22 Maggio 2022

Opacità oltre la diplomazia

Dalle relazioni “proibite” con la Russia, agli assestamenti negli equilibri regionali in Medio Oriente e nel Mediterraneo, fino al ruolo della Cina

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’incertezza sull’esito e, apparentemente, persino sui termini dello scontro inducono i paesi situati nelle aree di convergenza geostrategica al funambolismo diplomatico

Chi gioca con Mosca?

L’esplosione di una guerra scaturita dal confluire degli interessi geopolitici di due potenze mondiali in una stessa regione e fortemente connotata dal punto di vista ideologico, in un’era di forte interdipendenza delle economie nazionali all’interno del mercato globale, l’opacità nelle relazioni internazionali sembra quasi scontata. Soprattutto se si considera che, a parte i proclami dai toni bellicosi del presidente degli Stati uniti (Usa) Joe Biden e dei suoi omologhi russo, Vladimir Putin, e ucraino, Volodymyr Zelensky, e oltre ai discorsi ufficiali dei governi dei paesi satelliti e alla postura neutrale e inclusiva della Cina, esiste un sottobosco di elaborazioni da parte dei rispettivi Stati profondi, che si manifesta sotto l’aspetto di funambolismi geopolitici ed equilibri instabili. In primo luogo, Mosca, che, lungi dall’essere isolata sul piano internazionale, conta ancora, ad esempio, sulla cooperazione economica dichiarata con Pechino (cui è legata altresì da un partenariato strategico) e con Nuova Delhi, alleato importante di Washington nell’Indo-Pacifico e membro del quadrilatero democratico: divise sul piano strategico, India e Cina sono accomunate dalla scelta della neutralità di fronte al conflitto ucraino. Una convergenza tattica, che preoccupa gli Usa in vista dello scontro con l’Impero del centro, il loro autentico avversario in quanto si è affermato in pochi decenni traendo profitto dallo stesso modello socio-economico, il capitalismo, sia pure diversamente declinato. Anzi, Pechino ha anche superato il produttivismo capitalista, introducendovi la variabile del controllo dello Stato-provvidenza, che coopta il settore economico alle scelte politiche del governo-partito.

Chi gioca con chi?

In secondo luogo, la Russia conta su un membro dell’Unione europea (Ue), che per gli Usa era diventata una sorta di secondo cortile di casa, dopo l’America latina: l’Ungheria del presidente, fresco di conferma, Viktor Orbán, più volte bacchettata da Bruxelles per le sue politiche autoritarie e nazionaliste e per le sue chiusure in tema di migrazioni. In terzo luogo, la Russia è saldamente integrata all’interno dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep), divenuta nel 2016 Opep+, con l’integrazione di altri dieci Stati. In quarto luogo, diversi paesi hanno con Mosca rapporti volutamente opachi, funzionali al mantenimento di equilibri geopolitici vantaggiosi per i rispettivi interessi economici e strategici. Rapporti, che possono essere diretti o indiretti. Un esempio dei primi è quello tra Russia e Israele, soprattutto in Siria: Tel Aviv conta sul controllo russo dello spazio aereo siriano per condurre operazioni mirate, ufficialmente contro obiettivi iraniani. Si potrebbe inoltre citare la relazione russo-turca: Ankara, non solo ha acquistato da Mosca il sistema di difesa missilistica S-400, incappando nelle sanzioni statunitensi (Washington, di contro, ha perdonato all’India la stessa scelta), ma ha anche preso parte con Russia e Iran ai colloqui di pace di Astana per la Siria. A proposito di sanzioni, un recente rapporto dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, solo il 19% dei paesi del mondo, che detiene il 59% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale, applica quelle nei confronti di Mosca. Inoltre, una deroga concessa dal Tesoro statunitense alle sanzioni finanziarie (che oltre a escludere la Russia dal sistema SWIFT, ne hanno congelato le riserve valutarie estere in Usa, Ue, Regno unito e Giappone), ha consentito al Cremlino di evitare il default, rispettando cinque scadenze di debito sovrano. Il 5 aprile, la deroga è venuta meno, ma l’interconnessione dei sistemi economici nel mercato globale rende la flessibilità auspicabile per evitare pericolose reazioni a catena.

Incertezza, sospetti e giochi di prestigio

Vi sono poi i rapporti indiretti, ossia quelli che si instaurano per il tramite di imprese private, istituzioni culturali e organismi sportivi: settori nei quali, nelle democrazie neoliberali, lo Stato ha voce in capitolo fino a un certo punto, a differenza di quanto avviene, ad esempio, nel modello cinese. Vi è anzitutto il caso di Italia, Francia e Germania, che hanno continuato a vendere armi alla Russia dopo l’embargo del 2014, ufficialmente in base a vecchi contratti. D’altronde, decisioni come l’espulsione di diplomatici o il finanziamento e l’invio di materiale bellico a determinati paesi spettano alla politica, mentre l’economia procede su un binario autonomo. Ad esempio, il 68% delle imprese francesi è rimasto in Russia, come il 64% di quelle italiane, percentuali vicine al 75% delle aziende cinesi. Restare in un paese colpito da sanzioni, in effetti, può rappresentare un’occasione di guadagno, poiché permette di approfittare del ritiro altrui. Del resto, il mercantilismo domina tanto i rapporti commerciali, quanto le relazioni geopolitiche e gli intrecci di alleanze. Così, il Marocco, in cambio della normalizzazione con Israele, ha ottenuto dall’ex presidente Usa Donald Trump il riconoscimento della sovranità marocchina con il Sahara occidentale. Nondimeno, non sempre gli equilibrismi geopolitici fruttano, anzi, spesso sono forieri di conflitti “a orologeria”: nella fattispecie, il riaccendersi dell’ostilità algero-marocchina e, dopo il sostegno della Spagna a Rabat sull’autonomia del Sahara occidentale, il gelo diplomatico tra Madrid e Algeri. Di qui, a sua volta, a seguito della visita del presidente del Consiglio italiano Mario Draghi in Algeria (che con la Russia ha ottime relazioni), l’attrito tra Roma e Madrid, per ora limitato alle manifestazioni di irritazione della stampa conservatrice spagnola, ma che rischia di aprire una frattura in seno alla già frastornata Ue.