25 Settembre 2022

Hong Kong: che vincano i “patrioti”

Alle prime elezioni successive alla riforma elettorale, vincono i candidati più vicini a Pechino, ma il peso potenziale dell’opposizione si evince da un’astensione ai massimi storici; il giorno dopo, il governo cinese pubblica il libro bianco sullo sviluppo democratico di Hong Kong

Vittoria di (dis)misura

Solo il 30,2% degli oltre 4,4 milioni di aventi diritto di voto si è recato alle urne, nonostante l’appello al voto da parte degli esponenti politici fedeli alla linea, adottata da Pechino, di “un paese, due sistemi”. 153 i candidati ammessi alla competizione per i 20 seggi del Consiglio legislativo eletti a suffragio universale, ma la vittoria è andata, quasi a tavolino, al partito filo-cinese, l’Alleanza democratica per il miglioramento e il progresso di Hong Kong (nota con l’acronimo inglese DAB, Democratic Alliance for Bettlement and Progress of Hong Hong). Solo un seggio è andato invece all’esponente di un partito non allineato con Pechino, Tik Chi-yuen, del partito centrista Third Side (“il terzo lato”). Quanto alla maggiore forza politica di opposizione, il Partito democratico, dalle cui fila proviene lo stesso Tik Chi-yuen, non ha potuto presentare candidati, ragion per cui i suoi elettori hanno preferito disertare le urne. Occorre ricordare, inoltre, che il consiglio legislativo, oltre ai 20 membri eletti dai distretti (organizzati su base geografica), ne annovera 40 eletti dal Comitato elettorale e altri 30 eletti dai cosiddetti collegi elettorali funzionali (che rappresentano le diverse categorie sociali). Poiché negli ultimi due casi, la scelta dei candidati è affidata a organismi fedeli al governo centrale cinese, le uniche possibilità che i partiti di opposizione hanno di entrare negli ingranaggi delle istituzioni hongkonghesi sarebbero tra quei 20 seggi eletti a suffragio universale. Tuttavia, la decisione di Pechino di ammettere solo candidati “patrioti”, ossia fedeli alla politica di “un paese, due sistemi”, ha impedito la partecipazione di esponenti dell’opposizione, i cui elettori hanno fatto sentire il proprio peso con l’astensione. “Grave preoccupazione” è stata espressa da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda per “l’erosione degli elementi democratici del sistema elettorale”, e per le nuove regole, che “minano i diritti, le libertà e l’alto grado di autonomia di Hong Kong”. Secondo una nota congiunta, preoccupano inoltre l’arresto e l’esilio di esponenti dell’opposizione. Al contrario, la governatrice della Regione amministrativa speciale, Carrie Lam, si è detta soddisfatta dei risultati elettorali, che mostrano che Hong Kong “è tornata sulla strada giusta”.

Le prime elezioni dopo la riforma elettorale

Quelle del 19 dicembre sono state le prime elezioni da quando, lo scorso 11 marzo l’Assemblea nazionale del popolo (ANP, il parlamento cinese) ha approvato, come riferiva l’agenzia stampa cinese Xinhua, “una decisione per migliorare il sistema elettorale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR)”. Misure che, secondo Qi Pengfei, ricercatore all’Università cinese di Renmin, “aiuteranno a costituire un nuovo sistema elettorale adatto alle realtà di Hong Kong e con le caratteristiche di Hong Kong”. I provvedimenti, contenuti in nove articoli, hanno emendato i due allegati della Legge di base della Regione amministrativa di Hong Kong e della Repubblica popolare cinese (Basic Law) che riguardavano, rispettivamente, la nomina del capo dell’esecutivo della regione e il metodo di formazione del Consiglio legislativo. Oltre al numero di membri del Consiglio legislativo (portati da 70, per metà eletti a suffragio universale, a 90), si è stabilita la necessità di conciliare i concetti “un paese, due sistemi” e “il popolo di Hong Kong governa Hong Kong”, con il principio dell’autonomia, fermo restando l’ordine stabilito dalla Costituzione cinese. Di conseguenza, uno dei provvedimenti prevede che alle elezioni per una qualsiasi carica istituzionale elettiva partecipino solo i “patrioti”, introducendo a tale scopo un comitato di verifica incaricato di controllare le “qualifiche” dei candidati. Complessivamente, per Pechino, questa riforma è stata un “ulteriore” passo verso il “miglioramento del sistema politico ed elettorale di Hong Kong”, dopo la legge sulla sicurezza nazionale del 30 giugno 2020, approvata dopo oltre un anno di proteste massicce contro l’ingerenza cinese nella regione.

