venerdì3 Febbraio 2023
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(Dis)ordini mondiali. Russia-Ucraina: riflessi condizionati tra i monti Zagros

Dopo alterne vicende di cooperazione e conflitti, Iran e Turchia seguono con attenzione gli sviluppi del conflitto tra Russia e...

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Dopo alterne vicende di cooperazione e conflitti, Iran e Turchia seguono con attenzione gli sviluppi del conflitto tra Russia e Ucraina; Ankara si specchia nel mar Nero come alleata riluttante degli Stati Uniti, Tehran si proietta tra Caucaso e Mar Caspio come avversaria utile

Schierati a metà

Una delle ragioni per cui l’attacco russo ai danni dell’Ucraina rischia di deteriorare i precari equilibri mediorientali, questioni petrolifere a parte, sono le ripercussioni che la netta opposizione tra Washington e Mosca potrebbe avere sulle relazioni tra i due pilastri geopolitici non arabi della regione. Iran e Turchia si trovano infatti in una posizione delicata: il primo perché, pur essendo legato alla Russia da una cooperazione che si era andata intensificando dopo l’isolamento internazionale dell’Iran, rischia di trarre più grattacapi che benefici dalla legittimazione delle ultime scelte del Cremlino, perché tra Baluchistan e Azerbaijan Orientale potrebbe essere messo alle strette dagli irredentismi serpeggianti tra le etnie «periferiche»; la Turchia per la sua posizione strategica affacciata sul mar Nero e per la determinazione del presidente Recep Tayyip Erdoğan a perseguire esclusivamente, o almeno in via prevalente, gli interessi geopolitici e strategici della Turchia, inclusa una cooperazione simultanea con la Russia per il settore energetico (e all’occorrenza militare, come nel caso del sistema di difesa missilistica S-400), e con l’Ucraina per il settore degli armamenti. In secondo luogo, Ankara e Tehran, il cui bilanciamento di forze spesso dipende dagli interessi strategici statunitensi, hanno intrattenuto, a fasi alterne, periodi di vicinato costruttivo e altri di conflitto. Per il primo caso, un buon esempio è appunto il miglioramento delle relazioni turco-iraniane negli ultimi anni, molto proficuo per entrambi i paesi soprattutto nel contesto siro-mesopotamico. Inoltre, nella fase della fondazione dell’Iran «moderno», la dinastia dei due shah persiani Pahlavi si era ispirata nella sua opera riformatrice al padre fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Atatürk. In particolare, lo shah di Persia Mohamed Reza, dopo una carriera nella brigata cosacca (sostenuta dalla Gran Bretagna, che, dopo la rivoluzione bolscevica, mirava al controllo del territorio persiano in funzione anti-russa), divenuto re con il nome completo di Reza Shah Pahlavi, avviò massicce riforme sul modello della neonata repubblica laica d’Asia minore. Tra i momenti di tensione, invece, si può ricordare il deterioramento dei rapporti tra Ankara e Tehran a seguito della Rivoluzione islamica iraniana del 1979.

Turchia: pro domo sua

Subito dopo l’inizio dell’attacco russo, l’ambasciata ucraina ad Ankara ha chiesto al governo turco di impedire alle navi russe di passare per gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, che collegano il mar di Marmara al mar Nero. Un’opzione che, secondo il portavoce del partito turco di governo, Giustizia e sviluppo (Akp), Ankara sta valutando, considerando le condizioni poste dalla convenzione di Montreux. Di contro, Fatih Ceylan, ex rappresentante della Turchia presso la Nato, Ankara continua, almeno per ora, a non volersi impegnare ad applicare le sanzioni euro-atlantiche ai danni di Mosca. Sempre nella mattinata del 24 febbraio, dopo un vertice del consiglio di sicurezza turco, Erdoğan, parlando con il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky, ha condannato l’attacco russo come un duro colpo alla pace e alla stabilità nella regione. Il giorno precedente, il ministro degli Esteri turco aveva condannato il riconoscimento da parte di Mosca dell’indipendenza delle due repubbliche separatiste del Donbass, in quanto violazione degli accordi di Minsk e minaccia all’integrità territoriale ucraina.

