24 Settembre 2022

Israele: sabbie mobili

Sale la tensione in Israele e in tutto il Medio Oriente: raid israeliani sulla Striscia di Gaza in risposta al lancio di due missili; l’Egitto esorta le parti in causa a rispettare il cessate il fuoco di maggio 2021; intanto, si acuisce lo scontro tra Tel Aviv e Tehran nel giorno delle commemorazioni dell’uccisione di Soleimani e di Abu Mahdi al-Mohandis

Media sotto (cyber)attacco?

Nel giorno delle celebrazioni in onore del generale iraniano Qassem Soleimani, il comandante delle forze al-Quds ucciso il 3 gennaio 2020 in Iraq da un drone statunitense, assieme al suo alleato iracheno Abu Mahdi al-Mohandis, comandante della coalizione paramilitare sciita al-Hashd al-Shaabi, il sito del quotidiano israeliano in lingua inglese Jerusalem Post ha denunciato un attacco informatico da parte di «hacker filoiraniani». Così si legge nel secondo dei due post diffusi dall’account twitter della testata, che al contrario ha continuato a funzionare regolarmente. Vi si poteva vedere, inoltre, l’immagine comparsa al posto della pagina iniziale del sito: sullo sfondo un cielo appena velato di nubi, in basso un’esplosione, in alto una mano chiusa a pugno, con un anello dalla cui pietra rossa era scagliato in basso un proiettile o un missile; infine, una scritta in ebraico e in inglese, che minacciava: «vi siamo vicini dove non pensate». Secondo il medesimo tweet, l’immagine dell’esplosione sarebbe un riferimento allo Shimon Peres Negev Nuclear Research Center, vicino alla città di Dimona, mentre la didascalia posta sotto la foto esprimeva incertezza sul fatto che gli hacker avessero agito dall’Iran, o che fossero invece sostenitori di Tehran al di fuori del territorio iraniano, con o senza il sostegno della Repubblica islamica. Nello stesso attacco, inoltre, è rimasta coinvolta anche la pagina twitter dell’agenzia stampa israeliana Maariv, appartenente allo stesso proprietario del Jerusalem Post. Anche in questo caso, l’immagine è stata rimossa rapidamente, come il post inoltrato da @ShiaEagle (pagina twitter creata la scorsa estate, e immediatamente sospesa), con una foto di al-Mohandis.

Nessuna rivendicazione, eppure…

Una volta ripristinato, il sito ha pubblicato un articolo in cui si ribadivano le accuse nei confronti dell’Iran e dei suoi sostenitori, suggerendo che l’anello da cui era scagliato il missile (o il proiettile), fosse quello indossato da Soleimani in persona. Poco dopo, un altro articolo del Jerusalem Post ha riportato i commenti a caldo del generale israeliano in pensione Yaron Rosen, attualmente presidente della compagnia di intelligence informatica Toka. Secondo lui, l’attacco informatico del 3 gennaio è un’operazione compiuta da sostenitori dell’Iran per influenzare il negoziato in corso sul programma nucleare. Per questo, ha aggiunto, questo tipo di atti continuerà, almeno finché l’uso del cyberspazio come campo di battaglia prediletto resterà «al di sotto della soglia di guerra». Rosen ha poi chiarito che nessuno ha dichiarato guerra apertamente, perché anche il lancio di missili è al di sotto di questa soglia: missili e pirateria informatica non sono, in sostanza, che armi di tipo diverso. Quanto alle motivazioni del gesto, il generale le ha individuate nell’intenzione di colpire i media israeliani, perché si rivolgono al grande pubblico. Di conseguenza, anche se azioni come questa, non causando gravi perdite, finiscono per avere solo un impatto psicologico, Rosen ha invitato ad attendersene altre in futuro e a prestare un’attenzione particolare alle infrastrutture dei trasporti, della sanità e dell’energia, che si possono considerare obiettivi sensibili. Infine, ha lanciato un monito sulla possibilità che atti simili colpiscano anche imprese private, poiché, oltre a gruppi che agiscono per fini ideologici, tra gli autori potrebbero esserci le organizzazioni criminali.

