18 May 2022

Guerra, energia e transizione ecologica

L’aggressione della Russia all’ Ucraina mette a repentaglio gli equilibri geopolitici e le forniture di gas naturale su cui si basa il sistema industriale italiano e induce il Ministero della Transizione Ecologica a dichiarare lo stato di preallarme. L’isteria generale della classe politica produce posizioni e proposte le più disparate che però sembrano accomunate dall’urgenza di tranquillizzare ad ogni costo il mondo occidentale che non sarà costretto a rinunciare al suo benessere. Ma senza un equilibrio naturale, non ci può essere neanche crescita economica.

Nel suo doppio discorso alle camere tenuto martedì per informare il parlamento sulle posizioni del governo in merito all’ aggressione della Russia all’Ucraina, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha toccato diversi temi delle politiche nazionali e comunitarie. Temi che risentiranno a lungo dell’ evoluzione di questa guerra e che, pertanto, richiederanno un’ analisi lucida e razionale, libera da ideologismi e da logiche di consenso elettorale. È ormai chiaro che gli sviluppi del conflitto nei prossimi giorni o mesi costringeranno gli stati nazionali a rivedere le proprie politiche energetiche, le strategie industriali, i piani di difesa e soprattutto i rapporti tra gli stati nazionali e la Comunità Europea. La sicurezza, l’emergenza umanitaria, i costi e gli effetti delle azioni diplomatiche e militari stanno catalizzando l’attenzione del governo italiano e non solo. Tuttavia nel discorso del Presidente del Consiglio non sono mancati riferimenti a strategie di lungo termine per diversificare le nostre fonti di approvvigionamento energetico che è, forse, uno dei nodi centrali su cui si sta avviluppando la matassa dei problemi politici su scala globale. Se l’emergenza pandemica ha imposto delle scelte che hanno portato ad una maggiore integrazione europea e che ne condizioneranno l’orientamento economico per i prossimi decenni, la crisi geopolitica che l’aggressione russa ha innescato sembra capace di spingere l’Europa verso una ancora maggiore federazione sia sul piano della difesa, sia su quello energetico ed ambientale. Seguendo questa logica allora c’è chi, come il pluriconsigliere e Presidente del Centro Studi “Economia reale”, il professor Mario Baldassari, suggerisce di aumentare ulteriormente l’impegno economico che l’UE ha stanziato con il Next Generation EU per dotarsi di una difesa militare e di infrastrutture energetiche comunitarie. Obiettivi auspicabili, certo. Peccato però che Baldassari condizioni addirittura tutto questo ad un previo e definitivo abbandono delle fonti energetiche rinnovabili (che lui chiama ancora “alternative”). Forse rincuorato da quel passaggio del discorso di Draghi sulla necessità di implementare l’uso del carbone, il professore dimentica di considerare che questi investimenti tradiscono le aspettative e i diritti proprio di quella generazione a cui sta chiedendo i soldi per farli.

