25 Settembre 2022

Orizzonti di riarmo

Il secondo decennio del secolo si apre all’insegna del riarmo e delle tensioni attorno alle tre principali potenze: gli Stati Uniti puntano alla conservazione, Russia e Cina alla ridefinizione degli equilibri mondiali

Tra globalizzazione e multilateralismo

L’epoca di transizione geopolitica che il mondo vive da oltre un decennio sembra essere entrata in una nuova fase di riarmo, caratterizzata al contempo da un’intensificazione dell’attività diplomatica e dall’espansione dell’industria bellica, in particolare nei settori tecnologicamente più avanzati. Contestualmente, si assiste al tentativo delle grandi e medie potenze di porsi al centro di alleanze strategiche, mirate al perseguimento dei propri interessi geopolitici, e di dar vita a intese tattiche, con finalità piuttosto difensive. Anzitutto gli Stati Uniti, che soprattutto nell’ultimo decennio si sono visti insidiare quell’egemonia mondiale che avevano conquistato mediante la globalizzazione dopo l’implosione dell’Unione sovietica. Infatti, a partire dall’inizio degli anni Duemila, si sono gradualmente affacciate sullo scacchiere mondiale due potenze mondiali emergenti: in primo luogo la Russia, che deve la sua ascesa alla lunga permanenza a capo del paese di Vladimir Putin entrato in carica nel 1999 con incarico ad interim, quindi eletto nel maggio del 2000 presidente della Federazione russa; in secondo luogo la Cina, che, dopo l’umiliazione subita dalle potenze coloniali europee nel XIX secolo, e dopo essere riuscita a evitare i contraccolpi del crollo sovietico grazie all’opera riformatrice dell’ex presidente Deng Xiaoping, ha dimostrato di saper trarre dagli ingranaggi del mercato globale grandi profitti, persino maggiori di chi ne fu l’artefice. Se Mosca recupera il modello sovietico della difesa della profondità strategica all’interno di un assetto mondiale multipolare, fondato sulla coesistenza pacifica, Pechino coltiva il suo sogno revanscista. A prescindere dalle differenze, rispetto al modello statunitense, sul piano dell’organizzazione politica interna e nella concezione delle relazioni internazionali, né la Cina, né la Russia intendono contrapporre alla superpotenza Usa un’idea alternativa di sistema di produzione. Così, mentre durante la guerra fredda Washington portava avanti una propaganda basata sull’antinomia ideologica tra un blocco capitalista democratico e uno comunista autoritario, oggi tenta di rispolverarla come un’opposizione tra democrazie e regimi autocratici, priva, tuttavia, di implicazioni concrete poiché non tiene conto dell’ineludibilità delle dinamiche che caratterizzano il capitalismo neoliberista.

Washington difende il suo impero

Nondimeno, la retorica che il presidente Usa Joe Biden ha recuperato dalla presidenza di Bill Clinton serve a ribadire la necessità di tenere in vita, e nel caso espandere, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (Nato), per il mantenimento della supremazia mondiale statunitense e degli equilibri e squilibri mondiali che essa comporta. Un assunto niente affatto scontato, se si considera che, sin dagli anni ‘60 del secolo scorso, in piena guerra fredda, c’era chi considerava la piena integrazione nell’alleanza più come una menomazione dei propri interessi strategici che come una garanzia di protezione. Infatti, la Francia, prima durante il governo presieduto da Félix Gaillard, poi sotto la presidenza del generale Charles de Gaulle, abbandona il comando integrato della Nato e sceglie di perseguire autonomamente la strategia della dissuasione, lanciando un proprio programma nucleare militare. Inoltre, una volta sciolto il Patto di Varsavia, nel 1991, si tornò a discutere sull’opportunità e sulla legittimità di tenere in piedi un’alleanza militare che non avrebbe più avuto una controparte. Nondimeno, furono gli Usa, rimasti a quel punto l’unica superpotenza mondiale, a reinventare la funzione della Nato: smantellare quanto restava della sfera di influenza sovietica, estendendovi il dominio statunitense con il pretesto di interventi umanitari o di stabilizzazione e pacificazione. Come fonte di legittimità, al posto della minaccia sovietica, gli Usa scelsero l’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu), organismo sovranazionale concepito per essere al di sopra delle parti, favorendo la trasformazione della Nato nel baluardo della globalizzazione a guida Usa e dell’Onu nella fonte della sua legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale. Non a caso, mentre durante la guerra fredda l’alleanza si limitò a organizzare esercitazioni, dagli anni ‘90 del secolo scorso si lanciò in operazioni militari, spesso legate a risoluzioni Onu, e concentrate nei Balcani, primo tassello della conquista dell’ex blocco comunista. Successivamente, l’area di intervento si estese al Medio Oriente e all’Asia centrale, all’insegna della guerra al terrorismo di matrice fondamentalista islamica.

