18 May 2022

Africa: continente alla deriva

Africa. Un continente stretto nella morsa della contesa tra le grandi e medie potenze, demograficamente logorato dalle migrazioni e dilaniato da conflitti sociali, etnico-nazionalistici e tribali, il continente africano sembra condannato alla subalternità geopolitica; l’Egitto oscilla tra fedeltà a Washington e velleità regionali

Il faraone rampante

Il 9 gennaio, il Cairo ha annunciato di aver lanciato, da tre giorni, Tabuk 5, nome dato alle esercitazioni militari congiunte con l’Arabia Saudita, mentre, nel Mar Rosso, conduce operazioni di addestramento della marina militare con gli Stati Uniti. Il fine primario è mantenere la sicurezza nel Mar Rosso, per proteggere le navi mercantili dalla pirateria, ma soprattutto dai ribelli yemeniti Houthi, che il 3 gennaio, a largo di Hodeidah, hanno sequestrato una nave battente bandiera emiratina, partita dall’isola di Socotra e diretta al porto saudita di Jizan. Il 6 gennaio, peraltro, Riyadh ha dato avvio a Safe Beach 5, esercitazione navale congiunta con la Giordania, che dovrebbe terminare il 13 gennaio. Caduta la Libia di Muammar Gheddafi, dunque, in Africa si possono individuare due poli, costituiti dai due paesi maggiormente in grado, almeno finora, di conquistare un qualche peso geopolitico: da un lato l’Egitto, fedele alleato di Washington, ma anche di Israele e delle monarchie del Golfo, che sotto la guida del presidente Abd al-Fattah al-Sissi ha scoperto una sua vocazione imperiale, benché limitata al quadro regionale; dall’altro l’Algeria, bastione del principio della non ingerenza, sostanzialmente isolazionista, ma che ora rischia di arrivare al confronto bellico con il vicino Marocco.

Il sultano dimezzato

Nessun paese africano, tuttavia, sembra in grado di prendere in mano le redini geopolitiche del continente, evitando che quest’ultimo resti preda dei nuovi colonialismi, come accadde per quelli delle epoche passate. Francia, Stati Uniti, Cina, cui ultimamente si sono accodate Russia, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, puntano dunque i riflettori sull’Africa, in cerca di materie prime e di puntelli strategici, commerciali e militari. Ad esempio, la Turchia, che già ha una sua base militare in Somalia, lo scorso dicembre ha organizzato un vertice con i rappresentanti di 39 paesi africani, per rafforzare la cooperazione militare: oltre a Marocco e Tunisia, che già acquistano droni da guerra turchi, interesse per questi ultimi è stato espresso anche da Angola, Etiopia, Togo e Nigeria. Un paese, quest’ultimo, attualmente alle prese con un’ondata di scorrerie dei gruppi armati del crimine organizzato, che ha interessato soprattutto le regioni nord-occidentali e centrali, dove le vittime sono state più di 200. Razzie, furti di bestiame, rapimenti e abitazioni incendiate, che inducono gli abitanti dei villaggi a spostarsi, accrescendo di giorno in giorno le fila degli sfollati interni, cui si aggiungono, sempre più numerosi, i dispersi. L’8 gennaio, Abuja ha definito come terroriste le bande criminali, come annunciato dal presidente Muhammadu Buhari alla televisione di Stato, ma per le autorità diventa sempre più difficile rassicurare i cittadini in un paese in cui ai cartelli criminali si aggiungono nelle regioni nord-orientali le organizzazioni islamiche radicali (da oltre un decennio), in quelle sud-orientali i movimenti separatisti.

Usa e Cina puntano sui nuovi inviati

Lo scorso 7 gennaio, il giorno dopo le dichiarazioni di Pechino sull’imminente designazione di un inviato speciale cinese per il Corno d’Africa, un comunicato del segretario di Stato statunitense Antony Blinken ha annunciato di aver affidato l’omologo incarico a David Satterfield, ex ambasciatore in Turchia, paese che ultimamente ha esteso le sue mire neo-ottomane al continente africano, rendendo appetibile una sua collaborazione sul campo. Sarà Satterfield, dunque, a sostituire Jeffrey Feltman, che ha abbandonato prematuramente, dopo nove mesi di mandato, senza aver inciso sui tre dei dossier africani più sensibili per gli Usa, per la loro rilevanza geostrategica: il Sudan, l’Etiopia e la Somalia. Nel primo caso, Washington intende monitorare lo scontro in atto tra potere civile e potere militare, spostando l’equilibrio (o gli squilibri) di forze in suo favore, a scapito dell’intraprendenza economica cinese e delle mire strategico-militari del Cremlino e con un occhio alla potenza strisciante del Cairo. L’annuncio di Pechino della nomina imminente di un inviato speciale per il Corno d’Africa, peraltro, è arrivato dal ministro degli Esteri Wang Yi, mentre era in visita in Kenya (prima era stato in Eritrea), nel quadro dell’iniziativa delle nuove vie della seta. Pechino, dunque, negli ultimi anni ha fatto dell’Africa non solo una fonte importante di materie prime, ma anche uno dei campi in cui si è dispiegata maggiormente la sua proiezione di potenza, a scapito di quella di Parigi, che per questo ha fatto del rapporto tra Ue e Africa una delle priorità della presidenza francese del Consiglio dell’Unione. In tale quadro, il Sahel rappresenta tuttavia un anello debole, perché l’instabilità politica riflette, e al contempo è alimentata, dalle rivalità di potenza.