26 Settembre 2022

Balcani: l’incubo della dissoluzione

Dopo due giornate di colloqui nei Balcani, tra Elbasan e Tirana, per l’iniziativa “Open Balkan”, i presidenti di Serbia, Macedonia del Nord e Albania firmano accordi per la libera circolazione di persone, capitali, beni e servizi; intanto l’inasprimento della rivalità tra le potenze fa riemergere i nazionalismi, sempre pronti a risvegliarsi in società dissestate

La triplice intesa

La seconda giornata di colloqui tra il presidente del Consiglio albanese Edi Rama e i suoi due omologhi, il serbo Aleksandar Vučić e il macedone Zoran Zaev, si è conclusa, il 22 dicembre, con la stipula di sei accordi, concernenti l’abolizione delle barriere doganali, l’accesso al mercato del lavoro, l’interconnessione dei sistemi di identificazione elettronica, la medicina veterinaria, l’agricoltura, con l’obiettivo di sancire la libera circolazione di persone, capitali, merci e servizi. Altri due accordi di cooperazione bilaterale sono stati firmati, rispettivamente, da Albania e Serbia e da Albania e Macedonia del Nord. La finalità dei colloqui, che si sono tenuti il primo giorno a Elbasan e il secondo a Tirana, è la creazione di un’area senza confini, che faciliti un mercato aperto, garantendo libertà di investimento da parte di individui ed entità dei paesi segnatari, nell’attesa, che appare ancora lunga, dell’adesione all’Unione Europea (UE). Il prossimo incontro febbraio 2022 a Skopje “Siccome l’Europa non ci invita, siamo costretti a lanciare continuamente iniziative per ‘europeizzare’ la regione e offrire una vita migliore ai nostri cittadini”, ha commentato Zaev, aggiungendo che l’iniziativa ha dimostrato che “i nostri tre paesi non intendono essere ostaggio dei fallimenti del processo di integrazione europea”. Rama, da parte sua, ha definito gli accordi come “una prova tangibile” del fatto che Open Balkan “si spinge oltre” quanto discusso nella serie di incontri nel quadro del processo di Berlino, manifestando il desiderio che al prossimo vertice partecipino anche Italia, Grecia e Ungheria, per avviare un percorso da compiere “insieme all’UE”. Infine, Vučić ha sottolineato che “ciò che stiamo facendo è portare risultati tangibili ai nostri cittadini”, ragion per cui ogni paese della regione può aderire all’iniziativa.

Assenze significative e orizzonti di gloria (atlantica)

L’auspicio di una partecipazione più ampia, è stato espresso dal Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Olivér Várhelyi, intervenuto in videoconferenza ai colloqui. Secondo quest’ultimo, non è stata l’UE a ideare Open Balkan, ma dai paesi firmatari, che “hanno compreso l’importanza dell’integrazione regionale”. Un riferimento, anzitutto, al cammino di Belgrado, Skopje e Tirana verso l’integrazione nell’UE, anche se la Serbia ha avviato i negoziati per la piena adesione, mentre Albania e Macedonia del Nord sono ancora alle fasi iniziali, a causa del veto della Bulgaria (Parigi ha ritirato il suo veto nel 2020). Inoltre, il discorso di Várhelyi collega Open Balkan ai sette incontri del processo di Berlino, lanciato dalla Germania nel 2014, cui partecipavano tutti i paesi dei Balcani occidentali, nella prospettiva di una futura inclusione nell’UE. Nondimeno, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Kosovo, che Rama, Zaev e Vučić hanno esortato con insistenza ad aderire, non hanno preso parte all’iniziativa, motivando, ciascuno a suo modo, la loro scelta: Sarajevo e Podgorica ritengono che Open Balkan non apporti benefici, anche perché libertà di mercato e di circolazione sono già previste dai vari trattati bilaterali e dal Central European Free Trade Agreement (CEFTA), che oggi interessa Moldavia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord e Albania, e il cui obiettivo è facilitare l’accesso all’UE e all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (NATO). Quanto al Kosovo, le contrarietà sono legate soprattutto alla partecipazione della Serbia, che non riconosce l’indipendenza di Priština.

Le potenze si misurano (ancora) nei Balcani?

In realtà, il rischio maggiore è che l’iniziativa si traduca nell’ennesimo processo balcanico innescato dall’esterno, con risultati altrettanto (se non più) disastrosi. Queste sono state infatti le sorti degli accordi firmati sotto l’egida statunitense: a partire dagli accordi di Dayton, che hanno stabilito per la Bosnia Erzegovina un quadro istituzionale macchinoso, che ha mantenuto la tendenza a incepparsi a causa dell’intransigenza, spesso legata a esigenze elettorali, delle classi politiche che governano le sue due entità, quella croato-bosniaca e quella serba. Attualmente la Bosnia Erzegovina si trova sull’orlo dell’implosione, mentre il membro serbo della presidenza, Milorad Dodik preme per la scissione, anelando all’annessione alla Serbia e trovando sponda e supporto finanziario nell’Ungheria di Viktor Orbán. Parimenti controverso è lo status del Kosovo, la cui indipendenza è lungi dall’essere riconosciuta, persino da tutti i paesi europei (tra gli Stati che ne rigettano la legittimità, non ci sono solo Russia e Cina, ma anche Spagna e Grecia). Il principale problema dei Balcani, infatti, è che si tratta del terreno ideale per un conflitto per procura, data la complessità etnico-confessionale del tessuto sociale, peraltro venuta alla luce con l’affermarsi nel continente europeo del concetto di Stato-nazione. Da questo punto di vista, gli accordi tra Serbia, Macedonia del Nord e Albania sono stati firmati in un contesto delicato. Viste le tensioni crescenti sul fronte orientale (Bielorussia, Ucraina), il controllo territoriale dei Balcani, al pari del dominio marittimo nell’Indo-Pacifico, è importante ai fini della partita geopolitica in atto. Il 17 dicembre, il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato a Varsavia, accompagnato dal ministro degli Esteri, mentre il presidente francese Emmanuel Macron è stato accolto in Ungheria, dove ha presentato la sua agenda per la presidenza europea di Parigi.