Compagni d’armi

Di contro, da quando, circa un decennio fa, la Cina ha iniziato a insidiare il primato statunitense, dapprima a livello economico, quindi a livello geopolitico, il ricorso alla Nato non appariva più sufficiente. Tanto più che la tendenza a legittimarne le campagne belliche come estremi rimedi per garantire l’attuazione di risoluzioni dell’Onu non avrebbe potuto funzionare con le due potenze emergenti, Russia e Cina, entrambe membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Pertanto, Washington, mantenendo costanti gli sforzi per l’allargamento della Nato in Europa orientale per esercitare pressioni sul Cremlino, ha instaurato altri partenariati, non sempre esplicitamente militari, in aree strategicamente rilevanti per il contenimento delle potenze rivali. L’ultimo in ordine di tempo è l’alleanza militare tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito (Aukus), ufficializzata a settembre 2021 con l’obiettivo specifico di contenere e contrastare l’espansione cinese nell’Indo-Pacifico. Risale al 2007, invece, l’avvio del Dialogo del quadrilatero di sicurezza, conosciuto come Quad, un’intesa militare e diplomatica, lanciata dal Giappone con il supporto statunitense, e alla quale hanno preso parte l’India e l’Australia (temporaneamente uscita quando era Primo ministro Kevin Rudd). Per la prima volta, dunque, l’India, che durante la guerra fredda aveva contribuito a fondare il movimento dei paesi non allineati, ha preso posizione nella contesa geopolitica in atto. Dal canto suo, l’Australia ha aderito sia al Quad, sia ad Aukus, cedendo alle pressioni statunitensi, nonostante le ripercussioni negative sulla sua economia (in buona parte dipendente da Pechino). Inoltre, dall’insediamento alla Casa Bianca di Biden, Washington si è impagnata a integrare nel suo sistema di alleanze l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) costituita da Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. Il principio della sua creazione, nel 1967, è lo stesso che ha portato all’istituzione della Comunità economica europea (1957), oggi Unione europea, alla quale l’Asean si ispira anche nel funzionamento, soprattutto dopo l’adozione, nel 2007, di una sorta di statuto fondativo, chiamato Carta. Come il progetto di integrazione europea era nato per contrastare eventuali espansioni sovietiche nel Vecchio continente, così il processo di integrazione del Sudest asiatico è stato favorito da Washington prima per impedire la diffusione dei sistemi comunisti in Asia, poi per esercitare pressioni sulla Russia e al contempo contenere l’espansione economica cinese.

