22 Maggio 2022

L’Islanda, un paese di 366mila abitanti che investe sui suoi talenti: intervista a Pamela De Sensi, flautista italiana emigrata nella terra del ghiaccio e del fuoco

Pamela De Sensi, flautista italiana, prof.ssa di flauto e musica da camera presso l’Istituto di Musica Kópavogur in Islanda, direttore della casa editrice musicale Töfrahurð, direttore artistico del festival internazionale WindWorks di Reykjavík

Pamela, dall’Italia all’Islanda. Quanto ha inciso sulla tua persona questo cambiamento radicale?

Prima di stabilirmi in Islanda ho viaggiato tantissimo con e per la musica, e l’Islanda è stata una delle tante avventure. Non avevo messo però in conto di innamorarmi così tanto di questo paese e delle sue enormi potenzialità culturali. Credo che ogni artista abbia la nazionalità del mondo, nel senso che non ha una sola di nazionalità ma le ha tutte, e si sente a casa lì dove trova la sua dimensione e dignità di artista. Tutto questo io l’ho trovato in particolare qui in Islanda, per il momento, perché non escludo di trasferirmi altrove. Essendo molto determinata, questo cambiamento radicale non ha inciso affatto, ha invece rafforzato il mio carattere e la volontà di perseguire le mie passioni.

La musica in Islanda. Che ruolo ha nella vita quotidiana?

Tutti vedono l’Islanda come la terra del fuoco e del ghiaccio. Per me è la terra dell’arte. La musica in particolare è davvero tanta, che sia classica, pop, ma anche di molti altri generi.
Se si pensa che solo nella zona della capitale Reykjavík (dove ci saranno circa 200.000 abitanti) ci sono 15 istituti musicali, l’università d’arte, circa 30 cori di bambini,  70 cori amatoriali, 10 cori professionali, 12 orchestre da camera, un’orchestra sinfonica, 3 compagnie di opera, per non parlare dell’infinità di gruppi musicali (dalla classica alla musica jazz, pop e così via…), 12 festival di musica oltre alle varie stagioni concertistiche; potrei proseguire all’infinito se dovessi iniziare ad elencare anche tutto sulle altre arti. Posso affermare con sicurezza che in Islanda non ci sia nessuno da i 7 anni in su, che non abbia fatto parte di un coro, che non abbia studiato uno strumento musicale o che non abbia mai partecipato ad un concerto di musica classica.
Naturalmente la cosa rispecchia anche la realtà del pubblico nei concerti, che è variegato e con una buona percentuale di gioventù. In Islanda si vive in simbiosi con la musica.

Nello specifico, come è articolata la formazione di base musicale dei cittadini islandesi?

Si inizia con una base fin da piccoli nelle scuole materne, proseguendo in modo generico nella scuola elementare fino all’università. Di solito viene insegnato a cantare, a seguire il ritmo, per poi entrare a far parte dei cori delle scuole, delle bande musicali e i più propensi allo studio (con aspirazione a carriera musicale o una cultura più profonda dello strumento) vengono indirizzati presso gli istituti musicali.
Una formazione più specifica e professionale dove lo studio è impostato alla stessa maniera del nostro vecchio ordinamento di conservatorio. Dopo il diploma nell’istituto musicale di solito gli studenti continuano la formazione nelle varie accademie o nei conservatori di musica all’estero o all’università d’arte e musica qui a Reykjavík.

Che tipo di supporto offre lo Stato islandese nei confronti della musica?

Di fondi artistici ce ne sono tanti e specifici, ad esempio i fondi per i compositori, per i gruppi musicali, i fondi destinati alle spese di viaggio di artisti islandesi all’estero. Insomma, su questo davvero ci troviamo in un altro mondo rispetto all’Italia. Devo dire però che non essendoci una vera e propria storia musicale in Islanda, si ha la necessità di creare appunto un archivio musicale e per questo si investe molto sul “nuovo”  – in nome dei compositori, ma anche degli scrittori, della drammaturgia e delle arti in genere – sulla relativa divulgazione della musica islandese all’estero.

Che prospettive hanno i giovani musicisti islandesi all’interno della loro nazione?

L’Islanda ha una popolazione abbastanza giovane: attualmente il mercato è completamente saturo ed è difficile ritagliarsi uno spazio nel campo musicale. Gli Islandesi però sono dei camaleonti, un po’ come tutti i nordici, e amano viaggiare e fare nuove esperienze, quindi con facilità vanno all’estero per lavorare in orchestre o in simili ambienti, mantenendo però collegamenti in Islanda nei vari gruppi musicali e con i loro contesti di appartenenza.

Quali sono le strutture e le realtà in cui poter fruire di musica?

Credo che se in Islanda dovesse sparire la musica sarebbe davvero una catastrofe. Qui c’è musica ovunque. Ogni Chiesa ha perlomeno un organo, che sia elettrico o a canne, spesso anche il pianoforte e in alcune vi è anche un clavicembalo. Stessa cosa per i musei, che utilizzano spazi per eventi musicali e sono forniti spesso di pianoforte a coda. Inoltre esistono tre grandi case della musica: Harpa Concert Hall a Reykjavík, Salurinn a Kópavogur e Hof Concert Center ad Akureyri.

Che cosa manca all’Islanda dell’Italia e cosa all’Italia dell’Islanda? 

Sicuramente in Islanda manca la raffinatezza musicale e la storia musicale che ha reso l’Italia grande nei secoli e nel mondo. Ma questo aspetto glorioso in Italia si trasforma in un problema, poiché porta la nazione a non costruire ed investire sui giovani e sulla musica contemporanea, mentre si gode all’infinito solo di questa meraviglia della musica del passato. Aspetto che fa parte della cultura islandese e che purtroppo manca tanto in Italia.

È una scelta che ripeteresti?

Sicuramente, e senza ripensamenti. Di indole non sono abituata a rimpiangere le mie scelte, piuttosto ne faccio tesoro per farne ancora di migliori nel futuro.