25 Maggio 2022

Intervista a Mario Badino, poeta e influencer (ma per scherzo)

Un gesto bello, deporre il manganello

Mario Badino è un poeta che vive nei conflitti e riflette sulla società con le azioni, non solo con le parole. Sul suo blog cianfrusaglia.wordpress.com, dove pubblica poesie e materiali audiovisuali, quali video-poesie o riprese dei suoi reading, si trovano infatti commenti poetico-politici su fatti di attualità. Ad esempio Badino si chiede, se si possano sfruttare i riflettori del Festival di Sanremo per parlare di ambiente o dei ragazzi che sono stati presi a manganellate, perché protestavano contro l’alternanza scuola-lavoro, in seguito alla morte di Lorenzo Parelli. Con tono scanzonato, irriverente, ma mai cinico si chiede se i concorrenti diranno alla platea e al pubblico televisivo, “che sarebbe un gesto bello / deporre il manganello”; poi conclude con una provocazione, un messaggio di speranza graffiante: “ci sarà modo, certo: non dispero. Mica vivranno in una bolla per davvero gli artisti e gli organizzatori!”

Ironia sui social e in giro per poetry slam

Mario Badino nato nel 1975, è cresciuto ad Aosta e si è trasferito in Puglia, a Mesagne (BR), dove insegna nella scuola media, è padre di Emma e Riccardo e ha pubblicato tre libri di poesie: “Cianfrusaglia” (END 2013), “Barricate!” (END 2014) e “Santificare le feste” (END 2019). Porta in giro i suoi versi partecipando a diversi poetry slam, sorta di gare pubbliche di poesia ed è attivista ambientale, infatti ha partecipato alla creazione di Un sacco di gente col sacco, un gruppo di volontari che organizzano spedizioni di pulizia di boschi, spiagge e strade, riempiendo i sacchi neri di tutti i rifiuti che trovano per terra. E’ molto attivo anche sui social dove ironizza sugli influencer più famosi, postando buffi selfie che inducono a riflettere sulle nuove forme di divismo contemporaneo. Ho avuto il piacere di intervistarlo, dopo la lettura dei suoi libri di poesie. La seguente è Montale, contenuta nella raccolta Santificare le feste, Edizioni END, 2019.

Montale

Sopra il cruscotto dell’auto,

per caso non per Montale,

ho un pezzo d’osso di seppia.

 

Qualche cd scompagnato,

per terra grani di sabbia,

poco più su gli scontrini.

 

Li tengo non per conforto,

giusto il disordine pigro

che spinge avanti la vita.

 

Quanto disgusto il potere,

che uccide per perpetuare

se stesso sopra la terra.

 

Intervista all’autore

Le tue poesie prendono spesso spunto da oggetti o situazioni prosaiche e addirittura banali, come gli scontrini sul cruscotto, per poi arrivare all’analisi profonda di tematiche sociali, generando l’effetto di un pugno inatteso nello stomaco. Come avviene il tuo processo compositivo, comincia da un’immagine, da parole o da suoni? Le tue poesie nascono con un intento che ti proponi o ti lasci trasportare da flussi di pensiero?

Accade un po’ di tutto e forse anche per questo il mio primo libro si chiama «Cianfrusaglia». Ho anche provato, su istanza della mia editrice, a fare una raccolta più incentrata su un unico tema – mi aveva chiesto le poesie civili – ma alla fine sono uscite lo stesso le tante sfaccettature della vita, della personalità. Ci sono gli scontrini sul cruscotto dell’auto, è vero, e a volte sono proprio gli oggetti a evocare il messaggio, altre volte sono persone, avvenimenti, ricordi: non c’è una regola precisa. Il flusso di pensiero è inevitabile, ma spesso parto da un intento preciso, soprattutto nelle poesie che si vogliono impegnate. Una caratteristica dei miei versi, comunque, è proprio quella di non mantenere un confine netto, se non saltuariamente, tra il serio e l’ironico, qualche volta anche il non sense, il gioco di parole, il suono.

C’è un’atmosfera a tratti infantile e allo stesso tempo disincantata, sempre però vibrante di un profondo senso etico, pensi che la poesia possa cambiare la società? Come potrebbe farlo?