Mosca gioca in difesa, almeno per ora

Negli anni ‘90, la Russia, riemersa dalle ceneri sovietiche, ricevette dagli Usa un altro duro colpo: la fondazione, nel 1997, dell’Organizzazione per la democrazia e lo sviluppo economico, nota con l’acronimo Guam, tratto dai nomi dei paesi membri: Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldavia (l’Uzbekistan). Nel timore che la permanenza in vita della Nato costituisse una minaccia, Mosca già nel 1992 era corsa ai ripari, siglando, con Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan (quest’ultimo uscito nel 2012), il Trattato di sicurezza collettiva, un’alleanza militare tra paesi già appartenenti alla Comunità di Stati indipendenti. L’anno successivo vi entrarono l’Azerbaijan e la Georgia, che ne uscirono nel 1999, e la Bielorussia, mentre dal 2013 Serbia e Afghanistan hanno lo status di osservatori. Tuttavia, gli interventi Nato nei Balcani nell’ultimo decennio del secolo scorso, indussero Mosca, all’inizio degli anni Duemila, a scegliere modi diversi dalla corsa all’espansione della propria sfera di influenza, per affermare il proprio peso geopolitico di fronte alla potenza statunitense: il cyberspazio e la produzione e vendita di armamenti. Nel primo caso, con la creazione di una rete internet «sovrana». Quanto all’industria bellica, negli ultimi anni, la competizione tra Russia e Usa si è concentrata sulla messa a punto di sistemi di difesa antimissile tecnologicamente avanzati, la cui vendita è strumento essenziale per tessere reti di alleanze militari, non necessariamente formalizzate da trattati. A titolo di esempio, lo scorso anno, Washington ha finanziato e testato sul suo territorio il sistema di difesa missilistica israeliano Iron Dome, prodotto da Raytheon ma con licenza Rafael, ha sperimentato altresì il radar tridimensionale AN/MPQ-64A4 Sentinel, che sarà impiegato nella sostituzione del precedente sistema Patriot, datato alla guerra del Golfo del 1990. A febbraio 2021, inoltre, gli Usa e Israele hanno iniziato a lavorare su un sistema di nuova generazione, chiamato Arrow 4, che dovrebbe rimpiazzare Arrow 2 e Arrow 3. La Russia, da parte sua, dopo aver concepito il sistema di difesa antiaerea e antimissile S-400 Triumph (più sofisticato e meno costoso del Patriot), il 29 dicembre ha annunciato l’entrata in funzione di un nuovo dispositivo, l’S-550, ideato per neutralizzare i missili ipersonici.

Margini di manovra

Sempre in ambito militare, peraltro, negli ultimi anni si sono intensificate simulazioni e test, a partire dalle esercitazioni congiunte di Russia e Cina: Vostok 2018 in Siberia e nell’estremo Oriente russo, con il coinvolgimento di tutti i reparti delle forze armate; Kavkaz 2020, tra l’Oblast di Astrakhan e i bacini del Mar Nero e del Mar Caspio, cui oltre alla Cina hanno partecipato Armenia, Bielorussia, Iran, Myanmar e Pakistan; Interaction/Zapad 2021 (agosto), nella regione cinese del Ningxia, nel quadro della lotta al terrorismo; Joint Sea 2021 (ottobre) nel Mar del Giappone. A settembre, invece, è stata la volta di Zapad 2021, in cui sono state impegnate Russia e Bielorussia, e delle imponenti manovre, esclusivamente russe, nella regione dell’Artico. Infine, a dicembre, Mosca ha organizzato esercitazioni navali assieme ai paesi dell’Asean. Il Cremlino ha sempre specificato pubblicamente che si tratta di misure difensive, in risposta alle attività crescenti della Nato e degli Usa in prossimità del territorio russo e in mancanza (almeno finora) di garanzie di sicurezza da parte delle cancellerie occidentali. Tra le operazioni di addestramento organizzate da Washington, spicca Defender Europe 2021, che è stata definita l’esercitazione più rilevante a livello numerico dall’epoca della guerra fredda. Ad essa hanno infatti partecipato più di 28mila soldati provenienti da 26 paesi, che per oltre tre mesi si sono dispiegati tra Balcani (dall’Albania), Europa orientale, Mar Nero e Mar Baltico, per testare la capacità di reazione e di interazione delle forze statunitensi e dei loro alleati. Solo a settembre,poi, gli Usa hanno lanciato due grandi esercitazioni in Ucraina, insieme alle forze armate di Kiev: Rapid Trident 2021, in Ucraina occidentale; manovre di addestramento presso Odessa, sul Mar Nero; United Efforts 2021, con la partecipazione di 15 Stati; infine Resolute Dragon, condotte a dicembre assieme al Giappone, sull’intero territorio di quest’ultimo. Oltre a queste imponenti manovre, a suscitare inquietudine a Mosca è l’atteggiamento ambivalente degli Usa, che oscillano tra minacce e tentativi di distensione: il colloquio telefonico tra Biden e Putin del 30 dicembre, dedicato alla questione ucraina, dovrebbe essere preludio agli incontri di gennaio tra rappresentanti russi, statunitensi, della Nato e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), dai quali il Cremlino attende da Washington garanzie di non aggressione.

