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A che punto è la transizione ecologica?

Superata con fatica l’elezione del Presidente della Repubblica e appurato che non ci sarà alcuna crisi di governo Adesso che...

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Superata con fatica l’elezione del Presidente della Repubblica e appurato che non ci sarà alcuna crisi di governo

Adesso che anche la pandemia pare allentare la morsa con una variante dominante meno aggressiva che induce perfino il governo italiano, non senza contraddizioni, ad alleggerire le misure restrittive. All’indomani dell’annuncio di Biden che ci rassicura che il mondo è più sicuro ora che è stato eliminato l’ennesimo califfo dell’ISIS. Viene da chiedersi: e la crisi ambientale?

Tassonomia EU per gas e nucleare

Forse l’ultima notizia rilevante in termini di strategie globali per contrastare i cambiamenti climatici e trasportare il mondo fuori dalla crisi ecologica, era stata la decisione della Comunità Europea di inserire gas e nucleare nella tassonomia UE delle fonti energetiche sostenibili per la transizione. E non era una buona notizia. Gli operatori del settore e le associazioni ambientaliste sanno bene che questo ritarderà ulteriormente il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili, permettendo alle prime di continuare a beneficiare dei sussidi pubblici e degli strumenti finanziari pur non apportando alcun contributo alla transizione ecologica. A distanza di oltre un mese il Commissario Europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, intervenendo ad una trasmissione televisiva è tornato sull’argomento per provare a smorzare le polemiche, spiegando ancora una volta che l’Europa non è coesa. Alcuni paesi sono profondamente legati al gas, altri al carbone, altri al nucleare. Alcuni hanno fatto piani ambiziosi per il futuro, come la Germania che sta spegnendo gradualmente i suoi reattori, altri, come l’Italia, vivacchiano e rimandano da decenni lo sviluppo di un piano energetico ed industriale a lungo termine, altri ancora non mostrano nessuna intenzione di voler rinunciare alla crescita economica che l’attuale modello di sviluppo promette al di là di ogni ragionevole idea di benessere. Con queste premesse, è difficile immaginare che l’Europa possa incidere sulle scelte globali e trascinare dietro i suoi piani ambiziosi di decarbonizzazione potenze come la Cina, gli Stati Uniti e la Russia.

Caro energia e debolezza geo-strategica

L’impennata dei costi dell’energia che si sta registrando in questi mesi è un esempio paradigmatico di quanto costi al continente l’assenza di un piano energetico coerente e di lungo respiro, sia in termini economici che in termini geo-strategici. Al di là di quali siano le cause dell’impennata dei prezzi, il dato di fatto è che l’Europa è fortemente dipendente dai giganti esteri per l’approvvigionamento energetico. Metano, carbone petrolio o uranio che sia, le fonti fossili tradizionali richiedono enormi investimenti in infrastrutture e tempi lunghi sia per la messa in esercizio sia per il ritorno dell’investimento. Se di ritorno dell’investimento si può parlare visto che tali infrastrutture servono solo a trasportare le fonti primarie, che comunque dovranno essere continuamente acquistate sul mercato subendo quindi le oscillazioni dei costi dovute a delicati equilibri geopolitici. Quando i detrattori delle fonti di energia rinnovabile fanno i conti delle sovvenzioni pubbliche che queste richiedono, circa dieci miliardi all’anno, dimenticano sempre di aggiungere che gli idrocarburi beneficiano, da oltre mezzo secolo, di sussidi pubblici che ormai sfiorano i venti miliardi all’anno. A questo si aggiunga che un impianto solare, una volta istallato, continua a produrre energia pulita e senza oscillazioni di prezzo per tutta la sua vita. E se questi dati non fossero sufficienti, si pensi a quanto potrebbe essere diversa oggi la situazione al confine tra Ucraina e Russia se negli ultimi vent’anni l’Europa avesse investito di più sulle rinnovabili e non fosse ancora così dipendente da Mosca per l’approvvigionamento del gas. Con buona pace del partito di Savoini. Pardon, di Salvini.

La transizione non è solo decarbonizzazione

Ma la transizione ecologica non dovrebbe essere vista solo dal punto di vista della CO² immessa in atmosfera. C’è la gestione del ciclo dei rifiuti; l’impatto ambientale delle filiere di estrazione e trasformazione delle materie prime; la desertificazione; la perdita di biodiversità marina e terrestre; l’esaurimento di risorse preziose come l’acqua dolce e i terreni coltivabili; la sostenibilità di sistemi complessi come il cyberspazio ecc… tutti fattori che se non governati con la dovuta accortezza renderanno il mondo un posto meno “facile” per l’essere umano. Concentrare gli sforzi della cosiddetta “rivoluzione verde” sulla decarbonizzazione significa solo spostare il problema. Puntare a raggiungere in tempi record la neutralità carbonica attraverso l’elettrificazione dei consumi, come si sta tentando di fare, pone il problema dell’approvvigionamento dei minerali necessari all’accumulo (le famose terre rare), oltre che quello non meno stringente di come garantire l’aumento di fabbisogno dell’ energia elettrica stessa.

I prossimi obiettivi del MITE

Se l’istituzione di un Ministero ad hoc per la transizione ecologica aveva fatto sperare nella volontà di affrontare seriamente queste questioni attraverso un’attenta valutazione delle priorità e delle strategie più efficaci, il modo in cui questo ministero è stato creato e soprattutto l’atteggiamento del titolare del dicastero, finora poco propenso al dialogo con le realtà territoriali ed ambientaliste, sta lentamente erodendo quella fiducia iniziale. L’Unione Europea tuttavia ha vincolato l’erogazione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza oltre che ad una serie di riforme di carattere istituzionale che da tempo si aspettano dall’ Italia, anche al raggiungimento di alcuni nuovi obiettivi climatici che ricadono proprio in capo al dicastero di Cingolani. Alcuni di questi, undici in particolare, entro la fine del Giugno del 2022. Sono gli obiettivi contenuti nella missione due del Piano di ripresa, “Rivoluzione verde e transizione ecologica” che riguardano l’energia rinnovabile, l’idrogeno, la rete e la mobilità sostenibile, la tutela del territorio e della risorsa idrica. Entro questa data dovrà essere avviato lo sviluppo dei servizi digitali volti ad accelerare il processo di semplificazione amministrativa per la gestione di parchi e di aree marine protette, con un investimento previsto di cento milioni di euro. Altri trenta milioni dovranno essere destinati all’avvio di una piattaforma web per la diffusione di una cultura e una maggiore consapevolezza sui temi e le sfide ambientali. Ulteriori centosessanta milioni dovranno essere destinati al rinforzo delle competenze attraverso l’assegnazione di contratti di ricerca per lo sviluppo di progetti sull’idrogeno, in aggiunta ai quattrocentocinquanta milioni destinati alla creazione di una ‘giga-factory’ da almeno 1 GW di capacità per la produzione di elettrolizzatori la cui realizzazione dovrebbe partire già da quest’anno. Inoltre, sempre entro a fine di Giugno, dovrebbero entrare in vigore decreti ministeriali per la semplificazione e accelerazione delle procedure per gli interventi di efficientamento energetico; per l’adozione di una strategia nazionale per l’economia circolare e per il programma nazionale per la gestione dei rifiuti. Vedremo.

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