Le mani sulla regione

Se i Balcani sono una priorità tanto per Berlino, per contenere l’espansione geopolitica della Russia, quanto per Parigi, che sogna una “sovranità strategica” dell’Europa, anche in funzione anti-turca, neppure Washington è rimasta a guardare. Nel 2020 l’ex presidente Donald Trump aveva riunito il presidente serbo con il suo omologo kosovaro per far firmare loro accordi di natura essenzialmente economica, ma la sua attenzione era concentrata piuttosto sul reciproco riconoscimento tra Kosovo e Israele. Diversa la prospettiva strategica sulla regione del nuovo inquilino della Casa Bianca, Joe Biden: a novembre sia l’ambasciatore statunitense in Serbia Antony Godfrey, sial’inviato speciale USA per i Balcani Gabriel Escobar, hanno assicurato il pieno sostegno di Washington a Open Balkan, come parte del processo di inclusione nell’UE, rimarcando tuttavia che il suo successo è strettamente legato alla partecipazione dell’intera regione. Inoltre, alla cena conclusiva della prima giornata di colloqui, il 21 dicembre, con Vučić, Rama e Zaev, hanno preso parte Jim O’Brien del think tank statunitense Atlantic Council e Alex Soros, della Open Society Foundation. Mentre Russia e Cina, per ora, hanno mantenuto il silenzio sul tentativo di creare uno spazio di libera circolazione nei Balcani, il 22 dicembre, il presidente del parlamento turco Mustafa Şentop ha incontrato a Belgrado il suo omologo serbo Ivica Dačić, per discutere dell’importanza della pace e della stabilità nei Balcani e del ruolo che vi gioca la Turchia, in particolare nel gettare un ponte tra serbi e bosgnacchi. Di fondamentale importanza, ha sottolineato Dačić, sono le relazioni “fraterne e amichevoli” tra Serbia e Turchia, che erano state tra i motivi della sua visita ad Ankara di qualche giorno prima, centrata sul progetto turco per la ferrovia tra Belgrado e Sarajevo.

Ecosistemi a rischio

Mentre Rama, Vučić e Zaev erano impegnati nella prima giornata di riunioni, a Elbasan, Sali Berisha, ex presidente del Consiglio albanese e fondatore del Partito democratico (PD), guidava un’accesa protesta di piazza contro Open Balkan, che, a suo dire, imporrebbe l’egemonia serba sulla regione. Le manifestazioni si sono svolte per lo più pacificamente, ma una delle bandiere serbe innalzate (assieme a quelle degli altri due capi di Stato coinvolti) su una delle strade per cui passavano i manifestanti è stata incendiata. Berisha, che capeggia una delle due correnti del PD, opposta a quella di Lulzim Basha, rappresentante delle nuove generazioni, ha fatto quindi ciò che le classi politiche balcaniche hanno fatto per anni: cavalcare l’onda dei nazionalismi per affermarsi sullo scenario politico dei rispettivi paesi. Anche perché, privato del sostegno internazionale (incluso quello del suo ex alleato statunitense) dagli scandali di corruzione in cui è coinvolto, non ha altre alternative se vuole evitare di essere escluso dalle prossime competizioni politiche. Si tratta, tuttavia, di un gioco pericoloso, poiché i nazionalismi, che si sono insinuati nella regione, spesso con qualche sostegno esterno, dopo la caduta dei sistemi comunisti, oltre ad aver causato conflitti fratricidi, tra popolazioni che avevano convissuto pacificamente per secoli, hanno distrutto il tessuto delle società dei singoli paesi. Talvolta manifestandosi in forme grottesche, come quella dei Giannizzeri, nome che si è dato un manipolo di tifosi ultranazionalisti del Partizan, squadra di calcio belgradese. Rispetto agli anni ‘90, inoltre, Internet ha fornito a gruppi e organizzazioni nazionaliste la possibilità di diffondere i propri proclami senza costi e mantenendo l’anonimato, diffondendo odio e diffidenza in società in cui la rabbia sociale fatica spesso a trovare canali di dissenso costruttivi. Un’eccezione sembra essere la protesta collettiva, organizzata “dal basso” in difesa dell’ambiente. Ne sono esempi le battaglie vittoriose condotte in Albania contro la costruzione di dighe sul fiume Vjosa, e, ultimamente, in Serbia per lo stralcio della legge di esproprio che avrebbe dovuto permettere la realizzazione di una miniera di litio a Loznica, finanziata dalla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto.