22 Maggio 2022

Cannabis, Covid e nuove speranze per il 2022

Una nuova ricerca condotta da un’equipe internazionale dell’Oregon State University sembra confermare che alcuni dei composti principali della cannabis abbiano effetti fortemente inibitori sull’infezione da SARS-CoV-2. Una pianta che non smette di offrirci benefici e che continuiamo a demonizzare contro ogni evidenza. Intanto la Corte di Cassazione ha validato le oltre 600 mila firme raccolte dal comitato promotore del referendum “cannabis legale”. Entro il 15 Febbraio dovrebbe arrivare anche il parere della Corte Costituzionale sul quesito referendario.

Che l’ uso e il consumo di cannabis fossero pratiche che accompagnano l’ umanità da millenni, lo abbiamo sempre saputo. Con buona pace dei detrattori che parlano in mala fede per puro conflitto di interessi e di quanti invece, più o meno bigotti, ritengono che lo Stato abbia tra le sue prerogative quella di interferire e imporre il suo controllo anche sull’uso che ogni individuo fa del proprio corpo e della propria mente. Tanto i primi, quanto i secondi hanno compiuto nell’ ultimo secolo un’ operazione di disinformazione sistematica arrivando a mettere al bando un vegetale e tutti i suoi derivati che per millenni è stato una fonte di energia; di fibra tessile destinata agli usi più disparati; di cibo ricchissimo di proprietà benefiche nonché centro di rituali e pratiche culturali sviluppatesi in ogni angolo del mondo in cui questa pianta ha saputo adattarsi. Se ci si vuole fare un’ idea di quanto la volontà politica di distruggere l’ industria della canapa abbia influenzato il futuro dell’ umanità, a cominciare dal nostro presente, basta pensare che nel 1941 i laboratori di Detroit di Henry Ford svilupparono la Hemp Body Car, un prototipo costruito interamente in plastica derivata dalla fibra della canapa e alimentata con etanolo raffinato dai semi. Se quel motore non fosse stato dismesso per favorire lo sviluppo dell’ industria petrolifera, oggi forse non avremmo bisogno di frustranti conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per negoziare quote di CO² da immettere in atmosfera.

Dalla Cannabis un potenziale aiuto contro il covid. L’accendiamo?

Intanto dai laboratori dell’ Oregon State Univeristy, un’ equipe di ricercatori ha pubblicato sul Jurnal Of Natural Products uno studio (Cannabidiol Inhibits SARS-CoV-2 Replication and Promotes the Host Innate Immune Response) che dimostra la capacità di due acidi cannabinoidi (CBD e CBG) di legarsi alla proteina spike del coronavirus, impedendole di legarsi a sua volta all’ enzima ACE2 che le permetterebbe di trasportare il virus all’ interno delle cellule trasmettendo l’infezione. Se i risultati di questo studio saranno confermati quindi, la cannabis potrebbe dimostrarsi un alleato dell’ uomo anche nella lotta contro la pandemia da Covid-19, con applicazioni sia in termini preventivi che terapeutici. Del resto l’uso medico non sarebbe una novità. Ad oggi composti della cannabis sono riconosciuti efficaci per la cura e il trattamento di patologie neurologiche come l’ alzaimer, l’ epilessia, la sclerosi multipla, l’ autismo; ma anche per il trattamento di patologie oncologiche, gastrointestinali, reumatologiche, ginecologiche, muscolari, nonché per il trattamento di disturbi psichici come ansia, insonnia o disturbi alimentari che sono sempre più diffusi nelle nostre società avanzate. Ma allora perché una pianta che ha così tanti benefici sulla salute e così tante applicazioni sulle attività umane più svariate è diventata illegale? Al netto dei giudizi di valore sulla strategia proibizionista riguardo l’ uso ricreativo, come è stato possibile eliminare i derivati della canapa anche dagli usi industriali, tessili, alimentari e medici, fino a proibire per legge la germinazione di un seme?

Breve storia di una criminalizzazione

Quando negli anni trenta del secolo scorso si stava affermando a livello mondiale l’industria del petrolio, i grandi magnati come Rochfeller e Mellon, avevano un enorme problema da risolvere: i costi di estrazione e raffinazione erano insostenibili anche a causa degli oneri di smaltimento dei prodotti derivati dalla raffinazione. Una prima soluzione è arrivata con il brevetto di una fibra sintetica, il nylon, che poteva essere prodotto proprio con i derivati della raffinazione, trasformando quello che era un prodotto di scarto in una nuova fonte di guadagno. Di lì a poco la fibra di nylon avrebbe rimpiazzato moltissimi prodotti tessili che fino a quel momento erano derivati dalla canapa.

Un processo simile è avvenuto per la sostituzione della cellulosa prodotta dalla canapa con quella prodotta dagli alberi. La canapa è una pianta legnosa che contiene il 77% di cellulosa, contro alberi come il pioppo che ne producono circa un 60% ma con tempi estremamente più lunghi e con un’ occupazione di suolo incredibilmente maggiore. Come se non bastasse la canapa era una concorrente temibile anche per altri settori della grande industria americana, come quello del cotone e quello farmaceutico. L’alleanza tra questi settori in crisi, la grande editoria e gli organi governativi, diede il via a una grande campagna mediatica di disinformazione che portò in pochi anni alla messa al bando negli stati uniti prima e nel mondo intero poi.

