25 Maggio 2022

(Dis)ordini mondiali. Russia: effetti collaterali

La guerra in Ucraina ha già mostrato come le sanzioni possano nuocere anche (talvolta soprattutto) a chi le impone e rischiano di frantumare il mercato globale

Le questioni dell’approvvigionamento energetico e alimentare rischiano di accendere nuove e pericolose tensioni, soprattutto in un periodo di corsa agli armamenti

Quello che il giorno deve alla notte

A parte la Russia, tra crisi alimentari ed energetiche, Europa, Medio Oriente, Asia, Africa e gli stessi Stati uniti vivono questa fase di profonde trasformazioni negli equilibri geopolitici come un momento di crisi. Ciascuno a suo modo. Così, il quotidiano francese La Tribune ha intravisto un’evoluzione tra le ripercussioni della pandemia da Covid-19 sul commercio mondiale e gli effetti della guerra in Ucraina sul mercato globale, e sui mercati nazionali che vi si intersecano. In effetti, se l’emergenza sanitaria aveva mostrato le implicazioni della dipendenza della filiera produttiva di beni di consumo di massa (come, ad esempio, i dispositivi tecnologici o le automobili) dalla Cina e da Taiwan, l’«operazione speciale» russa e le conseguenti sanzioni euroatlantiche ai danni di Mosca lasciano emergere due tipi di dipendenze, che minacciano le economie nazionali. La prima è quella alimentare, che crea le precondizioni per l’insorgere di carestie in regioni già caratterizzate da instabilità, come l’Africa, il Medio oriente o l’Asia, che importavano grano da Russia e Ucraina. Per la stessa ragione, rischiano penurie anche i paesi europei, le cui agricolture traevano grandi benefici produttivi dai fertilizzanti russi. La seconda dipendenza è quella energetica, in un momento di crescita esponenziale sia dei consumi elettrici sull’onda della transizione digitale, sia dei consumi di carburanti a causa, per esempio, della mobilità cui sono spesso costretti i lavoratori o dell’exploit del settore trasporti e logistica. In altri termini, l’intera catena produttiva rischia di bloccarsi in mancanza di idrocarburi, mentre le singole società vivono lo spettro del razionamento e della crisi alimentare, al termine di decenni di esaltazione consumistica.

Verso la militarizzazione dei mercati finanziari?

Ultima guerra del XX secolo, prima dell’era della società di massa digitale, il conflitto ucraino ha altresì innescato una miriade di micro-conflitti locali, radicati in contrasti secolari in contesti multietnici, multiconfessionali e multiculturali, che si prestano non solo all’emergere di scontri di fazione, ma anche alle manipolazioni e alle infiltrazioni degli Stati profondi altrui. Inoltre, le implicazioni economiche dello scontro Usa-Russia e il loro impatto su società già dissestate dalle diseguaglianze, rischiano di accrescere il peso di forze politiche che già puntavano il dito sulla globalizzazione e sul mercato globale come due delle principali cause dell’inasprirsi dell’ingiustizia sociale. Queste forze si ispirano sovente a ideologie nazionaliste e conservatrici, che a loro volta comportano difficoltà crescenti di gestione dei contesti più complessi dal punto di vista identitario. Peraltro, una volta ascese al potere, creerebbero i presupposti per nuovi conflitti, sia all’interno delle singole collettività, sia su scala internazionale. Ragion per cui, la loro ascesa negli ultimi anni aveva suscitato inquietudini su entrambe le sponde dell’Atlantico settentrionale. Nondimeno, complici l’impoverimento e la diffusione crescente del senso di insicurezza (cui si è già assistito in due anni di emergenza sanitaria), simili formazioni politiche da un lato cavalcano l’aggressività latente nelle singole società, lasciandola talvolta esplodere in episodi di violenza, dagli scontri fuori dagli stadi alla devastazione di sedi sindacali, o persino istituzionali, come Capitol Hill negli Usa. Inclusa la comune violenza di strada, anch’essa aumentata, soprattutto nei grandi centri urbani.

Danni collaterali

Dunque, mentre il conflitto in Ucraina rischia di disintegrare l’economia globale in blocchi, causando gravi perdite soprattutto ai paesi emergenti (come rileva uno studio dell’Organizzazione mondiale del commercio), la polarizzazione dei contrasti geopolitici potrebbe essere acuita dall’affermazione di partiti e movimenti che fanno dell’identità il principale argomento di propaganda. Si pensi al recente paragone istituito dal primo ministro britannico Boris Johnson tra la “resistenza ucraina” e la “brexit”. Intanto, minacciate dalla recessione, le cancellerie europee e la Gran Bretagna hanno ingaggiato una caccia all’approvvigionamento energetico, contestuale alla corsa agli armamenti. I vari governi stanno quindi prendendo decisioni che, oltre ad animare polemiche nei dibattiti politici interni, creano dissapori tra paesi alleati. Per citare due esempi, il contratto firmato dalla società italiana Eni con l’Egitto, che sembra aver cancellato con un colpo di spugna gli attriti tra Roma e il Cairo sulla morte di Giulio Regeni o sulla detenzione, ancora in corso, di Patrik Zaki, e gli accordi tra Italia e Algeria, che hanno esacerbato la rivalità algero-marocchina e irritato la Spagna. Tensioni pericolose, come del resto quelle tra Ungheria e Unione europea, che si aggiungono a una perdita da parte degli Usa della capacità di cooptare i propri satelliti in un fronte compatto contro il “nemico” designato, emersa in occasione del voto all’Assemblea generale delle Nazioni unite sull’espulsione della Russia dal Consiglio per i diritti umani. Specularmente, altre tensioni geostrategiche sembrano d’improvviso superate, come quelle tra Turchia e Arabia Saudita, o tra Turchia ed Emirati arabi uniti. Simili mutamenti repentini di posizione, d’altronde potrebbero erodere lo status di superpotenza degli Usa, il cui bimestrale Foreign Policy ha suggerito che la guerra in Ucraina sia parte dello scontro tra Washington e Pechino.