18 May 2022

Italia, Emirati arabi uniti, Israele: paralipomeni della batracomiomachia

Italia, Emirati, Israele cercano di preservare un certo equilibrio tra alleanze storiche, convergenze tattiche ed equilibri sociali

Ai margini dello scontro tra Russia e Stati uniti, la faglia geopolitica tra Mediterraneo, Medio Oriente e Caucaso brulica di trame economico-diplomatiche

Italia-Emirati: una nuova fase nelle relazioni bilaterali

L’incontro tenutosi a Milano, dall’8 al 10 febbraio, tra il ministro dell’Economia emiratino Abdullah bin Touq al-Marri e un manipolo di rappresentanti dell’industria, della finanza e della moda italiani, sembra aver sancito, anche se non attraverso le tradizionali vie diplomatiche, una ricomposizione dei diverbi che avevano caratterizzato le relazioni tra Roma e Abu Dhabi negli ultimi due anni. Tutto era iniziato a novembre 2018, quando il fondo emiratino Mubadala development, che dal 2014, assieme all’indiana Tata Limited, aveva acquisito quote sempre maggiori della compagnia italiana Piaggio Aero Industries, poi divenuta Piaggio Aerospace, aveva chiesto per questa azienda l’amministrazione straordinaria, temendone l’insolvenza. A suscitare la perplessità degli Emirati arabi uniti (Eau) era stata la decisione del governo emerso dalle elezioni politiche italiane del 2018 di non sbloccare i 766 milioni di euro precedentemente stanziati per l’acquisto di 20 droni da Roberta Pinotti, ministra della Difesa durante i governi presieduti da Matteo Renzi e da Paolo Gentiloni.

La Libia val bene lo Yemen

Successivamente, a gennaio 2021, il governo italiano aveva revocato le autorizzazioni alla vendita di missili e bombe ad Arabia Saudita ed Eau, ufficialmente in nome del rispetto dei diritti umani, in particolare delle vittime civili delle operazioni belliche della Coalizione guidata da Riyadh in Yemen. Eppure, in primo luogo la partecipazione di Abu Dhabi a questo conflitto era da tempo ridotta, e, in secondo luogo, la decisione di Roma non aveva ostacolato tanto la campagna yemenita, quanto, piuttosto, il sostegno di Arabia Saudita ed Eau al generale libico Khalifa Haftar. Dunque, il loro impegno sul fronte opposto a quello della Turchia (e dell’Italia), schierate invece con l’allora presidente del governo di unità nazionale di Tripoli, Fayez al-Sarraj. Tanto più che, a luglio 2021, l’Italia aveva eliminato la clausola che vietava la vendita di armi a Riyadh e Abu Dhabi per il conflitto in Yemen.

Azioni e reazioni

Di qui il deterioramento delle relazioni italo-emiratine, emerso chiaramente a giugno 2021, quando Roma aveva richiamato il suo ambasciatore ad Abu Dhabi, in risposta a quello che il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi, aveva definito «un gesto inatteso che si fatica a comprendere». Un riferimento alla mancata autorizzazione da parte degli Eau del passaggio per il proprio spazio aereo di un velivolo militare italiano che trasportava giornalisti e militari alla cerimonia per il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan. Quasi un mese dopo, inoltre, Abu Dhabi aveva intimato al contingente italiano di lasciare la base aerea di al-Minhad. Attualmente, tuttavia, lo strappo sembra ricucito. All’incontro dell’8-10 febbraio, organizzato a Milano, capitale economica, e non a Roma, capitale politica, e promosso da Giovanni Bozzetti, presidente di Efg consulting, hanno preso parte i rappresentanti di aziende che sfornano i tipici prodotti italiani, come Cantine Ferrari, Altagamma e Dolce&Gabbana, ma anche i dirigenti della casa farmaceutica milanese Dompé, di Beretta Holding, che produce armi da fuoco leggere, strumenti ottici, puntatori laser e capi d’abbigliamento. Tra i partecipanti, inoltre, figuravano esponenti del mondo accademico, in particolare della SDA Bocconi School of Managment e dell’Università cattolica del Sacro Cuore, nonché l’amministratore delegato del Fondo strategico italiano, Maurizio Tamagnini.

Economia: vera libertas?

Un altro esempio è stato l’incontro virtuale del 26 gennaio tra il presidente russo Vladimir Putin, con otto suoi ministri, e i dirigenti di 16 grandi aziende italiane, tra le quali Pirelli, Enel e Barilla, nonché di Unicredit e di Assicurazioni Generali. Allora Putin aveva definito l’Italia «uno dei maggiori partner economici della Russia», sostenendo l’affidabilità del proprio paese nella fornitura di gas. Dall’Europa, l’incontro era stato qualificato come inopportuno e giornali come Il Riformista lo avevano bollato come inaccettabile, in quanto nettamente divergente dalla posizione ufficiale di Roma, membro dell’Alleanza atlantica, nel conflitto russo-statunitense. Nondimeno, si tratta di un altro esempio di come i governi di attori geopolitici minori possano stabilire relazioni economiche vantaggiose, al di là della loro integrazione in determinate alleanze internazionali, di natura politica o militare. In Italia, in particolare, ci fu il caso dell’ex presidente dell’Agip, poi dell’Eni, Enrico Mattei, che negli anni ‘50 del secolo scorso non solo si contrappose al cartello di compagnie petrolifere mondiali note come le sette sorelle, ma influì sulla politica mediterranea dei governi italiani. Mattei morì in un incidente aereo, ma aveva ricevuto lettere minatorie dall’Organizzazione armata segreta (Oas) francese, per via dei suoi rapporti con il Fronte nazionale algerino, ed era stato messo in guardia dai servizi segreti sovietici e dal segretario generale del Partito comunista dell’Urss, Nikita Kruscev.

Israele: equilibrio di relazioni

Se l’Italia, ispirandosi a una maldestra attitudine atlantista, o a un altrettanto maldestro impegno per i diritti umani, mette in atto politiche rese poi più fluide dai rappresentanti del settore economico-finanziario, ciò è dovuto alla sua debolezza geopolitica, che non le consente di perseguire esplicitamente i propri obiettivi strategici, neppure come media potenza regionale. Diversa è la situazione di Israele, potenza mediorientale sostenuta dalla superpotenza statunitense, alleato fondamentale degli Usa, dove è rappresentato da lobby influenti. Nondimeno, nello scontro tra Mosca e Washington e sulla questione ucraina, Israele si è tenuta finora in disparte, evitando prese di posizione esplicite. L’unica iniziativa è stata proporsi per ospitare un incontro diplomatico tra i due contendenti. Un primo motivo è legato alle relazioni internazionali di Tel Aviv: se il rapporto con gli Usa è fondamentale sul piano militare e geostrategico, quello con la Russia è altrettanto significativo, in particolare nel conflitto siriano. Inoltre, molti cittadini israeliani provengono da ex repubbliche sovietiche (circa un milione) e rappresentano circa il 16% della popolazione. Molti di loro sono giunti in Israele negli anni ‘90, dopo l’implosione dell’Urss, e, benché siano chiamati russi dagli altri israeliani, provengono principalmente da Russia (400 mila) e Ucraina (una cifra analoga). Inizialmente disinteressati ai propri paesi di origine, gli israeliani di origine russa e ucraina hanno recuperato questo legame da quando, nel 2014, Mosca prese il controllo della Crimea. Una sorta di afflato patriottico, che ora rischia di proiettare le tensioni internazionali nel tessuto sociale, e di conseguenza sullo scacchiere politico, di Tel Aviv.