27 Settembre 2022

Maghreb: pietra, sangue, carta o cenere

Le tensioni tra Algeria e Marocco non accennano a stemperarsi, anche se nessuno vuole una guerra convenzionale: lo scontro poltico interno in Tunisia rischia invece di piombare il paese nelle logiche di faida

Algeri-Rabat: gli accordi della discordia

Maghreb – Durante la videoconferenza internazionale Europa-Africa del 10 gennaio, organizzata dalla Francia (presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea) per rifondare il partenariato tra Ue e continente africano in materia di commercio e investimenti, il Marocco ha chiesto un accordo tra i che sia vantaggioso per tutti e una discussione sulle possibilita di rilocalizzazione della filiera produttiva delle imprese europee dall’Asia allo spazio euro-mediterraneo. Rabat, intanto, è impegnata in una contesa da un lato con la Spagna, laddove la posta in gioco è un freno alle migrazioni in cambio del riconoscimento dell’appartenenza del Sahara occidentale al Marocco; dall’altro con l’Algeria, le cui recenti tensioni con Parigi sulla memoria dell’epoca coloniale rischiano di incrinare futuri partenariati euro-africani. Nondimeno, a preparare il terreno all’ultima rottura tra Algeri e Rabat, benché le relazioni tra i due paesi siano state sempre tese (a parte la guerra delle sabbie, le frontiere sono chiuse dagli anni ‘90 del secolo scorso), è stata la normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele promossa dall’ex presidente Usa Donald Trump nel dicembre 2020. Anzitutto, perché l’Algeria rifiuta di avere relazioni diplomatiche con Tel Aviv, ma anche perché in cambio Trump aveva accordato a Rabat di riconoscere la «marocchinità» del Sahara occidentale, che invece la Corte europea considera riconosciuto sul piano internazionale come rappresentante del popolo Sahrawi. Così almeno si legge nelle sue sentenze del 29 settembre 2021, che hanno annullato due decisioni Ue, relative agli accordi con il Marocco sulle tariffe doganali e sulla pesca sostenibile.

Algeri-Rabat: la contesa infinita?

Le attuali frizioni dipendono inoltre da almeno due ordini di motivi, in gran parte radicati nelle relazioni internazionali che Rabat ha intessuto con decenni di fedeltà euroatlantica. In primo luogo, Algeri ha scoperto l’uso da parte dell’intelligence marocchina del sistema di spionaggio israeliano Pegasus, anche ai danni di personalità politiche, militari e diplomatiche algerine. In secondo luogo, il Marocco, che con l’Ue e con la Spagna utilizza come strumento di pressione i flussi migratori (in particolare nelle enclaves di Ceuta e Melilla), con l’Algeria ricorre al sostegno indiretto alle spinte autonomiste del popolo cabilo. Così, lo scorso anno, Algeri ha prima interrotto le relazioni diplomatiche con Rabat (agosto), successivamente, dopo due mesi, ha chiuso il gasdotto Maghreb-Europa, che attraverso il Marocco alimentava Spagna e Portogallo dal 1996, tentando di sostituirne le attività con quelle di MedGaz, che collegano direttamente l’Algeria al territorio spagnolo, ma, almeno per ora, non assicurano la stessa portata delle forniture. Diversi osservatori rilevano un rischio che le tensioni algero-marocchine sfocino in un conflitto armato, ma né Algeri né Rabat vogliono la guerra, anche se le loro ingenti spese militari degli ultimi anni potrebbero indurre a pensare il contrario. In particolare, nei primi giorni del 2022, il settimanale statunitense Defense News ha riferito da fonti anonime che in Marocco, vicino Sidi Yahya el-Gharb, sarebbero stati avviati i lavori per la costruzione di una base di difesa aerea, destinata a ospitare il sistema di difesa cinese FD-2000B. Bisognerà vedere la reazione di Washington, tradizionale alleato di primo piano di Rabat.

Tunisia: strappo politico

Mentre il partito islamico moderato Ennahda esorta alle proteste di piazza, il 10 gennaio, durante un incontro con la premier Najla Bouden, il presidente tunisino Kaïs Saïed ha difeso l’arresto e l’imposizione degli arresti domiciliari a diversi suoi esponenti e affiliati, escludendo che tali misure siano state adottate per motivi politici. Uno di essi, ad esempio, l’ex funzionario della sicurezza Fathi al-Baladi, consigliere dell’ex ministro dell’Interno Ali Larayedh, è accusato di aver concesso illegalmente passaporti a terroristi. Dal canto suo, il 3 gennaio, l’attuale ministro dell’Interno Taoufik Charfeddine aveva riferito che Noureddine Bhiri, ex ministro della Giustizia e vicepresidente di Ennahda, era nel mirino delle forze di sicurezza con l’accusa di terrorismo. Il 31 dicembre, infatti, era stato arrestato, mentre usciva di casa con sua moglie, da agenti di sicurezza in borghese, che lo avevano condotto via senza precisare il luogo di destinazione. Critiche, per questo, erano piovute non solo dai familiari di Bhiri, ma anche e soprattutto dall’interno di Ennahda, che considera l’episodio una «sparizione forzata» e il segnale dell’«entrata del paese nel tunnel della dittatura». Si acuisce dunque lo scontro tra il presidente tunisino e il primo partito del paese, che lo accusa di aver attuato un colpo di stato sospendendo il processo legislativo e il regolare (secondo la costituzione) funzionamento delle istituzioni. Il 1 gennaio Kaïs Saïed ha tentato di arginare i dissensi lanciando la consutazione nazionale per la riforma della costituzione, ma i media indipendenti ne hanno messo in dubbio la legittimità, vista la difficoltà di accettare un simile processo, promosso da un presidente accusato di colpo di Stato.