18 May 2022

(Dis)ordini mondiali. Cina: tra i due litiganti

La Cina negli ultimi mesi ha rafforzato la sua cooperazione con la Russia e accusa l’«Occidente» di alimentare le tensioni sulla questione ucraina

Xi Jinping persegue la sua strategia, a prescindere da Biden e Putin: relazioni internazionali modellate sul progetto delle nuove vie della seta e un paradigma sociale che tenta di conciliare confucianesimo e neoliberismo

Europa: riequilibrio alla francese

LiDurante il colloquio telefonico del 16 febbraio, il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo francese Emmanuel Macron hanno concordato sulla necessità di perseguire la via del dialogo e di placare le tensioni per risolvere la crisi ucraina. Pechino, quindi, sostiene l’impegno di Francia e Germania nel quadro del formato Normandia, che ha portato agli accordi di Minsk, mentre Parigi, che fino a giugno avrà la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, spinge per un maggior riequilibrio nelle relazioni euro-cinesi, in direzione di una maggiore reciprocità negli scambi commerciali. Inoltre, i due presidenti hanno discusso del deterioramento delle relazioni tra Cina e Lituania, da quando, il 18 novembre scorso, Taiwan ha aperto a Vilnius un suo ufficio di rappresentanza. Immediata la reazione di Pechino, che ha declassato le relazioni diplomatiche tra i due paesi, bloccando le importazioni dalla repubblica baltica, inclusi i prodotti esportati da altri paesi dell’Unione europea che contengono componenti lituane. Per questo, a fine gennaio Bruxelles ha avviato contro la Repubblica popolare un procedimento presso l’Organizzazione mondiale del commercio, per pratiche discriminatorie. A tale proposito, Macron, che sul momento aveva assicurato il suo sostegno alla Lituania, ha esortato Xi ad abolire le restrizioni commerciali ai danni di Vilnius, invitando al contempo al dialogo sulle richieste di Pechino. Nondimeno, il 9 febbraio, il ministro degli Esteri lituano è volato a Canberra per intensificare la cooperazione con l’Australia di fronte alle pressioni della Cina, accusata di usare il commercio come arma politica.

Tra Baltico ed Europa orientale: sulle macerie della guerra fredda

Entrambi i paesi, d’altronde, rappresentano ciascuno una colonna portante nel sistema di alleanze statunitense su due fronti caldi: il primo in Europa orientale con la Russia, il secondo nel Pacifico con la Cina. Se dunque Pechino evita di schierarsi in merito allo scontro russo-statunitense sull’Ucraina, preferendo mantenere buone relazioni commerciali con Kiev e un partenariato più stretto con Mosca, la polarizzazione innescata da Washington, che esercita pressioni sugli alleati affinché riducano i loro rapporti con i suoi rivali, rischia di tirarla in ballo. Gli Stati Uniti, infatti, intendono impedire che i paesi europei meno filo-atlantisti possano essere attratti dagli investimenti cinesi e dai partenariati con la Russia nel settore della difesa. Un discorso che vale in particolar modo per i Balcani e per l’Europa orientale, regioni in cui l’espansionismo imperialista statunitense ha fatto convergere gli interessi di Mosca e Pechino. Entrambe accusano infatti Washington e i suoi tentativi di espandere l’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato) nella ex sfera di influenza sovietica di sprofondare nuovamente il mondo in dinamiche tipiche della guerra fredda. Tuttavia, la principale radice dei mali che affliggono non solo il fianco orientale, ma l’intero spazio geopolitico del vecchio continente, è la mancanza di volontà da parte sia dell’Ue, sia degli Stati europei di portare avanti una linea strategica autonoma da Washington. Il costo di tale asservimento va ben oltre i rincari nel settore energetico: dopo aver perso il controllo delle regioni orientali, l’Europa rischia di essere teatro di nuovi conflitti, anche perché la sua natura composita la renderebbe permeabile alle manipolazioni legate agli scontri per procura.

Asia: un co-dominio sino-russo?

Se in Europa accusa l’«Occidente», intendendo con ciò gli Stati uniti, di alimentare le tensioni, in Asia, anche per ragioni di profondità strategica, la Cina punta alla cooperazione militare con la Russia, intessendo contestualmente una fitta rete di relazioni bilaterali, soprattutto con paesi rivali di due grandi alleati di Washington, India e Giappone, entrambi parte del cosiddetto quadrilatero democratico. In altri termini, come la Corea del Nord funge da limite alla penetrazione dell’influenza economico-culturale statunitense, portata avanti in particolare mediante Giappone e Corea del Sud, così fa il Pakistan di fronte all’India. Un buon esempio della politica di Pechino in Asia centrale è il Forum di Shanghai, fondato e guidato d’intesa con Mosca, e che dal 2001 si chiama Organizzazione per la cooperazione di Shanghai: inizialmente composto da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tajikistan, nel 2016 ha accolto India e Pakistan, mentre nel 2001 è stata la volta dell’Iran. In un simile contesto, il disastroso ritiro degli Usa dall’Afghanistan ha aperto a Cina e Russia nuovi spiragli geopolitici, anche se la situazione resta piuttosto complessa e di difficile gestione. Un altro esempio della stretta cooperazione russo-cinese in questa regione, sono le esercitazioni militari congiunte Vostok-2018, Centr-2019, Kavkaz-2020 e Interaction-2021.

Multilateralismo e non-ingerenza

Uno dei principali fattori di convergenza tra Pechino e Mosca in Asia centrale è l’esigenza di gestire una numerosa comunità musulmana, per lo più turcofona: da un lato gli Uiguri nel Xinjiang (circa 12 milioni di persone), dall’altro le diverse popolazioni che vivono tra Mar Nero, Mar Caspio e Daghestan (circa 25 milioni secondo le stime). Il modello di relazioni internazionali sino-russo è dunque improntato al multilateralismo e alla cooperazione in tema di sicurezza, accompagnata dalla non-ingerenza nelle questioni interne dei paesi partner. Piuttosto che sul paradigma dell’alleanza tipico della guerra fredda, Pechino e Mosca (quest’ultima solo a livello economico, perché sul piano militare prevale ancora la linea tradizionale dell’alleanza, come nel caso del Trattato di sicurezza collettiva) tendono a fare affidamento su una pletora di partenariati tattici o strategici e in settori diversificati, in ragione della specifica area geografica. Nondimeno, la convergenza tattica russo-cinese dipende in larga misura dalla condizione di entrambe le potenze rispetto alla (ancora) superpotenza statunitense, che dopo l’insediamento di Joe Biden alla Casa bianca ha ritrovato l’intraprendenza imperialista e la pretesa che i propri alleati siano un blocco monolitico disposto al sacrificio per il cuore dell’impero. Le stesse caratteristiche che si riscontravano durante la presidenza di Bill Clinton, il cui disastro balcanico (permesso dall’inerzia europea) fu, a quanto sembra, solo l’inizio.