22 Maggio 2022

L’homo digitalis è condannato a liberarsi dalla materia?

Misure di confinamento, lavoro da remoto, digitalizzazione crescente delle transazioni: se le reti sociali hanno digitalizzato gran parte della sfera privata, persino dell’interiorità, l’informatizzazione delle borse e il trading algoritmico hanno ulteriormente smaterializzato l’economia; quale rapporto resta con la corporeità?

Pantopoliocene virtuale

Da quest’anno TikTok fa parte del piano di formazione pubblicato dal sito dell’Associazione italiana editori, rivolto ai professionisti del settore, perché, come ha spiegato il social media strategist Federico Rognoni, che figura tra i docenti dei corsi, può raggiungere pubblici che non frequentano altri canali e a prezzi inferiori a quelli proposti da Instagram. In particolare, TikTok, che è la rete sociale più usata dai cosiddetti nativi digitali (nati dopo il 1997), ha contribuito a incrementare significativamente le vendite di molti titoli, tanto in Italia quanto all’estero. D’altronde, una porzione sempre maggiore di consumatori si affida in misura crescente alla Rete per acquistare e vendere: una tendenza accelerata negli ultimi due anni dall’emergenza sanitaria e dalla pubblicità dedicata alle applicazioni per smartphones finalizzate alla compravendita di beni. Da tempo, inoltre, non solo si sono moltiplicati i siti di annunci relativi a ogni tipo di merce, dalle case ai piccoli oggetti domestici, ma è diventato sempre più frequente anche il ricorso a siti e piattaforme specializzati nella domanda e offerta di prestazioni lavorative. Una delle reti sociali più usate, LinkedIn, ad esempio, è nata con lo specifico obiettivo di favorire l’integrazione degli individui in un mercato del lavoro le cui dinamiche si sono progressivamente trasferite sulla Rete. Il neoliberismo, stadio evolutivo del capitalismo produttivista otto-novecentesco, ha trovato il suo compimento nella riduzione degli individui a consumatori, sottomettendo le molteplici dimensioni dell’esistenza alle logiche del marketing.

Trading algoritmico e illusione del decentramento

In generale, da una quindicina d’anni almeno, un numero crescente di individui ha trasferito la realizzazione della dimensione relazionale, dal primo approccio alla preservazione dei rapporti, nella sfera virtuale, oggi popolata da una tale pletora di reti sociali, che le forme di comunicazione che le caratterizzano si sono estese al dibattito politico: dai commenti in calce agli articoli delle edizioni digitali dei giornali, al confronto tra le forze politiche, fino ai procedimenti elettorali. Inoltre, in tali forme di comunicazione si tende a identificare l’esercizio della democrazia da parte di un corpo sovrano sempre più svuotato di corporeità. Poiché chiunque, teoricamente, può armarsi di dispositivi elettronici e occupare una porzione dello spazio virtuale per esprimere la propria opinione su qualsiasi tema, senza intermediari, tale smaterializzazione ha creato l’illusione del decentramento, come se i centri di potere tradizionali si fossero diluiti. Ciò non significa, tuttavia, che essi hanno cessato di esercitare il loro potere, anzi, rendendosi invisibili, hanno possibilità ancora maggiori di esercitare la loro influenza. Se poi dal piano della politica ci si sposta a quello del costume, si ha un fenomeno analogo: i conformismi attuali passano per lo più per figure come gli influencer. Quanto alla sfera finanziaria, che già rappresenta un’astrazione rispetto alla cosiddetta economia reale, negli ultimi due anni si è assistito a una crescita straordinaria della DeFi, la finanza smaterializzata, che consente agli utenti di effettuare transazioni senza intermediari e secondo molti specialisti è l’evoluzione naturale delle criptovalute. Infatti, come nella finanza classica, lo sviluppo della moneta precede quello dei sistemi di pagamento. Così, le attività delle borse sono affidate in misura crescente a piattaforme elettroniche che funzionano mediante algoritmi. È quanto viene definito trading algoritmico.

Tendenza all’astrazione

Questa generale tendenza all’astrazione è iniziata dalla sfera privata, nella seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso, con l’avvento delle reti sociali. Spazi, in cui il privato diventa pubblico e l’amicizia e la comunicazione sono apparentemente a portata di clic. Ma soprattutto, spazi in cui ciascuno ha la possibilità di presentarsi non per ciò che è, ma per ciò che vuole essere: l’autorealizzazione nella sfera virtuale è più a buon mercato rispetto a quanto avviene nell’esistenza concreta, dove un’azione, per quanto istantanea, non si svolge mai in un tempo pari a quello, assai esiguo, di digitazione. A tal proposito, si può dire che la digitalizzazione della società di massa ne ha smaterializzato le dinamiche a partire dalla proiezione dell’immaginario esistenziale del singolo nella sfera virtuale, su un altro livello di realtà rispetto a quella concreta, che si esprime mediante la corporeità. L’opposizione non è dunque tra reale e virtuale in sé, quanto piuttosto tra esistenza reale e vita virtuale: la prima si realizza attraverso il corpo, la seconda attraverso un avatar. Una parola, quest’ultima, mutuata dal sanscrito, in cui avatara designa una manifestazione fisica (nella discesa sulla terra) della divinità per preservare o ristabilire il dharma, che è al contempo verità e dovere, come le cose sono e come dovrebbero essere. In altri termini, l’avatar, nella società di massa digitale è espressione della necessità di presentarsi, che trionfa sulla volontà di agire.

Proprietari di se stessi

Il fatto che la smaterializzazione dell’individuo e della società abbia preso avvio dalla sfera privata, generalmente associata a quella del tempo libero (almeno nella migliore delle ipotesi), all’intimità, allo svago, l’ha probabilmente resa più accettabile. Analogamente, come sostiene Marco D’Eramo in Dominio, l’autoimprenditorialità ha reso più accettabile la condizione di ingranaggio dei meccanismi di produzione e commercializzazione di beni e servizi e la celebrazione dell’individuo come proprietario di se stesso gli ha reso meno gravosa (nel peggiore dei casi normale) la condizione di merce, che sottende espressioni come capitale umano o mercato del lavoro. Il che implica che l’umanità vale quanto produce, in termini concreti o virtuali (si pensi ad esempio al mercato dei dati), e, di conseguenza, il lavoro, anziché essere un diritto e un modo del singolo di contribuire allo sviluppo della collettività, è una piattaforma di scambio. Così, la conoscenza ha valore solo in quanto riducibile a competenza, quindi socialmente spendibile, e la percezione di sé viene declinata nei termini del rapporto tra schiavo e padrone. E l’illusione dell’antropocene maschera l’imposizione del pantopoliocene, in cui tutto e merce.