27 Settembre 2022

Sudan: colpi e contraccolpi di Stato

Sudan – L’ingente dispiegamento di truppe, a Khartoum e nelle città vicine, non impedisce l’esplodere delle proteste, dopo le dimissioni del primo ministro; il processo di assestamento tra poteri civili e militari è complicato dall’intreccio di interessi geopolitici che convergono nel paese

Collera civile

Il 4 gennaio, il quotidiano Africa News ha riferito di manifestazioni nella capitale sudanese Khartoum e a Omdurman, represse dalle forze di sicurezza. Unità della polizia antisommossa, forze paramilitari e reparti dell’esercito erano stati schierati per le vie di Khartoum e delle città vicine, in previsione di nuove proteste, a seguito delle dimissioni del primo ministro Abdallah Hamdok, l’economista che per molti incarnava la speranza di una transizione dal potere marziale a un governo istituzionale. Appelli a manifestare per le strade per l’instaurazione di un potere civile, erano infatti arrivati prontamente dall’Associazione dei professionisti sudanesi, nerbo della rivolta contro i militari che si erano insediati al potere il 25 ottobre scorso con un colpo di Stato e, in precedenza, punta di diamante del dissenso verso il regime del generale Omar Bashir. Per questo, le strade d’accesso al quartier generale dell’esercito, nel centro di Khartoum, erano state chiuse dalle forze armate, che hanno nuovamente preso in mano le redini del paese, dopo le dimissioni di Hamdok. Quest’ultimo aveva ottenuto la sua prima carica di primo ministro ad agosto 2019, quattro mesi dopo il colpo di Stato militare che aveva rovesciato Bashir. Punto di arrivo temporaneo della cosiddetta rivoluzione sudanese, che, iniziata con le proteste contro il rincaro dei generi alimentari (soprattutto del pane, in un contesto di grave crisi economica e profonde diseguaglianze sociali), era divenuta una contestazione generalizzata della permanenza al potere della casta militare.

Di golpe in golpe

Ad annunciare la destituzione di Bashir, l’11 aprile 2019, era stato il suo ministro della Difesa, Ahmed Awad Ibn Auf, al quale gli Stati Uniti, dal 2007, avevano imposto sanzioni per il suo coinvolgimento nei massacri compiuti dalle autorità sudanesi nel Darfour. Nominato alla testa del Consiglio militare di transizione, egli si era dimesso dopo appena un giorno assieme al suo vice, Kamal Abdel Maarouf, nominando come suo successore il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. Una decisione maturata durante le proteste che nei giorni precedenti avevano reclamato il suo allontanamento, con lo slogan «abbiamo fatto cadere il primo, faremo cadere il secondo». Infatti, non essendo considerato né un pilastro del vecchio regime, né un possibile riferimento dei movimenti islamici, Burhan avrebbe potuto rappresentare, nelle aspettative della giunta, una forma di compromesso con le piazze. Lo avevano dimostrato la dichiarazione costituzionale e l’accordo firmati ad agosto 2019 dal numero due del Consiglio militare di transizione e dal rappresentante delle opposizioni: un compromesso che aveva consentito di tamponare la crisi mediante la nomina di un Consiglio di sovranità, costituito da 5 militari, 5 civili, più un membro scelto di comune accordo, e presieduto da Hamdok, scelto dall’opposizione. Il suo mandato, a ottobre 2020, era stato poi prolungato di 21 mesi da un nuovo accordo tra governo e forze dissidenti, che estendeva il periodo di transizione verso un governo civile fino al 2024, data prevista per le elezioni.

Compromesso fallito

Nonostante la fiducia iniziale delle opposizioni, il 2021 è stato un anno di tensioni crescenti. Nella perdurante crisi economica, tra il malcontento della popolazione e l’insoddisfazione dei militari, il 21 settembre Hamdok denuncia di aver sventato un tentativo di colpo di Stato i cui responsabili sarebbero da individuarsi tra le «forze delle tenebre», i lealisti di Bashir, dei quali una ventina di ufficiali e una quarantina di soldati vengono arrestati nell’immediato. Poco più di un mese dopo, il 25 ottobre, dopo giorni di manifestazioni sia delle forze di opposizione, che chiedevano un passaggio definitivo di poteri ai civili, sia dei sostenitori del potere della giunta, Burhan si pone alla testa di un nuovo golpe militare, dichiarando lo stato di emergenza, sciogliendo il governo provvisorio e arrestandone gli esponenti, compreso Hamdok. Inoltre, l’11 novembre presta giuramento come presidente del nuovo Consiglio di sovranità, costituito da lui stesso escludendo i rappresentanti del dissenso. Ne sono quindi seguite violente proteste e scontri tra fazioni militari e civili, nel corso dei quali decine di manifestanti hanno perso la vita (57 finora, secondo il sindacato dei medici), finché una nuova mediazione, raggiunta il 21 novembre, ha condotto alla reintegrazione di Hamdok alla testa del Consiglio transitorio (fino al 2023) e al rilascio dei funzionari civili arrestati, ma lo scetticismo dei movimenti di opposizione sulla possibilità di condividere il potere con i militari non è stato dissipato. Al punto che gli scontri sono proseguiti fino all’inizio del nuovo anno, così come la brutale repressione delle forze di sicurezza fedeli alla giunta.