L’opposizione turca preferisce la neutralità

Dall’opposizione, il presidente del Partito repubblicano del popolo (Chp, di orientamento kemalista) suggerisce una posizione neutrale, sia perché la Turchia non è in guerra, sia perché è importante tenere fede alla convenzione di Montreux per non creare precedenti pericolosi. Più pragmatico il Partito del bene, che invita a tenere in considerazioni gli interessi della già fragile economia turca, riducendo al minimo l’impatto del conflitto in corso. In altri termini, la Turchia, che intrattiene buone relazioni sia con Mosca, sia con Kiev, non è disposta a sacrificare le possibilità che tale equilibrio offre alla sua economia di uscire dalla crisi sull’altare di una fedeltà atlantica, cui l’attuale governo è più volte venuto meno, in particolare negli ultimi dieci anni. All’intesa russo-turca, inoltre, è legato il fragile equilibrio balcanico: mentre il presidente serbo Aleksandar Vučić si è definito disposto a condannare l’attacco russo all’Ucraina, se quest’ultima condannerà l’attacco Nato del 1999 contro Belgrado, la Russia potrebbe rischiare di perdere i Balcani. Nondimeno può utilizzare la carta del Kosovo come potenziale candidato all’adesione all’Unione europea come argomento a favore del suo intervento militare in Ucraina.

Iran: ipotesi di ricatto

Il 24 febbraio, il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian ha dichiarato in un post sulla rete sociale Twitter che la guerra non è una soluzione, invitando a un cessate il fuoco immediato e alla ripresa più rapida possibile del dialogo tra le parti. Il ricorso alla parola guerra piuttosto che a invasione, esprime implicitamente la posizione di Tehran, esplicitata dal portavoce del ministero degli Esteri: la regione eurasiatica è sul punto di sprofondare in una crisi dilagante a causa delle operazioni dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato) sotto la guida degli Stati Uniti. Contestualmente, come accaduto in altri conflitti che hanno visto la Russia impegnata in Eurasia, la Repubblica islamica non ha formalmente riconosciuto le due repubbliche separatiste del Donbass. Rispetto al vicino turco, l’Iran, la cui crisi finanziaria è legata soprattutto alle sanzioni internazionali imposte dal blocco atlantico e non solo a difficoltà interne del sistema economico nazionale, probabilmente ha di più da perdere. Gli Usa, infatti, potrebbero sfruttare il bisogno di Tehran di liberarsi in fretta delle sanzioni per ricostruire l’economia del paese, per indurla a offrire il suo spazio geo-strategico all’alleanza atlantica, al fine di esercitare pressioni su Mosca sul delicato fronte caucasico.

Gli Usa cercano un asse medio-orientale filo-atlantista

Washington potrebbe persino proporre all’Iran, in cambio di una reintegrazione nella comunità internazionale e di un rinnovato accordo sul programma del nucleare civile, di sostituire, di concerto con le monarchie del Golfo e con Israele, la Russia come paese esportatore di idrocarburi: per il gas ci sarebbero il Qatar, Israele e, auspicabilmente la Grecia e la Turchia, tra le quali è in corso una delicata mediazione diplomatica con potenziali risvolti sulla questione cipriota; per il petrolio, invece, ci sarebbe, oltre a Tehran, l’Arabia saudita, che accoglie con favore l’eventualità di una nuova ascesa geopolitica grazie all’oro nero. La posizione dell’Iran in relazione alle tensioni russo-statunitensi è dunque analoga a quella della Siria, il cui presidente Bashar al-Assad si è prontamente schierato con Mosca, preferendo alleviare il peso dell’isolamento internazionale (cui contribuisce la complessa reintegrazione nella Lega araba) piuttosto che prendere posizione in favore del principio di sovranità degli Stati per utilizzarlo come argomento contro le incursioni dell’aviazione israeliana, che ultimamente si sono infittite.

Le periferie geopolitiche europee: vecchie e nuove questioni orientali

Il 24 febbraio, durante il vertice straordinario dell’Ue sulla questione ucraina, i capi di Stato e di governo dei paesi membri, oltre ad aver discusso di nuove e più aspre sanzioni da imporre alla Russia, hanno ascoltato le proposte di Polonia e Slovenia di una possibile integrazione di Kiev nell’unione, per dare alla sua popolazione «una speranza strategica e un motivo per perseverare nella difesa della loro patria, della loro sovranità e della loro democrazia». Le loro argomentazioni, conteute in una lettera congiunta di Varsavia e Lubiana, facevano leva sulla necessità di prendere decisioni coraggiose, in base agli insegnamenti che si possono trarre dagli ultimi due decenni di storia: se l’Europa non si espande, lo farà qualcun altro. D’altronde, Kiev, uscita nel 2014 dal movimento dei Non-allineati per stringersi maggiormente all’orbita atlantica, vorrebbe aderire all’Ue e alla Nato, e se fosse accolta in entrambi i casi, potrebbe avere una posizione analoga a quella della Polonia o delle repubbliche baltiche, fondamentalmente ostili alla Russia e particolarmente fedeli a Washington. Una soluzione che farebbe comodo a Washington perché, dopo la Brexit, è utile avere cunei in aree geopolitiche che rischiano di sottrarsi ai loro legami con il cuore dell’impero.

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