24 Maggio 2022

Libia, Mali e corno d’Africa: frontiere morbide

Variazioni africane: Libia, Etiopia, Somalia, Mali, quattro paesi alle prese con l’impossibilità di disarmare gruppi criminali, etnici o tribali interni, e di proteggere le proprie frontiere da militari e mercenari provenienti dall’esterno

Libia: fratture tribali

Il 10 gennaio, il vicepresidente del Governo di accordo nazionale, Hussein al-Qatrani ha ricevuto l’ambasciatore turco in Libia, per discutere delle relazioni bilaterali tra i due paesi e, soprattutto, di una soluzione per la crisi politica in corso. Peraltro, il 2 gennaio, a Rabat, il presidente dell’Alto consiglio di Stato Khaled al-Mishri e il presidente della Camera del rappresentanti Aqila Saleh si erano incontrati per parlare della situazione in Libia e dell’urgenza di stabilire un quadro costituzionale all’interno del quale creare le condizioni necessarie per lo svolgimento delle elezioni. Nulla si era saputo dell’esito dell’incontro, ma secondo il quotidiano libico online The Libya Observer, ne erano stati «tenuti al corrente» il generale libico Khalifa Haftar, l’ex ministro dell’Interno libico Fathi Bashagha, il console libico in Marocco Abdel Majid Saif a-Nasr e l’ex ambasciatore libico negli Emirati Arabi Uniti al-Aref al-Nayed. Risvolti diplomatici a parte, l’ingresso nello scenario politico libico di Saif al-Islam Gheddafi sembra aver perturbato i precari equilibri esistenti, che, in sostanza, rappresentavano due opposti schieramenti internazionali: da un lato Turchia, Italia, con l’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) dalla parte del Governo di accordo nazionale; dall’altro Francia, Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita al fianco di Haftar. Saif al-Islam, in tale quadro, sembra voler conquistare l’elettorato di quest’ultimo, ma a farla da padrone in Libia sono per lo più le milizie, come testimonia un reportage di Ian Urbina pubblicato nel numero di gennaio del mensile francese Le Monde Diplomatique, dedicato alle condizioni dei migranti nei centri di detenzione. Molto potrebbe dipendere dall’atteggiamento dell’Ue, che sulla Libia conta, oltre che per il petrolio, anche per la gestione (per usare un eufemismo) dei flussi migratori dalla sponda meridionale a quella settentrionale del Mediterraneo. Altra questione, infine, è quella della presenza, in territorio libico, di mercenari russi dell’agenzia Wagner, che tuttavia dal 12 novembre scorso si starebbero gradualmente ritirando, e di soldati (e mercenari) turchi, che Ankara non ha alcuna intenzione di ritirare.

Corno d’Africa: caos coloniale

Il 9 gennaio, la Conferenza consultiva nazionale somala ha raggiunto un accordo politico per indire entro 40 giorni le elezioni della camera bassa del Parlamento (quelle del Senato erano avvenute lo scorso novembre). In tale quadro, considerando la crisi politica in cui la Somalia è stata sprofondata dal braccio di ferro tra il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed (detto Farmaajo) e il primo ministro Mohamed Hussein Roble, il Dipartimento di Stato Usa ha manifestato l’intenzione di Washington di sostenere il «cammino della pace», rappresentato da «elezioni rapide e credibili». Anche se diversi osservatori rilevano che Washington, che fino allo scorso anno sosteneva Farmaajo, avrebbe ora abbandonato il suo vecchio alleato. In Etiopia, intanto, dopo oltre un anno di conflitti armati tra il governo e il Fronte di liberazione popolare del Tigray, gli Stati Uniti puntano a portare i contendenti al tavolo delle trattative, per stabilizzare il paese ed evitare ripercussioni sul burrascoso panorama etnico del Corno d’Africa. Il Corno d’Africa, d’altronde, è una regione strategica non solo per Washington, poiché include il trafficato stretto di Bab al-Mandab, per il quale passa circa il 60% del commercio marittimo mondiale (il 40% del commercio petrolifero). La sua importanza si comprende ancor meglio osservando la massiccia presenza militare straniera nel piccolo Gibuti: oltre alla più grande base francese fuori dall’Esagono (si tratta pur sempre di una ex colonia di Parigi), il paese ospita da anni basi e contingenti provenienti da Usa, Cina, Giappone, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, persino Italia (i soldati di Spagna, Germania e Regno Unito si appoggiano, invece, a basi militari di altri paesi).

Mali: a porte chiuse

Il 9 gennaio, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) ha chiuso i confini terrestri e aerei con il Mali, come annunciato da un comunicato emesso ad Accra, nel quale si motiva la decisione con l’impossibilità di accettare la tabella di marcia proposta dalle autorità maliane per il ripristino delle istituzioni democratiche nel paese, in particolare il rinvio delle elezioni, previste per febbraio 2022, a dicembre 2025. Di contro, un precedente accordo tra l’organizzazione e Bamako prevedeva una transizione di 18 mesi successiva al colpo di Stato di agosto 2020, quindi, un referendum costituzionale e, infine, nuove elezioni. Nondimeno, già il 30 dicembre, conclusa la Conferenza nazionale sulle riforme in Mali, cui hanno preso parte rappresentanti del potere politico civile e militare, era emersa l’eventualità di un prolungamento del periodo di transizione tra sei mesi e cinque anni. L’Ecowas aveva dunque minacciato di imporre nuove sanzioni se le autorità non avessero indetto nuove elezioni entro febbraio 2022. Misura adottata il 9 gennaio, che include la sospensione delle transazioni finanziarie non essenziali, il congelamento dei beni dello Stato nelle banche dell’organizzazione e il richiamo degli ambasciatori a Bamako dei paesi membri dell’Ecowas. Il governo provvisorio (militare) maliano, che qualifica queste sanzioni come illegittime, ha risposto con la chiusura delle frontiere e con il richiamo dei suoi ambasciatori negli Stati coinvolti. Al pericolo sempre più verosimile che si instauri un potere autoritario di stampo militare, si affiancano i timori di strumentalizzazioni geopolitiche. Il 6 gennaio, infatti, un portavoce dell’esercito maliano ha dichiarato che Mosca ha inviato soldati a Timbuktu, in una ex base francese, per addestrare le forze armate di Bamako, che avrebbero già acquistato aerei ed equipaggiamenti bellici dalla Russia. Parole in linea con l’annuncio del 24 dicembre, da parte del governo maliano, dell’arrivo di istruttori militari russi, ma il loro ruolo non era stato definito. Il giorno prima, peraltro, Parigi, con altri 15 paesi (tra cui l’Italia), aveva condannato la presenza in Mali di mercenari russi dell’agenzia Wagner, smentita invece da Bamako, secondo cui Mosca avrebbe inviato esclusivamente militari regolari, nel quadro di un accordo bilaterale.