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Giacarta affonda e sposta la capitale – Il rischio per altri luoghi del pianeta

Giacarta affonda e l’Indonesia cambia capitale, per farlo però abbatterà le foreste tropicali. Seppur possa sembrare uno di quegli eventi...

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Giacarta affonda e l’Indonesia cambia capitale, per farlo però abbatterà le foreste tropicali.

Seppur possa sembrare uno di quegli eventi da disaster movie americano, si tratta della spaventosa realtà che si sta verificando in Indonesia. La capitale, infatti, è ormai quasi sommersa e per questo motivo già da agosto 2019 era stato istituito un progetto multimiliardario per trasferirla. L’annuncio ufficiale è arrivato la settimana scorsa, successivo alla comunicazione di 3 anni fa, del presidente Joko Widodo, che era stata temporaneamente bloccata a causa della pandemia.

Giacarta, con i suoi 10 milioni di abitanti, è tra le zone del pianeta più soggette a inondazioni, terremoti e incendi. La parte nord, oltretutto, è stata già sommersa dalle acque e il problema è riconducibile all’ormai evidente problema di inquinamento, infatti, si attesta tra le metropoli più inquinate dell’intero continente.

Una nuova capitale chiamata Nusantara

Nusantara, non avrebbe nessuno dei problemi della precedente capitale, infatti, secondo Widodo, si collocherebbe al centro esatto del Paese tra le due città in via di sviluppo di Samarinda e Balikpapan. Sarà inoltre la base delle sedi amministrative del governo, mentre l’attuale capitale continuerà, finché possibile, a svolgere il ruolo di centro economico e finanziario del paese.

La nuova capitale coprirà circa 56.180 ettari nella provincia del Kalimantan orientale, nella parte indonesiana del Borneo, che il Paese condivide con la Malesia e il Brunei”, questo quanto si legge sull’ANSA. “In tutto, 256.142 ettari sono stati destinati al progetto, con il terreno aggiuntivo destinato a un potenziale ampliamento futuro”.

Si tratterebbe dunque di un progetto utopistico, il cui sguardo al futuro è volto a creare una città totalmente diversa e attenta ai temi ambientali, pur non potendo contare sull’approvazione di tutti, essendo, il clima, ancora poco riconosciuto per il peso che dovrebbe avere oggi.

Cifre da capogiro quelle dietro al progetto, che sono valutate a 32,5 miliardi di dollari. Il governo avrebbe già fatto sapere che intende edificare su una superficie di 180.000 ettari, investendo il 19% della cifra totale prevista. Il resto dei fondi arriveranno da partnership tra pubblico e privato e da investimenti privati.

Attenzione all’ambiente ma con grande contraddizione

Il progetto non convince del tutto, soprattutto gli ambientalisti che denunciano un rischio enorme per le foreste. Il Parlamento dell’Indonesia, che ha dato via libera allo spostamento della capitale da Giacarta alla nuova città da costruire da zero nel Kalimantan orientale, sull’isola del Borneo, ha preso in considerazione una alternativa da non sottovalutare. Nusantara, infatti, è stata immaginata in un’area dove attualmente si trovano le foreste tropicali del Borneo, casa per specie rare come orango, orso malese e nasica. Una biodiversità in pericolo a causa della deforestazione.

I dati allarmanti li riporta Il Post, che scrive “Per costruire la nuova capitale verranno inizialmente impegnati circa 56mila ettari sull’isola di Borneo. La decisione è stata duramente criticata dagli attivisti ambientali: sull’isola di Borneo c’è una delle foreste pluviali più antiche del mondo ed è da tempo danneggiata da operazioni di deforestazione, dovute soprattutto alla creazione di piantagioni per l’olio di palma, con gravi conseguenze sull’ambiente e la biodiversità”.

Perché Giacarta affonda

La storia di Giacarta comincia intorno al XIII secolo d.C., e fin da subito non si presenta come un territorio adatto allo sviluppo di una città; infatti, l’acqua è una presenza importante e costringe le prime case a ergersi sulle palafitte. Tuttavia, questo fattore non ferma la volontà di insediamento, che continua per decenni. Ad oggi Giacarta sta affondando, e un gran colpo gli è stato dato nei primi anni del 1600, quando gli olandesi fanno fiorire l’area urbana facendola diventare un polo attrattivo per immigranti cinesi e arabi. Dopo 73 anni dalla proclamazione di indipendenza della Repubblica Indonesiana, il numero di abitanti è enormemente cresciuto contando una sovrappopolazione totalmente non adeguata al territorio, che insieme al riscaldamento globale hanno portato all’accelerazione dell’innalzamento delle acque.

Il permafrost si sta sciogliendo e intere città rischiano di affondare

Il mare ci ha salvati, finora, ma se non ci saranno sforzi radicali nella lotta al cambiamento climatico, il mare potrà anche condannarci”. Frase significativa quella che si legge su La Repubblica, manifesto di un pericolo che ormai è sotto i nostri occhi.

Le regioni del permafrost non sono vasti spazi vuoti dove vivono gli orsi polari” ha spiegato il climatologo della George Washington University, Dmitry Streletskiy, coautore in un articolo di rassegna sul permafrost pubblicato recentemente sulla rivista scientifica Nature Reviews Earth and Environment.

Ci sono molte persone, industrie, insediamenti, infrastrutture sviluppate in quelle regioni, che sono molto attive economicamente“, conclude.

Purtroppo, la stessa sorte di Giacarta, se le cose non dovessero cambiare, potrebbe capitare ad altri luoghi. Secondo uno studio di Climate Central, pubblicato su Nature Communications, infatti, l’innalzamento del livello dei mari potrebbe mettere in pericolo circa 150 milioni di persone, quelle che ora vivono in territori che finiranno sott’acqua entro il 2050. Fino a scomparire, secondo lo scenario peggiore, come Bangkok in Thailandia, Shanghai in Cina e la stessa Venezia.

Anche diversi luoghi dell’Italia rischiano di affondare

Come spiega Gianmaria Sannino, a capo del laboratorio di modellista climatica e impatti dell’Enea, in un intervista per La Repubblica, il pericolo per le città costiere c’è ed è reale: “Se il tasso di emissioni di gas serra a livello globale rimarrà quello attuale, senza miglioramenti e impegni concreti, il rischio c’è e rimarrà alto – sentenzia, specificando che – parliamo di quelle città costruite su un livello medio del mare molto basso, o quelle soggette a una subsidenza importante come Venezia. La laguna di Taranto, il golfo di Oristano, la parte meridionale del nord Adriatico, sono zone particolarmente sensibili”.

L’allarme c’è, è reale e non va sottovalutato: “Dobbiamo capire se salirà il livello del mare ancora, è una delle variabili climatiche più compromesse già oggi. Dalle simulazioni climatiche è evidente, i ghiacci si fondono a una velocità inimmaginabile, la temperatura media del Pianeta sta salendo, gli oceani continuano ad accumulare calore“.

Secondo Sannino la soluzione sarebbe quella di tentare di invertire il processo con soluzioni concrete, volte a “modificare il nostro stile di vita. Ma non solo, il mare continuerà a pagare lo scotto del riscaldamento globale per anni, bisogna quindi mettere in atto misure di adattamento, arrivare preparati. Il nostro clima è cambiato, con tutto quello che comporta”.

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