venerdì3 Febbraio 2023
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Il discorso di Putin: duplice egemonia o radicale bipolarismo

Nel suo discorso televisivo alla nazione, il presidente russo Vladimir Putin ha presentato i suoi argomenti a sostegno della decisione...

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Nel suo discorso televisivo alla nazione, il presidente russo Vladimir Putin ha presentato i suoi argomenti a sostegno della decisione di riconoscere l’indipendenza delle due repubbliche separatiste del Donbass

Mosca fa leva sulle contraddizioni di Washington per difendere i propri interessi strategici

L’Ucraina (non) è la Russia

Il 21 febbraio, Putin si è rivolto all’opinione pubblica, portando i propri argomenti a sostegno della decisione di riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche popolari del Donbas, Donetsk e Lugansk e facendo appello al Consiglio della Federazione russa affinché ratifichi i relativi decreti. In apertura, il presidente russo ha dichiarato che la situazione nel Donbass è giunta a un punto critico, sottolineando altresì che l’Ucraina è parte integrante dello spazio culturale e della storia della Russia. Tra le due popolazioni, ha spiegato, vi sono legami di sangue, anche perché il territorio ucraino è stato per secoli parte di quello russo. L’Ucraina moderna, infatti, secondo Putin è una creazione della Russia bolscevica e comunista e la sua storia novecentesca si articola in tre fasi. Subito dopo la rivoluzione del 1917, Vladimir Il′ič Ul′janov (Lenin) e i suoi collaboratori, in nome del principio di autodeterminazione dei popoli, «hanno separato parte del territorio russo», senza chiederne il parere alla popolazione. Quindi, dopo la «grande guerra patriottica» (la seconda guerra mondiale), Iosif Vissarionovič Džugašvili (Stalin) ha annesso all’Ucraina alcuni territori ceduti da Polonia, Romania e Ungheria. Infine, nel 1954, Nikita Khrušëv integrò la Crimea, allora russa, nel territorio ucraino. In altri termini, Putin ricorre all’argomento storico non tanto per dimostrare che l’Ucraina sia una mera entità statale artificiale, quanto per dedurne l’unità intrinseca tra questa e la Russia, in virtù della quale i due popoli sono in realtà un popolo solo. In un suo recente articolo, infatti, il presidente russo aveva messo in rilievo la comune origine di entrambe, e della Bielorussia, dal Rus’ di Kiev medievale, che comprendeva anche parti del territorio di Russia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia. 

L’errore di compiacere i nazionalisti

Un discorso non lontano da quello del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, a proposito della recente ristrutturazione dell’Organizzazione degli Stati turcofoni o, più specificamente, della stretta collaborazione tra Turchia e Azerbaijan (riassunta nell’espressione «un popolo due Stati»). Putin, di conseguenza, ha attribuito la responsabilità della frattura tra Mosca e Kiev al «grave errore» di Lenin e dei successivi capi di Stato e del Partito comunista russo, che pur di mantenere saldo il loro potere avevano compiaciuto i nazionalisti radicali e le ambizioni miopi dei notabili delle varie repubbliche sovietiche, concedendo a queste ultime ampia autonomia. Un errore, la cui gravità emerse nel 1991, quando fu chiaro che la «malattia» del nazionalismo aveva portato l’Unione sovietica al crollo. A quel punto, aggiunge Putin, Kiev sfruttò le buone relazioni con Mosca per suscitare nelle cancellerie euro-atlantiche il timore di un avvicinamento tra Ucraina e Russia, mentre ricostruiva il proprio assetto istituzionale adottando modelli stranieri (ossia statunitensi) e rifiutando tutto ciò che la legava a Mosca. Intanto, malgrado l’illusione dello sviluppo garantito dal passaggio all’economia di mercato, crescevano progressivamente da un lato le forze nazionaliste e russofobe, dall’altro il potere dei clan degli oligarchi. Le condizioni del popolo ucraino peggioravano, mentre Kiev respingeva qualsiasi appello al rispetto del multilinguismo: il russo fu estromesso dallo spazio pubblico e dal sistema scolastico. Contestualmente, le deboli istituzioni del paese furono pervase dalla corruzione, che ha provocato il saccheggio del patrimonio ereditato dall’Impero russo e dall’Unione sovietica. Finché i nazionalisti, cavalcando il malcontento popolare, hanno messo in atto il colpo di Stato nel 2014, ma l’impoverimento della popolazione non si è fermato. Frattanto, il «regime» ucraino impediva alla minoranza russa di preservare la propria cultura e, in Crimea, ad esempio, non ha rispettato la scelta del «popolo» al referendum sull’indipendenza. 

