto

I giovani di Friday For Future scrivono una lettera al presidente del consiglio che inizia così: “Caro Mario Draghi, L’Italia sta decidendo di considerare il gas fossile una fonte di energia “sostenibile”, mentre quando si libera in atmosfera è un gas serra fino a 80 volte più climalterante della CO2.” Del nucleare invece se ne parla con un po di imbarazzo, destre a parte, facendo finta di non parlarne troppo seriamente. E intanto per l’ENEA, secondo quanto riferito all’agenzia Dire da Francesco Gracceva, ricercatore che ha curato l’Analisi trimestrale del sistema energetico nazionale, l’Italia si trova in “una collocazione ai margini dell’Europa per le tecnologie low-carbon”. Il nostro paese mostra “una diffusa e spesso forte despecializzazione tecnologica, tranne che nel solare termico, dove si conferma un significativo vantaggio”. Nel comparto dell’accumulo invece l’Italia “presenta ancora uno svantaggio tecnologico rilevante, con un indice di specializzazione significativamente inferiore a 1, che sembra trovare riscontro nell’elevata crescita del deficit commerciale”. L’Analisi ENEA segnala poi “un netto peggioramento dell’indice ISPRED (-35%)”, elaborato dall’Agenzia per misurare l’andamento della transizione energetica nel nostro Paese sulla base di sicurezza del sistema, prezzi dell’energia e decarbonizzazione. “L’andamento molto negativo del nostro indice è legato principalmente all’incremento delle emissioni per il maggior utilizzo di fonti fossili soprattutto nei trasporti e negli edifici e mette in luce l’allontanamento dell’Italia dalla traiettoria di decarbonizzazione e dai nuovi obiettivi UE (-55% emissioni al 2030), con consumi ed emissioni che nel 2021 crescono più del doppio rispetto alla media degli aumenti nell’Eurozona”