Libro bianco

Il 20 dicembre, mentre venivano pubblicati i risultati delle elezioni per il Consiglio legislativo hongkonghese, l’Ufficio per l’informazione del Consiglio di Stato cinese ha pubblicato il libro bianco intitolato “Sviluppo democratico a Hong Kong nel quadro del principio ‘un paese, due sistemi’”. In esso si legge che il dominio britannico “ha posto insidie nascoste” allo sviluppo della democrazia, dopo la restituzione del territorio alla Cina, nel 1997. Secondo il documento, quindi, le violente proteste del 2019 hanno mostrato le carenze del sistema elettorale, rendendo necessaria una “base per un solido progresso nella guida della democrazia di Hong Kong sulla strada giusta”. Infatti, il controllo degli equilibri socio-politici nella regione è importante per Pechino anche sul piano simbolico, giacché a spianare la via alla colonizzazione britannica fu il trattato di Nanchino, che la Cina fu costretta a firmare dopo la sconfitta subita nella prima guerra dell’oppio. Il successo nella gestione di Hong Kong, significa dunque per Pechino il superamento di quello stato di umiliazione in cui l’aveva sprofondata il colonialismo ottocentesco: un traguardo importante per il presidente cinese Xi Jinping, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche di fronte all’opinione pubblica nazionale e agli altri dirigenti del Partito-Stato. Questo era dunque l’obiettivo del progetto di legge per le cariche pubbliche 2021, esposto il 23 febbraio di quest’anno dall’Ufficio costituzionale per gli affari della Cina continentale del governo di Hong Kong, organo preposto alla vigilanza sul rispetto della Basic Law. Secondo il testo, chi intende ricoprire una qualsiasi carica pubblica dovrà giurare sull’articolo 104 della stessa Basic Law, che stabilisce la “fedeltà” di Hong Kong alla Cina.

A fil di legge

Tuttavia, la bassa affluenza alle urne (la più bassa dal 1997), il 19 dicembre, è stata l’ennesima dimostrazione di quanto il controllo del governo centrale cinese sull’opinione pubblica hongkonghese non sia così capillare. Già nel 2003, alla proposta dell’allora capo dell’esecutivo locale (nominato da Pechino) di una legge simile a quella sulla sicurezza nazionale passata di recente, erano seguite proteste di massa, che privarono il disegno legislativo del consenso necessario all’approvazione. Successivamente, nel 2014, un movimento di protesta, noto come “il movimento degli ombrelli”, aveva chiesto che le cariche locali fossero tutte sottoposte al suffragio universale, rigettando la proposta di Pechino di scegliere i candidati da una lista supervisionata dal governo centrale. Anche allora il movimento studentesco diede vita a manifestazioni anche violente, cui le autorità reagirono con il pugno di ferro. In particolare, gli studenti lanciarono una campagna di disobbedienza civile, in cui si impegnarono anche membri di spicco della comunità cristiana, come il cardinal Zen, vescovo emerito di Hong Kong. Due anni dopo, inoltre, si verificarono le prime manifestazioni per l’indipendenza della regione, dopo che sei candidati indipendentisti furono respinti dalla commissione elettorale.

2019: pressioni internazionali crescenti

Nel 2019, invece, le proteste presero avvio da un fatto di cronaca nera che provocò un contenzioso giudiziario tra Hong Kong, da cui proveniva il diciannovenne condannato per l’omicidio della sua amante, e Taiwan, dove fu ritrovato il corpo della ventenne. Il governo locale hongkonghese aveva quindi proposto una legge per l’estradizione, che suscitò accese proteste di piazza, anche in questo caso sfociate a più riprese guerriglia urbana. Le manifestazioni non si fermarono neppure dopo il ritiro della proposta, divenendo al contrario espressione di un movimento di rifiuto dell’ingerenza cinese. Al punto che centinaia di manifestanti avevano cantato l’inno britannico davanti al consolato del Regno Unito: appello accolto a Londra da 130 parlamentari, che avevano proposto di concedere la cittadinanza britannica ai residenti dell’ex colonia. Pechino e le autorità regionali avevano condannato duramente le proteste, puntando il dito sulle “ingerenze straniere” che tentavano di minare gli equilibri interni della Cina. Segno che, nel 2019, Pechino avvertisse la pressione crescente di Washington e dei suoi alleati, impegnati nel contenimento dell’espansione (soprattutto economica e commerciale) della potenza cinese. Il primo provvedimento legislativo degli USA su Hong Kong, infatti, era stato una proposta di emendamento della legge sulle relazioni tra Stati Uniti e Hong Kong, avanzata nel 2014 alla Camera dei rappresentanti da un deputato repubblicano, e al Senato da un rappresentante democratico. Nel 2019, infine, in occasione dell’ultima ondata di proteste, l’intero Congresso statunitense aveva approvato all’unanimità la legge sui diritti umani e la democrazia a Hong Kong, che prevede sanzioni ai danni di funzionari dei governi centrale e locale, responsabili di violazioni dei diritti umani. Pechino aveva reagito imponendo a sua volta sanzioni nei confronti degli USA, limitandosi invece a una dura risposta verbale a Londra, che aveva convocato il suo ambasciatore in Cina per esprimere indignazione di fronte alla repressione delle manifestazioni. Dal canto suo Washington, ha adottato ai danni di Pechino altre due ondate di sanzioni, la prima ad agosto 2020, ai danni di Carrie Lam, e la seconda a marzo, a seguito della riforma elettorale, su 24 funzionari cinesi. Nessun risultato, se non di riportare la memoria ad altri teatri di scontri per procura.