22 Maggio 2022

Kenya: il decreto della discordia

Mentre si avvicina la data delle elezioni, si accende il dibattito sul decreto convertito in legge dal presidente kenyota Uhuru Kenyatta; allarme delle organizzazioni per i diritti umani sull’uso politico della violenza sessuale; l’adesione alle nuove vie della seta e la rivalità tra Cina, Turchia, Egitto e Francia per la «cooperazione economica» con Nairobi

Groviglio etnico-politico

Cresce l’attesa per le elezioni presidenziali in Kenya, soprattutto dopo che il presidente in carica Uhuru Kenyatta, il 27 gennaio, ha convertito in legge il discusso Decreto sui partiti politici, che favorisce le grandi coalizioni. Il testo, approvato tra fine 2021 e inizio 2022 dall’Assemblea nazionale, la camera bassa del parlamento kenyota, lo scorso 26 gennaio ha ricevuto il via libera del Senato, e, secondo gli osservatori, assicurerebbe a Kenyatta la possibilità di favorire il suo alleato, nonché ex rivale, Raila Odinga, esponente di etnia Luo (la terza etnia più numerosa del paese, dove se ne contano una quarantina) del Movimento democratico arancione. Dopo un passato da comunista, Odinga si è successivamente convertito all’economia di mercato e quest’anno tenterà per la terza volta di conquistare la carica più alta dello Stato, dopo le due sconfitte precedenti, nel 2007 e nel 2017. L’ultima volta contendendosela con la coalizione Jubilee Alliance, costituita da Kenyatta e da William Ruto (vicepresidente del Kenya dal 2013, che si era opposto al decreto sui partiti politici), il cui Partito repubblicano unito era da poco confluito nel partito Jubilee, fondato nel 2016 dalla fusione di 11 forze politiche. Ebbene, il prossimo 9 agosto, Kenyatta punterà su Odinga, per avere la meglio su Ruto, il suo ex alleato, ora suo rivale. Anche se Odinga è stato sempre fortemente avversato dall’etnia maggioritaria nel paese, i Kikuyu, rappresentati invece da Kenyatta.

L’uso politico della violenza

Le ultime due tornate elettorali in Kenya sono state caratterizzate da violenti scontri etnici e dai crimini sessuali commessi dalle forze dell’ordine, soprattutto nelle roccaforti dell’opposizione. Per le violenze successive alle elezioni del 2007, che interessarono soprattutto Kibera, slum di Nairobi, e la Rift Valley (bilancio degli scontri, almeno 1.200 morti e oltre 500mila sfollati), la Corte penale internazionale citò in giudizio sei persone, tra le quali Kenyatta e Ruto, il primo prosciolto quasi subito, il secondo nel 2016. Nel 2017, invece, a pochi giorni dalle elezioni, il funzionario della Commissione elettorale incaricato del funzionamento del nuovo sistema elettronico dei voti, Christopher Msando, fu trovato morto, con segni di torture sul corpo. Malgrado il sostegno offerto dall’Fbi statunitense e da Scotland Yard del Regno Unito, il crimine rimase impunito. Quanto alle violenze di genere, in occasione delle ultime due presidenziali, Human Rights Watch, in un rapporto pubblicato a dicembre 2017, aveva denunciato l’uso sistematico non solo della violenza armata ma anche degli abusi sessuali, commessi dalle forze dell’ordine e dai sostenitori di Kenyatta, sia durante la lunga campagna elettorale, sia nel corso delle celebrazioni per la vittoria dell’attuale presidente kenyota. Intanto, mentre infuria la campagna elettorale, da circa due mesi si gioca in tribunale la controversia giudiziaria relativa all’eredità dell’ex presidente Daniel arap Moi (morto a febbraio 2020), lanciata dal nipote Kibet Collins, che non ha sopportato la sua esclusione dalla divisione dell’impero economico del nonno.

Tra la minaccia di al-Shabab e le mire di attori esterni

Il 28 gennaio, Kenyatta ha incontrato il suo ministro dell’Interno Fred Matiang’l e i principali rappresentanti delle forze di sicurezza del paese, per discutere dell’allerta lanciata nei giorni precedenti dalle ambasciate di Francia, Germania, Paesi bassi e Stati uniti, sul pericolo di attacchi terroristici imminenti contro cittadini e obiettivi occidentali. La sicurezza a Nairobi e nei principali centri urbani è stata rafforzata e le autorità promettono di garantire l’incolumità dei cittadini kenyoti e degli stranieri presenti nel territorio. Nondimeno, la partecipazione del Kenya alla missione dell’Unione africana in Somalia per contenere l’attivita dei cartelli del jihad di al-Shabab (movimento somalo affiliato ad al-Qaeda), rende Nairobi un potenziale obiettivo dei gruppi islamici radicali. Gli Shabab, ad esempio, sono sospettati di aver eseguito l’attacco dello scorso 3 gennaio nella regione costiera di Lamu, ma secondo le autorità locali, le sei vittime sarebbero state uccise a causa di contrasti legati alla divisione dei terreni. Eppure, le maggiori incertezze sulla stabilità politica (e su una futura prosperità economica) del Kenya sono legate alle accese rivalità tra potenze mondiali e regionali per il controllo economico del paese. Anzitutto la Francia, con la quale il presidente Kenyatta ha mantenuto, almeno formalmente ottime relazioni, ma che è insidiata dall’adesione di Nairobi alle nuove vie della seta cinesi (la Belt and Road Initiative). Inoltre, lo scorso novembre, il quotidiano kenyota online Business Daily aveva riferito delle preoccupazioni di Washington per un presunto piano di Pechino per aprire una base militare in Kenya. In realtà, dopo aver fatto affidamento sui prestiti cinesi per lo sviluppo delle infrastrutture, Nairobi deve ora affrontare la questione del debito, uno dei temi discussi lo scorso 5 gennaio dal ministro degli esteri cinese Wang Yi e dalla sua omologa kenyota Raychelle Omamo. Frattanto, Egitto e Turchia si contendono il primato nella vendita di armamenti al Kenya, che per entrambi rappresenta non solo uno sbocco per le rispettive industrie della difesa, ma anche la chiave per espandere il proprio controllo nel Corno d’Africa.