25 Maggio 2022

Egitto, Emirati, Israele: il terzo polo

L’incontro fra questi tre paesi lascia intravedere la possibilità che emerga un terzo polo in Medio Oriente, alternativo all’Iran, maggiormente orientato verso Russia e Cina, e alla Turchia, in equilibrio dinamico tra Mosca e Washington

L’incontro trilaterale

Il 22 marzo, il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi ha ospitato a Sharm el-Sheikh la seconda giornata di incontri trilaterali con il principe ereditario di Abu Dhabi e ministro della Difesa degli Emirati arabi uniti (Eau) Mohammed bin Zayed Al Nahyan e il primo ministro israeliano Naftali Bennet. Si tratta della prima occasione di confronto diretto fra i tre paesi, da quando gli Eau hanno normalizzato le relazioni con Tel Aviv. Due le tematiche al centro delle discussioni: l’impatto economico della guerra in Ucraina e l’influenza crescente dell’Iran nella regione. Infatti, Egitto, Eau e Israele, storici alleati degli Stati uniti e baluardo del loro sistema di alleanze in Medio Oriente, ma delusi dal loro disimpegno durante l’amministrazione del presidente Donald Trump e dal loro ritiro disastroso dall’Afghanistan, intendono far emergere un asse arabo (sunnita)-israeliano, in grado di bilanciare il peso geopolitico di altre due potenze regionali: non solo l’Iran, avversario dichiarato, nell’ultimo decennio sempre più proiettato verso l’alleanza con Russia e Cina, ma anche la Turchia, membro dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato), ma decisa a perseguire i propri obiettivi strategici. A margine degli incontri trilaterali, al-Sisi e Mohammed bin Zayed hanno parlato della reintegrazione della Siria nella Lega araba, dopo che la visita del presidente siriano Bashar al-Asad negli Eau, il 18 marzo, aveva irritato gli Usa, favorevoli, invece all’asse israelo-egiziano-emiratino.

Necessità di arginare l’«asse iraniano»

D’altronde, come ha detto il viceministro degli Esteri israeliano Idan Roll, Tel Aviv è disposta a stabilire un’intesa con chiunque sia possibile contro l’asse radicale dell’Iran. Un proposito che la accomuna a Il Cairo e ad Abu Dhabi, preoccupati delle conseguenze della possibile restaurazione dell’accordo del 2015 tra l’Iran, i paesi del P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, più la Germania) e l’Unione europea. Un tale sviluppo, infatti, da cui le potenze regionali arabe sono state escluse, comporterebbe la reintegrazione di Tehran nella comunità internazionale e, di conseguenza, la possibilità che sfrutti le sue riserve petrolifere come strumento diplomatico per accrescere la propria influenza regionale. Tanto più che ultimamente Washington ha espresso l’intenzione di espungere il corpo dei guardiani della Rivoluzione iraniani (Irgc) dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Gli attacchi dei ribelli sciiti yemeniti Houthis in territorio saudita, come quelli di gennaio contro gli Eau, per le monarchie del Golfo, sono invece un chiaro segnale della capacità di proiezione di potenza di Tehran e del suo potenziale destabilizzatore. Inoltre, Abu Dhabi, al pari di Riyadh, è insoddisfatta dello scarso impegno statunitense, malgrado le espressioni di solidarietà e le promesse di invio di armamenti, contro i satelliti dell’Iran in Medio Oriente, come gli Houthis.

Sicurezza energetica e alimentare

Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana il 22 febbraio, i colloqui trilaterali erano stati programmati in segreto qualche giorno prima, ufficialmente per annunciare la ripresa dei voli tra Sharm el-Sheikh e l’aeroporto Ben Gurion. Una mossa che consente lo scambio di turisti tra l’Egitto e Israele, come gli accordi di Abramo tra Israele ed Eau. Inoltre, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che Tel Aviv vorrebbe convincere Abu Dhabi e Riyadh, finora contrarie, ad aumentare la produzione di petrolio, per ridurre la dipendenza dei paesi importatori dalla Russia e per stabilizzare il mercato degli idrocarburi. Un altro settore che ha subito gravi ripercussioni della guerra in Ucraina, soprattutto nella regione compresa tra Africa settentrionale, Medio Oriente e Golfo, è quello del grano: in particolare, l’Egitto, il maggior importatore di grano al mondo, comprava dalla Russia e dall’Ucraina l’85% del grano e il 73% dell’olio di girasole che coprivano il fabbisogno della popolazione. Tuttavia, tra il conflitto e le sanzioni imposte a Mosca, anche il grano ha subito un brusco aumento del prezzo, che ora rischia di aumentare il costo di alimenti molto diffusi tra le fasce più povere della società. Peraltro, in concomitanza con il mese di Ramadan, durante il quale l’islam prescrive il digiuno. Per questo, il 21 marzo l’Egitto ha fissato il prezzo del pane a 11,50 sterline, ma intanto cerca fonti di approvvigionamento alternative, intavolando trattative con India, Cina e Turchia. Frattanto, la Banca centrale egiziana ha alzato i tassi di interesse lasciando fluttuare il cambio e provocando la svalutazione della sterlina di quasi il 14% rispetto al valore del dollaro. Dunque, fermato il deflusso di capitali, non resta che fronteggiare l’impatto sociale dell’inflazione.