18 Maggio 2022

Effetto pandemia: boom di dimissioni tra i giovani

Aumentano le dimissioni volontarie in Italia, soprattutto tra i giovani che cercano prospettive migliori.

Tra gli effetti della pandemia, oltre al fattore psicologico trattato in questo articolo, c’è anche la voglia di trovare un’occupazione migliore.  Sicuramente il mercato del lavoro è stato tra quelli che maggiormente ha accusato il peso della pandemia, protagonista di numerosi cambiamenti. Secondo un’indagine promossa da Aidp (Associazione per la Direzione del Personale), infatti, sembra che si sia verificato un vero e proprio boom di dimissioni, che ha come protagonisti soprattutto i più giovani e le fascia di età compresa tra i 26 e i 35 anni.

Come riporta La Repubblica, infatti, le fasce d’età maggiormente coinvolte riguardano “i 26-35enni che rappresentano il 70% del campione, seguita dalla fascia 36-45 anni”. Si tratta, in particolare, di una tendenza giovanile “collocata soprattutto nelle mansioni impiegatizie (l’82%) e residenti nelle regioni del Nord Italia, (il 79%)”.

Il report dell’Aidp, si basa su uno studio condotto su un campione di 600 aziende e mostra come il 75% delle stesse sia stato colto di sorpresa a causa di un incremento massiccio di dimissioni volontarie.

Un fenomeno già annunciato in America

Le prime avvisaglie, come riporta uno studio eseguito all’estero, erano arrivate come spesso accade in casi del genere, dagli States. Lo possiamo leggere in un articolo che Harvard business review aveva pubblicato un anno fa: “Who Is Driving the Great Resignation”, nel quale veniva già trattato l’argomento.

Come si legge nell’articolo, infatti: “Nel luglio 2021 quattro milioni di americani hanno deciso di lasciare il lavoro. Le dimissioni sono state molte anche nei mesi precedenti, raggiungendo in totale 10,9 milioni di posti di lavoro lasciati alla fine di luglio”. L’analisi in questione, è svolta su oltre nove milioni di dipendenti di oltre 4.000 aziende di numerosi settori differenti. Le dimissioni in questione, riguardano soprattutto i dipendenti dai 30 ai 45 anni di livello medio.

Le cause del fenomeno

Le cause del boom di dimissioni sarebbero da imputarsi, secondo quanto riporta La Repubblicaalla recente ripresa del mercato del lavoro (48%), alla ricerca di condizioni economiche più favorevoli in altra azienda (47%) e all’aspirazione ad un maggior equilibrio tra vita privata e lavorativa (41%) – queste sarebbero appunto le tre ragioni principali, seguite – dalla ricerca di maggiori opportunità di carriera (38%)”.

L’indagine segnalata dell’Aidp, segnala inoltre “che il 25% dei giovani ha indicato la voglia di un nuovo senso di vita e che il 20% ha imputato a un clima di lavoro negativo interno all’azienda la ragione delle dimissioni”.

Siamo stati colti di sorpresa nella maggior parte dei casi anche se dei segnali deboli dello sviluppo di questo fenomeno erano già ravvisabili – spiega Matilde Marandola, presidente nazionale Aidp, a La RepubblicaIl fattore scatenante, a mio avviso, è che le persone si sono interrogate rispetto al senso del proprio lavoro e in qualche caso della propria vita e, nella maggior parte dei casi, le risposte hanno indirizzato le persone al cambiamento. Come emerso dalla survey c’è una ripresa del mercato del lavoro e una riorganizzazione delle aziende e i giovani rappresentano gli attori più interessati”.

Le aziende e i nuovi assunti

Dall’indagine si apprende, inoltre, che per il 59% delle aziende l’impatto delle dimissioni è stato superiore di almeno il 15% rispetto agli anni precedenti e per il 32% l’aumento è stato del 30%. Numeri che provano un aumento improvviso e da imputarsi all’ultimo anno. Dal lato delle imprese, invece, quest’ultime stanno cercando di reagire al cambiamento inatteso, sostituendo coloro che si sono dimessi con contratti a tempo indeterminato e determinato (55%), mentre per altri si tratta di un’occasione di riorganizzazione dei processi produttivi (25%).

Le occupazioni aziendali maggiormente coinvolte sono soprattutto Informatica e Digitale (32%), Produzione (28%) e Marketing e Commerciale (27%). Dal punto di vista dell’anzianità, invece, la maggior parte dei lavoratori coinvolti nel fenomeno riguarda la fascia da 1-5 anni.

La sindrome da burnout, cos’è e quando si verifica

Una delle principali cause secondo i report citati in precedenza, sarebbe proprio la sindrome da burnout, alla base delle conseguenze che si sono verificate nei lavoratori che hanno dato le dimissioni.

Il burnout è uno stato di esaurimento sul piano emotivo, fisico e mentale. L’OMS classifica questa sindrome come “una forma di stress lavorativo che non si è in grado di gestire con successo”. Le persone colpite non sono più capaci di affrontare il proprio carico di lavoro quotidiano con le risorse disponibili e finiscono per soffrire di esaurimento cronico. La pandemia ha portato a un grandissimo incremento di soggetti che ne soffrono, mai così tanti. A prova di quanto detto, il motore di ricerca per il lavoro, Indeed, ha intervistato 1.500 soggetti lavoratori statunitensi di diverse fasce d’età, settori e livelli di esperienza, confrontando i dati ottenuti con quelli risalenti all’anno di pre-pandemia.

Quello che emerge è che più della metà (52%) degli intervistati ha rivelato di aver sofferto di burnout in questo ultimo anno, contro il 43% riportato precedentemente. La fascia d’età più colpita invece, sembrerebbe essere quella più giovane: il 59% di millennials (1981 e il 1996) e il 58% dei ragazzi della Gen Z (1996 e il 2010) ha dichiarato di aver sperimentato la sindrome da burnout in prima persona. Nonostante l’evidenza della giovane età dei soggetti coinvolti, non scampano dal problema neanche le altre generazioni. Infatti, anche in coloro nati tra il 1946 e il 1964, c’è stato un aumento del burnout del 7% rispetto ai livelli pre-pandemici (24% nel gennaio 2020).

Tra i fattori che avrebbero incentivato questo malessere, avrebbe contribuito anche il lavoro da casa. Lavorare da remoto sembrerebbe, infatti, avere avuto un forte impatto. Secondo il sondaggio, coloro che lavorano in smart working hanno maggiori probabilità di dire che il burnout è peggiorato nel corso della pandemia rispetto a coloro che lavorano in sede. La sensazione di non riuscire a staccare mai totalmente dal lavoro, l’incertezza di orari che sembrano sempre più indefiniti e l’unificarsi dell’ambiente casa-lavoro, per molti soggetti sarebbe stata deleteria.