Squilibri dinamici

Il cyberattacco è avvenuto in un contesto di tensione crescente in Israele, dopo una serie di scontri tra forze armate israeliane e gruppi palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il primo gennaio, l’aviazione di Tel Aviv ha bombardato quello che ritenevano un deposito di razzi del movimento islamico Hamas (legato alla Fratellanza Musulmana), mentre i carri armati ne hanno attaccato le postazioni lungo il confine della Striscia di Gaza. Questa era stata la reazione israeliana dopo che, la mattina stessa, due missili lanciati da quei territori da «militanti palestinesi» erano caduti in territorio israeliano, senza tuttavia provocare vittime o danni materiali. Il 29 dicembre, infatti, tre civili palestinesi erano morti durante i bombardamenti dell’aviazione israeliana su altri quattro presunti siti militari di Hamas nei pressi di Gaza. Questi raid, a loro volta, intendevano rispondere al ferimento di un civile israeliano da colpi di arma da fuoco provenienti da un’enclave palestinese a Nord di Gaza, il 28 dicembre. Colpi sparati quindi lo stesso giorno della visita in Israele del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, ospite del ministro della Difesa israeliano Benny Gantz. All’incontro avevano preso parte, da un lato il capo del dipartimeto militare israeliano responsabile dei territori palestinesi, e dall’altro il ministro degli Affari civili e il capo dei servizi di intelligence dell’Anp. Al termine dei colloqui, il Ministero della Difesa di Tel Aviv aveva parlato di un accordo concluso per la regolarizzazione dello status di residenza di 6.000 palestinesi in Cisgiordania e di altri 3.500 nella Striscia di Gaza. Nondimeno, restano apparentemente irrisolti i due principali nodi del conflitto: la colonizzazione israeliana e lo scambio di prigionieri tra Tel Aviv e Hamas.

Scacco al faraone?

D’altronde, episodi di violenza, sia pure di brevi intensità e durata, si erano verificati durante tutto il mese di dicembre, proprio mentre riprendevano i negoziati sul nucleare iraniano, in merito ai quali la posizione di israele è di netto rifiuto, essendo in gioco la supremazia regionale. Il 3 gennaio, da parte sua, il rappresentante di Tehran all’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) ha chiesto ufficialmente al Consiglio di sicurezza di processare Usa e Israele per l’omicidio di Soleimani. «Allarmato» per l’inasprirsi delle ostilità, Tor Wennesland, coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, a dicembre aveva esortato tutte le forze politiche coinvolte a rifiutare la violenza. Il 2 gennaio, gli hanno fatto eco gli apparati di sicurezza del Cairo, che hanno chiesto a Israele e ai gruppi palestinesi di deporre le armi, al fine di preparare un terreno di dialogo per raggiungere una «tregua incondizionata». Nessuna delle parti in conflitto, infatti, ha rispettato finora il cessate il fuoco di maggio 2021. In realtà, l’interesse egiziano a presentarsi come mediatore agli occhi di Israele è legato anche alla decisione di Tel Aviv di non revocare l’accordo che la Europe Asia Pipeline Company aveva concluso con una società emiratina per la costruzione di un oleodotto tra i porti di Eilat, sul Golfo di Aqaba, e di Askhelon, sul Mediterraneo orientale. Ciò consentirebbe agli Emirati arabi uniti di trasportare il loro petrolio in Israele e, di qui, fino ai mercaati europei, riducendo le attività (e di conseguenza il peso geopolitico) del Canale di Suez. Per ora, l’Egitto può ancora sperare nelle restrizioni che il Ministero israeliano per la Protezione dell’Ambiente potrebbe porre alla realizzazione dell’oleodotto, in particolare sulla riduzione della sua portata.