Pechino: le nuove vie della seta

Attualmente infatti, i maggiori timori di Washington riguardano l’ascesa della Cina, che, a differenza di Russia e Stati Uniti, ha fatto del partenariato economico, piuttosto che dell’intesa militare, lo strumento essenziale della proiezione della sua potenza nel mondo. Soprattutto da quando, nel 2012, è giunto alla presidenza della Repubblica popolare Xi Jinping, la cui visione strategica è sintetizzata nelle cosiddette nuove vie della seta, chiamate dai cinesi con l’espressione «una cintura, una via», cui hanno aderito una sessantina di paesi sparsi tra Asia, Europa, Africa e America Latina. Tra questi, figurano Stati che gli Usa hanno escluso dal loro sistema di alleanze o con i quali hanno relazioni tese, come l’Iran o il Venezuela, ma anche alleati di Mosca, come la Bielorussia, e alleati di Washington, come Ucraina e Polonia. Annunciato nel 2013 e ufficializzato nel 2015, il progetto rappresenta la concezione attuale di Pechino del mercato globale. Una prospettiva fortemente ancorata a un modello di sviluppo produttivista, analogo a quello del capitalismo neoliberale, ma che non impone restrizioni all’adesione dei paesi legate a considerazioni ideologiche pretestuose, come invece fanno gli Usa a guida democratica (si veda, ad esempio, il recente vertice per la democrazia organizzato da Biden) all’interno dei loro sistemi di alleanze.

Sotto lo stesso cielo: anelito cinese all’unità

A tal proposito, Pechino accusa Washington di ricorrere a un doppio standard di giudizio, bollando come autoritari i governi di Stati rivali, o ai quali lanciare un monito (come, ultimamente, la Turchia), e annoverando tra le democrazie paesi sui quali si concentrano i loro interessi geopolitici. Per lo stesso motivo, di fronte alle accuse di violazione dei diritti umani ai danni degli uiguri del Xinjiang, o di mancato rispetto delle libertà democratiche di Taiwan e Hong Kong, le autorità cinesi hanno risposto invitando gli Usa a occuparsi delle discriminazioni subite nel loro territorio dagli afroamericani. D’altronde, l’Impero del centro esercita la propria influenza attraverso sistemi di alleanze propri, come l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai, erede del Gruppo di Shangai, costituito nel 1996 da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan e in seguito aperto a Uzbekistan, India e Pakistan, al fine di instaurare una cooperazione politica, economica e difensiva. Frattanto, sotto le crescenti pressioni statunitensi, Pechino e Mosca hanno cercato un terreno comune, sul quale impostare un’alleanza tattica, economica e di sicurezza, non solo per fronteggiare le minacce provenienti dal terrorismo, ma anche per opporre un fronte il più possibile unito al sistema di alleanze degli Usa. A livello militare, intanto, la Cina sta sperimentando missili ipersonici di propria produzione, come ha fatto di recente anche la Russia, e conduce poche ma essenziali esercitazioni. Come quelle effettuate tra settembre, ottobre e novembre nello stretto di Taiwan, il cui controllo è fondamentale per il commercio cinese e per la profondità strategica di Pechino. Operazioni volte, secondo le autorità cinesi, alla difesa della propria sovranità e alla tutela degli interessi generali. Con queste motivazioni, la Cina si è detta pronta ad adottare «misure drastiche» nei confronti di quelle forze (esterne) che premono per l’indipendenza di Taipei, che dal canto suo minaccia di rispondere a eventuali invasioni.

Tra minacce reciproche, sperimentazione di nuove armi tecnologicamente avanzate e scontri per procura, Russia, Cina e Stati Uniti rischiano di giungere alla rottura prima che un nuovo assetto geopolitico mondiale faccia in tempo a strutturarsi, visto che quello uscito dalla guerra fredda, imperniato sull’egemonia mondiale statunitense, non è più in grado di rappresentare gli attuali equilibri di forze. Anzi, rischia di esasperare i contrasti.