24 Settembre 2022

Russia-Ucraina: singolar tensione

Kiev teme un’invasione russa, Mosca chiede garanzie all’Alleanza atlantica, Washington oscilla tra deterrenza intimidatoria e distensione, Bruxelles non ha una posizione unitaria; mentre Parigi tenta di reinventarsi potenza mondiale, i Balcani e l’Europa orientale rischiano di essere teatro di un prossimo conflitto per procura tra Stati Uniti e Russia

Kiev a caccia di alleati

Il 21 marzo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha espresso la sua frustrazione riguardo l’atteggiamento esitante dell’Unione europea (UE) e dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (Nato), colpevoli, secondo lui, di non schierarsi in modo abbastanza netto al fianco di Kiev. “Non possiamo accettare l’idea oggi molto popolare di un’adesione dell’Ucraina all’UE tra 30 anni e alla NATO tra una cinquantina di anni”, ha dichiarato di fronte al corpo diplomatico ucraino, rilanciando con una richiesta di accesso all’UE nei prossimi anni e di un “calendario” per l’entrata nell’Alleanza atlantica nel 2022. Frattanto, il 22 dicembre, l’esercito ucraino ha effettuato esercitazioni militari nella contesa regione del Donbass, con i sistemi missilistici Javelin di produzione USA. Tra i principali motivi (ufficiali) di tanta premura, c’e il timore di un’imminente invasione russa, suscitato dalla concentrazione di truppe da parte della Russia. A preoccupare Kiev, sono in particolare le informazioni provenienti da satelliti Maxar (di produzione statunitense) e dei satelliti europei Sentinel sull’afflusso di militari in due basi russe vicine al confine con l’Ucraina: Soloti, collocata a 25 km dal confine russo-ucraino, e Valuyki, di minori dimensioni, situata 15 km a Nord della stessa frontiera. A maggio, peraltro, i servizi di sicurezza ucraini hanno accusato Mosca di aver dispiegato 100.000 soldati in prossimità del confine, lo stesso numero suggerito circa un mese prima dall’Alto rappresentante UE per gli affari esteri e la sicurezza, Josep Borrell. Di conseguenza, Kiev ha optato per una tattica della deterrenza basata sulla pressione diplomatica: il 15 dicembre, a Bruxelles, Zelensky, pur dichiarandosi disponibile al dialogo con il Cremlino, aveva esortato le cancellerie euro-atlantiche di imporre sanzioni preventive alla Russia. Inoltre, aveva auspicato un impegno maggiore degli USA, che già da marzo si erano dichiarati pronti a intervenire a sostegno dell’Ucraina. La scorsa settimana, invece, il ministro della Difesa britannico Ben Wallace ha definito “altamente improbabile” che Londra e i suoi alleati intervengano militarmente per difendere l’Ucraina da un’invasione russa, poiché il paese “non è membro della NATO”. Pur manifestando inquietudine riguardo i “preparativi militari” di Mosca, Wallace ha quindi escluso altri interventi che non siano le sanzioni economiche, strumento di pressione diplomatica.

L’aquila e l’orso

Anche se molte delle ultime dichiarazioni pubbliche del presidente USA Joe Biden e del Segretario di stato Antony Blinken nei confronti della Russia non sono state tra le più concilianti, l’attuale amministrazione democratica sembra preferire una condotta oscillante tra proclami muscolari e tentativi di distensione, anche perché il fronte con la Russia, verosimilmente, inquieta meno di quello con la Cina. Così, dopo l’incontro bilaterale tra Biden e il suo omologo russo Vladimir Putin (nel corso del quale ha parlato solo di sanzioni in caso di invasione russa dell’Ucraina), e la visita in Ucraina e in Russia di Karen Donfried, vice-segretaria di Stato USA per gli Affari europei ed eurasiatici, il 21 dicembre Blinken ha esortato Mosca a ridurre la presenza di soldati vicino al confine con Kiev, proponendo un colloquio con il Cremlino a gennaio. Dal canto suo, la Russia, che ha sempre smentito le accuse di pianificare un’invasione dell’Ucraina, ha sottolineato che gli USA non hanno ancora fornito una risposta in merito alle due bozze di accordo sulle “garanzie di sicurezza” richieste ai paesi NATO, soprattutto sull’interruzione delle attività militari in Europa orientale e in Asia centrale. Respinta, sul momento, dalla NATO, la proposta russa include, inoltre, la richiesta all’Alleanza atlantica di non aprire le sue porte a Georgia e Ucraina. In sostanza, Mosca, avvertendo la pressione crescente di Washington e dei suoi alleati, mira a evitare l’accerchiamento, attestandosi su una posizione essenzialmente difensiva. Putin, infatti, teme l’integrazione dell’Ucraina nella NATO, poiché comporterebbe un pericoloso avvicinamento al confine russo di eserciti di paesi ostili. Timori comprensibili, considerando che il 14 dicembre Kiev ha approvato un progetto di legge che autorizza truppe straniere a partecipare a esercitazioni militari in territorio ucraino, nel 2022. D’altronde, l’8 dicembre Roger Wicher, membro della Commissione per l’intelligence militare del Senato statunitense, aveva dichiarato all’emittente Fox News di non escludere un intervento militare di Washington in difesa dell’Ucraina, ivi incluso il ricorso ad armi nucleari. Inoltre, il 21 dicembre il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha accusato gli USA di aver dispiegato un contingente di circa 8.000 soldati in Europa orientale, e di aver inviato 120 dipendenti di compagnie militari private nel Donbass. In questa regione, quattro giorni prima, secondo il ministro della Difesa ucraino, un soldato di Kiev è morto e un altro è rimasto gravemente ferito durante un attacco dei separatisti russi.

Pantano europeo

In un quadro di tensione crescente nella regione orientale del vecchio continente, il 21 dicembre Putin ha minacciato di rispondere con “misure adeguate, militari e tecniche” se i “colleghi occidentali” manterranno la loro linea aggressiva nei confronti di Mosca, denunciando le manipolazioni strumentali del diritto internazionale degli USA, che lo chiamano in causa solo quando favorisce i loro interessi strategici. La sindrome di accerchiamento russa, del resto, potrebbe essere alimentata dal silenzio dell’Europa, benché siano gli ultimi giorni di presidenza slovena del Consiglio dell’Unione. Qualche possibilità di cambiamento vi sarà, se la Francia (cui spetta la presidenza del Consiglio dell’unione da gennaio a giugno 2022) manterrà il proposito di annoverare il Balcani tra le sue priorità, ma finora Bruxelles sembra preferire il ruolo di sponda alla NATO, o di amplificatore delle pressioni USA contro la Russia. Ne è un esempio l’imposizione di sanzioni ai danni di Mosca a partire dal 2014, ovvero dall’esplodere del conflitto russo-ucraino. Significativa, anche se solo sul piano simbolico, è stata anche l’attribuzione del Premio Sakharov da parte del Parlamento europeo a forze politiche e personaggi ostili al Cremlino: lo scorso anno era stato il turno dell’opposizione bielorussa, mentre quest’anno è stata la volta del controverso dissidente russo Alexey Navalny. Da Berlino, intanto, l’ex cancelliera Angela Merkel ha recentemente sostenuto la necessità che l’UE sia pronta ad adottare nuove sanzioni ai danni della Russia, nel caso in cui si acuisca la tensione in Ucraina o al confine tra Bielorussia e Polonia. Alla stessa linea sembra attenersi il nuovo governo tedesco, la cui ministra della Difesa Christine Lambrecht, durante una visita diplomatica in Lituania, ha detto che il dialogo sulle proposte di accordo inviate dalla Russia alla NATO è necessario, ma che Mosca non deve imporre all’Alleanza atlantica le sue posizioni. Un inasprimento delle relazioni russo-tedesche si era verificato già a novembre, quando Berlino aveva sospeso il processo di approvazione per il gasdotto Nord Stream 2, che porta gas dalla Russia, a causa di un ostacolo giuridico. All’inizio di dicembre, a seguito della condanna (non ancora con sentenza definitiva) da parte di un tribunale tedesco di un uomo accusato di aver ucciso, a Berlino, Zelimkhan Khangoshvili, ex capo della guerriglia cecena, la Germania, alla luce dei sospetti di un coinvolgimento del Cremlino, aveva espulso due diplomatici russi. Negli ultimi giorni, Mosca ha quindi espulso due diplomatici tedeschi, ma un altro segnale è giunto il 18 dicembre dalla Svizzera, che ha estradato negli USA un uomo d’affari russo sospettato di legami con il Cremlino, ma che sarà processato per “insider trading”.

Parigi è su su due fronti, anzi su tre

Meno allineata su posizioni atlantiste (soprattutto dopo la mancata presa di posizione dei paesi NATO sullo scontro tra Parigi e Ankara) appare, invece, la Francia, orientata piuttosto a un equilibrio tra la difesa dell’integrità territoriale ucraina, coerente con la linea anti-separatista del presidente francese Emmanuel Macron, e l’apertura al dialogo con Mosca. Del resto, con quest’ultima, Parigi ha un proprio contenzioso aperto, legato alla presenza di mercenari russi del gruppo militare privato Wagner nel Sahel, che tradizionalmente fa parte dell’area di influenza dell’Esagono, nel cui impero coloniale era un tempo integrato. Infatti, è su iniziativa francese che l’UE ha imposto sanzioni contro questo gruppo, accusato di destabilizzare l’Africa. In clima di campagna elettorale (le presidenziali sono previste per il 10 aprile 2022), d’altro canto, uno dei bersagli geopolitici prediletti è la Turchia: dalle accuse di Macron agli imam di origine turca di istigare il separatismo tra i cittadini francesi di religione musulmana, ai molteplici richiami al “genocidio armeno” (definizione inaccettabile per la Turchia, che lo definisce un “massacro”). La destra francese, peraltro, dai gollisti guidati da Valérie Pécresse, all’estrema destra di Eric Zemmour, ha lanciato un appello a difendere l’Armenia cristiana: posizione antiturca, ma anche un richiamo rivolto ai francesi di origine armena, che sono circa 600.000, e soprattutto all’elettorato cattolico, sensibile alle sofferenze di un paese cristiano circondato da regioni a maggioranza musulmana (negli anni ‘80, in luogo dell’Armenia, c’era il Libano, devastato dai conflitti confessionali). Parigi potrebbe dunque cercare un vantaggio da una posizione di sostanziale debolezza rispetto a quella delle potenze statunitense, russa e cinese, ma di forza rispetto ai suoi partner europei. Inclusa la Germania, che, pur godendo di una potenza economico-finanziaria nettamente superiore a quella francese, ha concentrato le sue mire geostrategiche sul continente europeo. Questo è stato reso possibile dal sostegno che gli USA hanno fornito alla proiezione della potenza tedesca nei Balcani e in Europa orientale, a partire dagli anni ‘90. Le stesse regioni che, un tempo parte della sfera di influenza sovietica, dilaniate da conflitti etnico-confessionali dopo la caduta dei governi comunisti, rischiano oggi di essere teatro di un prossimo conflitto per procura tra Stati Uniti e Russia, così come l’Indo-Pacifico rischia di esserlo per lo scontro “da remoto” tra Stati Uniti e Cina. Soprattutto se l’Europa non si deciderà a varcare la soglia della maturità geopolitica.