18 May 2022

Massima pressione sul Caucaso

Gli Usa revocano nuovamente le sanzioni all’Iran, tentando di allontanarlo dal sistema di alleanze di Russia e Cina; la Turchia lancia la cooperazione con la Russia, propone la distensione con l’Armenia, ma ratifica l’alleanza strategica con l’Azerbaijan; intanto l’Unione europea vorrebbe un suo ruolo nel Caucaso, ma le sue velleità rischiano di riprodurre il disastro balcanico

Alle porte del Caucaso: Washington e le rischiose tattiche dell’ambiguità

Dopo aver rischiato di provocare il fallimento dei negoziati internazionali sul programma iraniano per il nucleare, il 5 febbraio gli Stati uniti hanno ripristinato la revoca delle sanzioni ai danni della Repubblica islamica, consentendole quindi la cooperazione con altri paesi in materia di nucleare ad uso civile. Una mossa con cui Washington intenderebbe indurre Tehran non solo a una maggiore disponibilità nella fase finale dei colloqui, ma anche, e forse soprattutto, ad accettare il confronto diretto che finora aveva rifiutato proprio per via delle sanzioni. Il partenariato strategico sino-iraniano, l’incontro bilaterale tra il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il suo omologo russo Vladimir Putin, e le recenti esercitazioni congiunte di Cina, Russia e Iran nel Golfo di Oman e nell’Oceano indiano settentrionale sembravano andare nella direzione di un possibile triangolo Mosca, Pechino, Tehran, con il Pakistan sempre più nell’orbita dell’Impero del centro. Quindi, revocando le sanzioni, gli Usa cercano di attrarre l’Iran nel blocco atlantico, allontanandola da Cina e Russia. A tale scopo, cercano di restare arbitri degli equilibri mediorientali e centroasiatici, bilanciando il peso delle due principali potenze regionali, l’Iran e la Turchia. In precedenza, l’amministrazione dell’ex presidente statunitense Donald Trump, in particolare il suo consigliere Jared Kushner, immaginava un Medio Oriente sotto il controllo di Israele, in collaborazione con le monarchie del Golfo, Arabia saudita in primis, mantenendo la massima pressione sull’Iran. In tale quadro, la Turchia avrebbe avuto una sostanziale libertà di perseguire i suoi interessi geopolitici, soprattutto quando insidiavano i sistemi di alleanze russo e cinese. Appena insediatosi, l’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, ha mantenuto su quella regione un profilo basso, aspettando di vedere gli sviluppi delle rivalità con la Cina e con la Russia. Senonché, gli alleati del Golfo, soprattutto l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti, hanno avanzato le proprie pretese geopolitiche, mentre la Turchia, ha assunto un atteggiamento sempre più intraprendente, non solo in Medio Oriente, ma anche nel Caucaso e in Asia centrale.

Ankara e la balcanizzazione del Caucaso

In queste due regioni, Ankara ha utilizzato, oltre al partenariato militare (quello economico sarebbe troppo gravoso dal punto di vista finanziario), la narrazione storico-culturale, mediante l’Organizzazione degli Stati turcofoni. In particolare, riguardo l’Azerbaijan, agli inizi di febbraio, il parlamento turco ha approvato un disegno di legge sulla dichiarazione di Shusha, sottoscritta da Ankara e Baku lo scorso giugno. Con essa, le relazioni tra i due paesi vengono promosse a livello di alleanza, includendo al contempo una stretta cooperazione in materia di difesa, sforzi congiunti dei due eserciti in caso di minacce esterne, ristrutturazione e modernizzazione delle forze armate e l’apertura di nuove vie di collegamento tra i due paesi. Significativo, a riguardo, è il riferimento che si legge nella dichiarazione al corridoio di Zangezur, che, attraverso la regione armena meridionale di Syunik, collega la Repubblica autonoma di Naxçıvan al resto del territorio azero. In base all’accordo per il cessate il fuoco di novembre 2020, Erevan dovrebbe aprire questo corridoio e quello di Laçın sotto la supervisione delle forze di pace russe. Inoltre, i colloqui tra le delegazioni armena e turca a Mosca, del 14 gennaio, caldeggiati anche dagli Usa, aprivano uno spiraglio per una soluzione definitiva del conflitto armeno-azero in Nagorno-Karabakh. Tuttavia, Mosca e Washington perseguono nel Caucaso obiettivi opposti, che potrebbero rivelarsi strategicamente importanti in questa fase di tensioni crescenti. Intanto, dallo scorso novembre tra Armenia e Azerbaijan continuano le scaramucce di confine, con relative accuse reciproche di aggressioni e di violazioni del cessate il fuoco. Unico segnale positivo, il dialogo continuo ed efficace sullo scambio di prigionieri, ma la crisi politica (legata in parte al conflitto in Nagorno-Karabakh) a Erevan, dove il presidente Armen Sarkissian si è recentemente dimesso, rischia di rimescolare le carte. Frattanto, il 18 gennaio, Armenia e Repubblica di Cipro (parte greco-cipriota dell’isola) hanno siglato accordi di cooperazione militare, sottolineando l’importanza dell’alleanza tra Erevan, Nicosia e Atene. Una mossa vista con sospetto da Ankara, che dunque ha rilanciato con l’asse turco-azero.

Europa: che fare?

Anche se il Consiglio d’Europa non è un’istituzione dell’Unione europea (a differenza del Consiglio europeo, che riunisce i capi di Stato dei suoi paesi membri), si tratta pur sempre di un potenziale strumento nelle mani di Bruxelles per avere voce in capitolo nel Caucaso. Ad esso appartengono infatti Armenia, Azerbaijan e Georgia, che attualmente si trova, con l’Ucraina, al centro della contesa tra Russia e Stati Uniti. Inoltre, la Francia, dove le destre spingono per un’alleanza più stretta con l’Armenia, ai danni della Turchia, ha tenuto vari colloqui con Mosca per una coordinazione nel favorire la distensione tra Erevan e Baku e la soluzione diplomatica del conflitto in Nagorno-Karabakh. L’ultimo si è tenuto alla fine dello scorso dicembre, a pochi giorni dall’avvio del processo di normalizzazione turco-armeno. Invece, per quel che concerne lo scambio di prigionieri tra Armenia e Azerbaijan, è stata rilevante la mediazione dell’Unione europea, il cui presidente del consiglio Charles Michel, il 4 febbraio, ha tenuto un incontro virtuale con il presidente francese Emmanuel Macron, con il suo omologo azero Ilham Aliyev, e con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. Macron e Michel hanno ribadito il loro impegno per ridurre le tensioni nel Caucaso, elogiando i progressi compiuti per il rilascio dei prigionieri di guerra del Nagorno-Karabakh, la ricerca congiunta dei dispersi e la riapertura dei collegamenti ferroviari. Passi avanti compiuti, secondo Parigi e Bruxelles, grazie all’Eastern Partnership Summit, il partenariato orientale, approccio politico che mira a stabilire una stretta cooperazione tra Ue, Europa orientale e Caucaso. Finora, su questa linea, Bruxelles ha firmato accordi con Armenia, Azerbaijan, Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia, che ha abbandonato il partenariato lo scorso giugno in risposta alle sanzioni imposte dall’Europa. Dunque, l’Ue non sembra essere uscita da quella dipendenza dagli Usa che negli anni ‘90 le impedì di perseguire i suoi autentici interessi strategici nei Balcani, fermando la sanguinosa dissoluzione dell’ex Jugoslavia.