Guerra tra fazioni o conflitto per procura?

Francia, Emirati, Cina

Il 2 gennaio, Hamdok ha motivato le sue dimissioni in un discorso alla nazione, dichiarando di aver fatto «del suo meglio per impedire al paese di precipitare verso il disastro», ma che l’obiettivo di fermare lo spargimento di sangue non è stato raggiunto. Al contrario, una «svolta pericolosa» minaccia la sopravvivenza stessa del Sudan, per fronteggiare la quale serve una carta nazionale condivisa che permetta di completare la transizione verso la democrazia. Tuttavia, la partita sudanese è complicata dal convergere in essa delle rivalità tra potenze per il controllo di un territorio strategico, sia perché ricco di materie prime, sia per la sua posizione geografica. Tra i contendenti c’è, storicamente, la Francia, la cui influenza in Africa negli ultimi anni è insidiata in misura crescente a vari livelli. Sul piano economico, tra i principali antagonisti di Parigi si segnalano anzitutto gli Emirati Arabi Uniti, tra i primi investitori in Sudan anche grazie all’acquisto massiccio di terre agricole per la produzione di generi alimentari. In secondo luogo, la Cina, che ha integrato il paese e i porti strategici di Port Sudan e Suakin nelle nuove vie della seta (Belt and Road Initiative, Bri), ma già dal 1996 aveva iniziato a indirizzare i propri investitori a Khartoum. All’inizio erano per lo più partenariati economici, quasi esclusivamente nel settore petrolifero, ma in seguito la cooperazione si è estesa ad altri ambiti: dalle infrastrutture, come ferrovie, strade e dighe, agli edifici, incluso il palazzo presidenziale, fino all’industria della plastica.

Egitto, Russia, Turchia

La terza potenza ad avere interessi in Sudan è l’Egitto, che da sempre ne ha seguito da vicino gli sviluppi politici, contando, da dieci anni, sul sostegno di Khartoum nell’opposizione alla decisione dell’Etiopia di costruire una grande diga idroelettrica sul Nilo Azzurro. Quanto alla crisi politica in corso, il Cairo ha espresso preoccupazione per la sfiducia che i cittadini nutrono nei confronti delle istituzioni, e dalla polarizzazione del conflitto politico dopo il golpe del 25 ottobre. Dietro quest’ultimo, di contro, alcuni osservatori hanno intravisto l’ingerenza dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, timorosi che dalla transizione democratica possa uscire un governo a guida islamica. Nella partita sudanese, è coinvolta anche la Russia, alla quale Bashir si era rivolto dopo l’imposizione di sanzioni internazionali. Caduto il suo regime, Mosca si è impegnata attivamente per mantenere relazioni costruttive con i vari governi transitori, attribuendo la responsabilità dell’instabilità politica all’ingerenza delle potenze occidentali. L’Africa della decolonizzazione, d’altro canto, è sempre stata un terreno fertile per la proiezione di potenza russa, sin dai tempi dell’Unione Sovietica, che negli anni ‘70 accordava il suo sostegno anche ai partiti e movimenti comunisti sudanesi. Ultimamente, il Cremlino sta cercando di concludere con Khartoum un accordo per la realizzazione di una base russa sul Mar Rosso e di un centro logistico presso Port Sudan. Inoltre, su Mosca gravano le accuse di aver inviato mercenari in Sudan già dal 2013, utilizzando, negli ultimi anni, la compagnia militare privata Wagner. Tale espansione dell’influenza russa in Africa preoccupa, oltre agli Stati Uniti, anche la Turchia, il cui supporto va, invece, alle forze politiche islamiche, dal partito del Congresso nazionale del deposto Bashir, ai movimenti vicini ai Fratelli musulmani.

Washington per una transizione (o una rivoluzione) democratica

Anche gli Stati Uniti, da parte loro, sono intervenuti nella contesa: il 26 ottobre sospendendo l’invio a Khartoum di un pacchetto di aiuti da 700 milioni di dollari e sollecitando, come l’Unione europea, la restaurazione del governo legittimo; infine, il 3 gennaio, lanciando un appello per la formazione di un governo civile. Più drastica la linea del think tank statunitense Atlantic Council, secondo cui il fallimento del processo di transizione emerso dal golpe del 25 ottobre, dovrebbe invitare gli Usa a schierarsi dalla parte della rivoluzione. Una posizione rischiosa, che rischia di acuire ulteriormente non solo il conflitto politico interno in Sudan, ma anche le tensioni regionali e internazionali, in un contesto di militarismo crescente.