25 Maggio 2022

In Italia salari sempre più bassi

L’Italia è l’unico Paese europeo ad aver diminuito i salari.

La pandemia ha giocato sicuramente un ruolo decisivo in questo drastico calo, ma se altri paesi, ugualmente coinvolti e messi a dura prova nelle loro economie, non hanno permesso alla disoccupazione e alle disuguaglianze sociali crescenti di diminuire il salario medio annuale, la situazione nel nostro paese è ben diversa. Tutto ciò, infatti, non è avvenuto in Italia, dove i salari sono stati abbassati.

L’analisi di OpenPolis sulla base dei dati Ocse

L’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea in cui, negli ultimi 30 anni, il salario medio dei lavoratori è diminuito anziché aumentare, questo è quanto emerge dal report. Strano dunque che l’Italia, nonostante quanto emerso, continui a far parte dell’Ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), che più volte e dopo diverse analisi ha sempre sottolineato dati non buoni. Si parla di istruzione ma anche di cultura, ed ora anche di salari, in tutti gli ambiti l’Italia è in fondo alla classifica.

Tra il 1990 e il 2020, infatti, nel nostro Paese si è registrato un calo del salario medio annuale pari al 2,9%.

In Italia si torna dunque a parlare di salario minimo. A proposito della questione si è espressa Nunzia Catalfo, ex ministra del Lavoro del governo Conte due e senatrice del Movimento 5 Stelle, che a Fanpage.it ha dichiarato: “Ne parliamo da anni, ma oggi è ancora più urgente visto l’aumento dell’inflazione – spiega la parlamentare – e sul salario minimo siamo indietro rispetto ai Paesi europei”. E poi “c’è chi si chiede con 5 euro lorde l’ora perché c’è il calo demografico e non si formano nuove famiglie, ma come si fa?”.

Ora però, come spiega la Catalfo, parlarne è più importante che mai a causa del rialzo dei prezzi al consumo, ovvero dell’inflazione.

L’Italia rispetto agli altri paesi europei

In Germania e in Francia, i salari medi hanno avuto un aumento rispettivamente del 33,7% e del 31,1%, un buon risultato se si tiene conto del fatto che partivano da livelli già alti. In Grecia, Paese che ancora sta scontando il peso di un alto debito pubblico, l’aumento è stato del 30%, anche in Spagna, con un mercato del lavoro simile in parte a quello italiano, il salario medio è comunque cresciuto, anche se di poco (+6,2%).

Come riporta Il Fatto Quotidiano, “In Italia, l’evoluzione dei salari è addirittura di segno contrario a quella del Pil: lo stipendio diminuisce mentre aumenta il Pil – si legge – Ogni trentenne italiano è cresciuto assieme a una discreta crescita del Pil pro-capite, una volta e mezzo quello che aveva alla nascita, nel 1990. Ma non se ne è accorto. E la sua paga è minore di quella del padre”.

Qual è il salario medio in Italia

In Italia nel 2020 il salario medio è stato di 37,8 mila dollari (circa 32,7 mila euro). In Spagna, invece, di 37,9 mila dollari. Nell’UE, gli stipendi più alti sono in Lussemburgo (65,8 mila dollari), seguito da Olanda (58,8 mila) e Danimarca (58,4). In Germania si attesta su una media di 53,7 mila dollari, in Francia sui 45,6. E i Paesi baltici dove negli anni ’90 si guadagnava meno di 10mila dollari all’anno, oggi vantano stipendi intorno ai 30mila dollari, non molto lontano dal nostro.

Come riporta Willmedia, facendo riferimento al rapporto Ocse: “Oggi l’Italia è quarta in Europa per numero di lavoratori poveri, pari all’11,8% di tutti i lavoratori, cioè circa un milione e mezzo di persone che guadagna da €550 a €820 al mese – si legge, con una particolare attenzione verso i lavoratori più giovani – la cui quota sale al 15,6%. Questo avviene anche perché non esiste ancora un salario minimo italiano stabilito dalla legge: risale solo allo scorso novembre una direttiva del Parlamento europeo in favore dell’introduzione di una soglia minima di retribuzione in tutta l’Unione, che mai come adesso è più che necessaria”.

Oltre un lavoratore italiano su 10, dunque, versa in condizioni di povertà, mentre almeno un quarto degli occupati percepisce un salario basso, con davanti un futuro post pandemia che non promette bene.

Un lavoratore su 10 è già povero

A confermare quanto detto, ci pensa la Relazione del Gruppo di lavoro sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa in Italia, presentata da Andrea Orlando (ministro del lavoro) e Andrea Garnero (economista Ocse). Come riporta Il Sole 24 ore, nel rapporto viene evidenziata l’emergenza della cosiddetta in-work poverty: “la condizione di povertà che riguarda i lavoratori, spinti sotto la linea della miseria da fattori che vanno dalla stagnazione retributiva a contratti precari”.

Quel che emerge dal rapporto è uno scenario che oltre ad essere già allarmante, rischia di essersi ancora più compromesso: la pandemia, si legge nel rapporto, “ha presumibilmente esacerbato il fenomeno, esponendo a più alti rischi di disoccupazione chi aveva contratti atipici e riducendo il reddito disponibile di chi ha avuto accesso agli ammortizzatori sociali e alle misure emergenziali introdotte per far fronte alle conseguenze della recessione”, riporta il sito.

Il caro energia non aiuta la situazione

Secondo l’Istat nel 2021, i prezzi al consumo hanno registrato un’impennata dell’1,9%, se questo non fosse sufficiente, a gennaio l’inflazione ha fatto segnare una ulteriore crescita “trainata dal costo dei beni alimentari non lavorati e dal peso delle nuove tariffe di luce e gas”. L’Istat, in merito, informa che anche per i prossimi mesi l’andamento dei prezzi sarà quello in rialzo. Le ultime stime, infatti, evidenziano il forte impatto sulle tasche delle famiglie e persino su alcuni settori che hanno iniziato l’anno dovendo gestire una nuova crisi.

Seconda una stima Assoutenti, gli incrementi “hanno comportato un aumento dei costi in capo a imprese, attività ed esercizi commerciali, che vengono scaricati sui consumatori finali attraverso i prezzi al dettaglio”. Quel che emerge, secondo l’associazione, è che potrebbe verificarsi una maxi-stangata da 38,5 miliardi di euro sulle tasche delle famiglie italiane.

I giovani sono in cerca di prospettive migliori

Come trattato in questo articolo, secondo un’indagine promossa da Aidp (Associazione per la Direzione del Personale), infatti, nell’ultimo anno si è verificato un vero e proprio boom di dimissioni, che ha come protagonisti soprattutto i più giovani e le fascia di età compresa tra i 26 e i 35 anni.

In particolare, emerge proprio come il 47% dei giovani si sia dimesso per ricercare condizioni economiche più favorevoli in altra azienda.