Non c’è crescita senza natura

Eppure l’ultimo rapporto dell’IPCC, non lascia dubbi: le attività industriali hanno già innescato dei processi irreversibili che si stanno manifestando con siccità, inondazioni, danni all’agricoltura e alle infrastrutture, perdita di biodiversità e compromissione di ecosistemi. Circa tre miliardi e mezzo di persone vivono in ambienti “altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici” dove si registra anche un divario nella possibilità di adattamento della popolazione direttamente proporzionale al reddito. Se sarà raggiunto l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura atmosferica entro il grado e mezzo, le stime parlano di scarsità idrica per il 18% della popolazione mondiale, ma già con due gradi di riscaldamento l’effetto riguarderà il 54%. Per molte aree del bacino del mediterraneo e del nord Europa la produzione agricola sarà compromessa a causa della desertificazione e della perdita di biodiversità. E con la prospettiva di scarsità idrica e alimentare, è difficile immaginare una crescita economica e un incremento della produzione e del benessere. Eppure il quadro che quest’ ultimo rapporto delinea è ben noto da tempo. La prima indagine scientifica su larga scala che ha messo in guardia i governi sui limiti dello sviluppo è stata presentata dal Club di Roma nel 1972. Questo famoso rapporto già cinquanta anni fa ci avvisava che se il tasso di crescita della popolazione, dell’ industrializzazione, dell’ inquinamento e dello sfruttamento delle risorse fosse continuato inalterato, i limiti dello sviluppo sul pianeta sarebbero stati raggiunti. Il risultato più probabile sarebbe stato un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità industriale, in un momento imprecisato entro i successivi cento anni. Siamo a metà strada. Passarono poi altri venti anni e nel 1992 la conferenza di Rio, il primo summit mondiale di Capi di Stato e Ministri dell’Ambiente pose degli obiettivi ambiziosi riguardo ai cambiamenti climatici e alla transizione energetica verso fonti a impatto zero. Questi obiettivi confluirono poi nel famoso protocollo di Kyoto e li rimasero, disattesi. Ancora pochi giorni fa, il Ministro della trasfigurazione ecologica riferiva in parlamento che per il momento abbiamo abbastanza gas, che per il futuro dobbiamo fare scorte maggiori e differenziare i fornitori, e che dovremmo anche, ma solo se ci va, investire nelle rinnovabili. A distanza di pochi giorni però, in un’intervista al Foglio, come si fa quando ci si sente capiti, lo stesso Ministro confessa al direttore che lo intervista: “davvero qualcuno crede che con questo programma che abbiamo costruito nell’ultimo anno e mezzo, si possa essere a posto per i prossimi trent’anni? Solo un ottimista inguaribile può pensare che abbiamo azzeccato tutto”.

È necessario semplificare le procedure per diversificare le fonti di energia

“L’Italia importa circa il 95% del gas che consuma e oltre il 40% proviene dalla Russia. Nel breve termine, anche una completa interruzione dei flussi di gas dalla Russia a partire dalla prossima settimana non dovrebbe comportare problemi” (…). “La diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico è un obbiettivo da perseguire indipendentemente da quello che accadrà alle forniture di gas russo nell’immediato. Non possiamo essere così dipendenti dalle decisioni di un solo Paese. Ne va anche della nostra libertà, non solo della nostra prosperità”. L’Italia ha ancora 2,5 miliardi di metri cubi di gas (…). La nostra previsione è che saremo in grado di assorbire eventuali picchi di domanda attraverso i volumi in stoccaggio e altra capacità di importazione” (…). “Dobbiamo prima di tutto puntare su un aumento deciso della produzione di energie rinnovabili. Dobbiamo continuare a semplificare le procedure per i progetti onshore e offshore – come stiamo già facendo – e investire sullo sviluppo del biometano. Il gas rimane un utile combustibile di transizione. Dobbiamo ragionare su un aumento della nostra capacità di rigassificazione e su un possibile raddoppio della capacità del gasdotto Tap”. E ancora: “Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone per colmare eventuali mancanze nell’immediato. Il governo è pronto a intervenire per calmierare ulteriormente il prezzo dell’energia, ove questo fosse necessario.” Da questi estratti degli interventi di Draghi sembra che alle rinnovabili, venga attribuita più che altro una funzione filtrante all’interno del discorso. Serve a prevenire le critiche. Dopo aver pronunciato tre volte la parola “carbone” e la parola “gas”, meglio mettere almeno una volta “energie rinnovabili” per non offendere nessuno, poi si vede. Per il resto il discorso sull’energia, che parli Draghi, Cingolani, o qualunque altro esperto delle istituzioni, resta un discorso prevalentemente economico e quasi mai ambientale, condizionato più da posizioni ideologiche o di mercato che dalle evidenze scientifiche. La questione energetica non è solo questione di approvvigionamento. Il gas italico non inquina meno di quello russo. Per non parlare del fatto che non sarebbe neanche lontanamente sufficiente a far scendere il prezzo spot del metano su scala globale. Diversificare le fonti di energia per ridurre la dipendenza dal grande dittatore va bene. Ma tornare a bruciare carbone come nell’ ottocento è una scelta miope, oltre che anacronistica. Possiamo fare di meglio.