Lo stesso Mellon ad esempio nel 1930 era anche Ministro del Tesoro, suo genero era a capo del Bureau of Narcotics (la futura D.E.A) e la sua azienda petrolifera, la Gulf Oil era la principale finanziatrice di William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata inventore del “yellow journalism” basato sullo scandalo e sulla manipolazione delle notizie e ispiratore di “Quarto potere” di Orson Welles. La massiccia campagna messa in piedi contro la canapa arrivò al punto che il Bureau of Narcotics in un documento ufficiale prodotto al Senato poteva affermare: “Circa il 50% dei crimini gravi nel Paese sono commessi da messicani, latinoamericani, filippini, negri e greci, e queste azioni sono inderogabilmente da imputare al consumo di marijuana. Negli USA ci sono nel complesso tra cinquantamila e centomila fumatori di marijuana, per lo più neri, messicani e artisti dello spettacolo. Il jazz e lo swing sono una conseguenza del consumo di marijuana e le donne bianche che la consumano sono indotte a cercare rapporti sessuali con i negri”. In questo clima venne approvato prima il marijuana tax act nel 1937, poi, sotto forti pressioni statunitensi nel 1954 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò la cannabis priva di valore terapeutico e nel 1961 fu siglata all’ ONU la Convenzione Unica sugli Stupefacenti che includeva la canapa nella categoria delle sostanze più pericolose. La convenzione prevedeva che tutti i paesi membri dell’ONU dovessero abolire la coltivazione di qualunque tipo di canapa. Il passaggio definitivo che contribuirà a radicare il pregiudizio nell’opinione pubblica fu quello della “war on drugs” di Nixon degli anni ’70.

I risultati del proibizionismo

Da questo momento in poi, nonostante numerose evidenze scientifiche dimostrino che l’uso ricreativo della cannabis abbia degli effetti collaterali ridotti rispetto a sostanze più comuni come alcol o calmanti e nonostante sia storicamente dimostrato che il proibizionismo abbia favorito il consumo di altre droghe illegali come l’ eroina e gli acidi, e nonostante si stimi un volume di mercato, solo per la cannabis italiana, pari a 6,3 miliardi di euro all’anno completamente in mano alla criminalità organizzata, nonostante tutto ciò, l’ approccio ideologico alla questione ha continuato a partorire in tutto il mondo degli sgorbi giuridici come la nostra legge Iervolino-Vassalli del 1990 o, peggio ancora, la Fini-Giovanardi del 2006. Come se non bastasse le leggi repressive sull’ uso ricreativo della cannabis non hanno fatto che riempire le carceri di mezzo mondo di giovani inducendoli a solidarizzare e identificarsi col mondo del crimine. In Italia circa il 30 per cento dei detenuti è stato arrestato per reati legati alla detenzione, consumo e piccolo spaccio, mentre l’intera filiera criminale che la sostiene gode di ottima salute. La penalizzazione dell’ uso ricreativo dunque, è ormai appurato, è essa stessa criminogena e assolutamente inefficace per il contenimento del fenomeno.

Talmente appurato che lo Stato di New York nel 2019 non si è limitato a legalizzare l’uso ricreativo della marijuana, cancellando retroattivamente tutti i reati e le pene legate al possesso e al piccolo spaccio ma ha stabilito che destinerà il 40 per cento degli introiti ad investimenti presso le comunità latine e afroamericane che storicamente sono state più colpite dalle politiche repressive, un altro 40 per cento andrà a finanziare il sistema scolastico pubblico e il restante 20 per cento finanzierà programmi di recupero e prevenzione della tossicodipendenza.

In Italia

È di questi giorni la notizia che la Corte di Cassazione ha dichiarato valide e sufficienti le firme raccolte dal comitato promotore del referendum per la cannabis legale. Sicuramente un passo importante nella giusta direzione, tuttavia il passaggio più delicato sarà quello della Corte Costituzionale che entro il 15 febbraio dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito referendario. L’oggetto del quesito è l’abrogazione di alcuni commi degli articoli 73 e 75 del Testo Unico sulle droghe per eliminare la pena detentiva per qualunque condotta relativa alla cannabis ad eccezione della associazione finalizzata al traffico illecito e per eliminare le sanzioni amministrative legate al possesso e consumo.

Qualora la Corte non dovesse accettare il quesito, la situazione sarebbe di nuovo interamente nelle mani del parlamento dove c’è una proposta di iniziativa parlamentare già licenziata dalle commissioni che aspetta da troppo tempo di essere discussa emendata e votata. E qui il rischio è che ci si torni ad impantanare tra posizioni identitarie di facciata, pre elettorali, senza dibattito e ancora giustificate da argomenti molto vicini a quei pregiudizi forgiati dall’opera moralizzatrice di Mellon ed Hearst ormai quasi 100 anni fa. Non è un caso che pochi giorni fa la Conferenza Stato-Regioni in un documento ufficiale abbia proposto di paragonare la canapa industriale alle altre sostanze a prescindere dal livello di THC, mossa simile a quella che fece il Ministro Speranza quando tentò di inserire anche il CBD nella tabella delle sostanze psicotrope salvo poi ritirare il provvedimento per intervento del TAR del Lazio.

Ma rimaniamo ottimisti e speriamo che entro la primavera si andrà al voto referendario, Covid permettendo e cannabis aiutando.