A volte c’è un’atmosfera un po’ ingenua, credo, forse stralunata, che ha il fine di presentare le cose in una luce più vera, come succede a volte con il punto di vista del bambino, ma non saprei dire se in me c’è un «fanciullino» alla Pascoli: credo che per ogni scrittore, di poesia come di prosa, il ricordo degli anni dell’infanzia sia un motore potente, capace di evocare immagini improvvise con la forza di un guizzo. Il senso etico è sicuramente un valore in cui credo: bisogna essere tolleranti verso le persone, ma ci sono cose giuste e altre sbagliate. Perché la poesia non dovrebbe contribuire a muovere gli animi nella direzione che appare migliore? Non salverà il mondo, ma può essere d’aiuto alle singole persone.

Come si integra la tua poesia con l’attività attraverso i social? Ti possiamo definire un poeta influencer?

È una cosa che dico – se la dico – per scherzo. Non sono un influencer (anche per penuria di follower) e, se lo fossi, sarei l’unico influencer a non campare di pubblicità, perché la trovo immorale e non la voglio fare. Mi piace giocare con i social e cerco di utilizzarli per veicolare contenuti in cui credo, naturalmente anche i miei versi. Riconosco però che il mezzo ti usa almeno quanto lo utilizzi tu, infatti a volte mi ritrovo a tarda notte a perdere tempo percorrendo post di cui non m’importa granché.

Come avviene la tua collaborazione con i musicisti nei reading di poesie? Hai mai scritto canzoni? Che relazione c’è fra la musica e le parole nella tua opera?

La poesia è ovviamente una forma di musica, o almeno a me piace pensarlo, perché sarei felice di saper suonare uno strumento e invece niente… Conosco qualche accordo di chitarra, ma non vado oltre «Gianna» e «La canzone del sole». È anche per questo che mi piace collaborare, nelle letture pubbliche, con i musicisti. L’idea che ho in mente è più quella del gruppo che non del semplice accompagnamento: la poesia recitata in pubblico sorretta dagli strumenti, come il cantato; è l’ideale del concerto, insomma, e confesso di aver dato un ordine intuitivo alle poesie dei miei libri, pensandoli un po’ come album musicali. A parte questo, seguo una metrica, libera quanto si vuole, ma non per questo meno presente. Conto le sillabe, insomma. Canzoni ne ho scritte un paio, ma non sono capace.

Ci parli dei poetry slam e dei tuoi progetti poetici più “esperienziali”?

I poetry slam sono gare di poesia in cui il pubblico vota i poeti sul palco, tenendo in considerazione tanto il testo in sé quanto l’aspetto performativo. Esiste un vero e proprio campionato nazionale, organizzato dalla LIPS (Lega Italiana Poetry Slam), e ci sono vari collettivi territoriali, come quello di cui faccio parte, che si chiama SlammalS ed è attivo soprattutto in Puglia. Gli slam sono un modo per portare la poesia tra la gente, togliendole quell’aurea di aulico, di difficile, che spesso impedisce l’incontro con un pubblico variegato. Ovviamente la competizione è per gioco, tanto che diciamo sempre che alla fine a vincere è la poesia. I miei progetti “esperienziali” sono quelli con cui cerco di sottrarre la poesia alla polvere degli scaffali, dai reading, di cui si è parlato, al volantinaggio poetico. Una volta mi ero inventato il lampione della poesia, al quale chiunque poteva attaccare testi poetici.

Tu sei anche docente, in che modo la tua attività di poeta influisce sulla didattica e quanto gli alunni e la scuola rappresentano una fonte d’ispirazione?

Mi è sicuramente capitato di integrare gli autori del libro di letteratura con poeti contemporanei che magari conosco di persona, così come ho più volte provato a interpretare il testo poetico nella speranza di renderlo fruibile agli alunni. Un anno, ho anche tenuto un corso di poesia, ma spesso la relazione tra il fatto di scrivere versi e l’insegnamento è più implicita nella scelta degli argomenti, o del linguaggio, che non esplicitata. Gli alunni sono certamente fonte di ispirazione, così come ogni persona o contesto della mia vita. Si tratta comunque di due ambiti che, alla fine, restano più separati di quel che ci si potrebbe attendere. Sicuramente mi ripugnerebbe l’idea di propinare i miei testi agli alunni, e dico propinare perché non sarebbe altro che un’imposizione. Ci sono, infine, alcune poesie che sono nate a scuola, o attraverso la scuola, ma devo dire che sono abbastanza poche.