Violazioni del diritto internazionale

Dunque, mentre Kiev non rispetta quello stesso diritto all’autodeterminazione dei popoli che ne aveva favorito la creazione, gli Stati uniti e l’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato) non hanno rispettato gli impegni presi dopo il crollo sovietico, in particolare sull’espansione dell’alleanza in Europa orientale. Anzitutto, dal 2014 Kiev riceve cospicui aiuti militari da Washington, che approfitta delle tensioni per aumentare la presenza Nato sul territorio e il suo dominio del paese, esercitato direttamente e attraverso organizzazioni non governative. In secondo luogo, l’Ucraina partecipa a diverse esercitazioni militari con l’Alleanza atlantica, ma intanto la sua economia è in rovina. Infatti, l’aumento della potenza militare non implica sovranità e indipendenza e il paese diventa una colonia degli Usa, che impongono progressivamente il proprio controllo su istituzioni anche importanti, come la Procura contro la corruzione. Peraltro, il fatto che sia stato scelto come teatro di esercitazioni militari Nato, suggerisce che quest’ultima stia pensando già da tempo all’eventualità di un conflitto armato. Quindi, Putin accusa Washington non solo di violare la sovranità dell’Ucraina, ma anche di venir meno agli impegni presi al momento dell’implosione sovietica, a proposito della rinuncia all’espansione della Nato in Europa orientale. Così il presidente russo giustifica sia il sostegno alle due repubbliche separatiste del Donbass, sia le operazioni militari di Mosca per annettere la Crimea alla Federazione russa. 

Usa: l’incoerenza nel cuore dell’impero

Dal canto loro, gli Usa, cui fanno eco le cancellerie europee, accusano la Russia di violare l’accordo di Minsk, ma Putin nel suo discorso ha posto l’accento sul carattere difensivo delle sue decisioni e, più implicitamente, sull’incoerenza con cui Nato e Nazioni accettano l’indipendenza delle repubbliche un tempo appartenenti alla ex-Jugoslavia, fino a quella controversa del Kosovo, che fatica a essere formalmente riconosciuta dalla comunità internazionale perché sarebbe un precedente rischioso per i gruppi separatisti di altri paesi, tra i quali si possono citare l’Irlanda del Nord, in relazione alla Gran Bretagna, e Catalogna e Paesi Baschi, rispetto alla Spagna. Di tali incongruenze, Putin accusa esclusivamente Washington, ricordando la contrarietà di molti paesi europei all’idea dell’adesione di Ucraina e Georgia alla Nato. Al contempo, richiama l’attenzione su quanto i satelliti degli Usa siano schiacciati dalla loro egemonia, che impedisce a chiunque di perseguire una via autonoma nelle relazioni internazionali, pur ribadendo costantemente il diritto di Stati sovrani come l’Ucraina di aderire a qualunque alleanza vogliano. Tale politica di Washington, secondo Putin, ha fatto venire meno la «fiducia reciproca», fondamento essenziale per qualsiasi negoziato. La Nato, quindi, con il suo espansionismo è giunta ai confini della Russia, minacciandone direttamente la sicurezza, mentre gli Usa hanno accresciuto progressivamente il loro potenziale bellico. Eppure, il discorso di Putin implica che, se nessuno ha tentato di impedire alla Turchia di occupare parte dell’isola di Cipro, ufficialmente per tutelare la minoranza turca, nessuno dovrebbe cercare di dissuadere la Russia dall’intervenire in Crimea e nel Donbass, per proteggere la minoranza russa minacciata dal nazionalismo militarista di Kiev, che non avrebbe intenzione di applicare gli accordi di Minsk. 

Tra Archidamo e Stenelaida

Sia pure con toni duri, che riportano la mente alla guerra fredda, il presidente russo ha infine rilanciato i tre punti cardine delle sue proposte alla Nato e agli Usa: ritorno della Nato alle sue dimensioni del 1997, quando fu istituito il Consiglio Nato-Russia; rinuncia all’espansione dell’alleanza a Est; rinuncia al dispiegamento di dispositivi militari in Europa orientale (un riferimento di Putin a Romania e Polonia, dove la Nato si appresta a impiantare piattaforme e dispositivi per il lancio di missili). La Russia, dunque, non vuole la guerra, ma, messa alle strette, è pronta a difendersi, anche perché, secondo Putin l’ostilità statunitense non dipende dal tipo di sistema politico della Russia, ma dalla semplice esistenza di un grande paese indipendente. Per questo, ha spiegato, quando nel 2000 propose di integrare Mosca nella Nato all’allora presidente Usa Bill Clinton, quest’ultimo diede una risposta negativa. Tale antagonismo giustifica dunque il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk e l’annessione della Crimea, mentre appare inammissibile l’atteggiamento dell’Europa, che chiude gli occhi di fronte al massacro della popolazione russa in Ucraina. Anche sulla volontà di Kiev di decomunizzare il proprio tessuto sociale, Putin ha invitato alla coerenza, perché quel discorso non si può applicare a metà. Come il re Archidamo di Sparta alla vigilia della guerra del Peloponneso, il presidente russo è cosciente della superiorità militare statunitense, ragion per cui spesso sostiene la necessità di un atteggiamento moderato e orientato al dialogo, che possa fondare una coesistenza pacifica nel dominio afro-euro-asiatico, e di un impegno serio per evitare conflitti armati in Europa. Nondimeno, come suggeriva l’eforo spartano Stenelaida, Putin non intende lasciare i suoi alleati storici in balia degli Usa, né rinunciare alla propria area di profondità strategica. I toni da guerra fredda e parole come separatismo, autodeterminazione, sovranità, integrità territoriale fanno riecheggiare i conflitti balcanici, caucasici e centro-asiatici degli anni ‘90, per rimproverare a Washington una politica di due pesi e due misure e all’Europa l’asservimento al cuore dell’impero.

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