25 Maggio 2022

Sicurezza alimentare: la guerra infinita

La pandemia del biennio precedente e il conflitto in Ucraina hanno posto, in tutta la loro urgenza, le due questioni della sicurezza alimentare e dell’autosufficienza strategica

Il problema non è solo dei paesi “in via di sviluppo”: industrializzazione forzata, iperproduttivismo, degrado ambientale, sfruttamento delle materie prime minacciano la salubrità dei cibi anche nei paesi “sviluppati”

Sviluppo insostenibile

Prima che la pandemia da Covid-19 monopolizzasse gran parte dell’attenzione delle opinioni pubbliche mondiali, uno dei temi centrali del dibattito politico, soprattutto nelle democrazie neoliberali, era l’urgenza di cambiare stile di vita e modelli produttivi, per non mettere a repentaglio la sopravvivenza del pianeta e la sicurezza delle prossime generazioni. L’ascesa di forze politiche che fanno della difesa dell’ambiente (o di quel che ne resta) uno dei punti centrali del loro programma e, da ultimo, le battaglie lanciate dalla giovane svedese Greta Thunberg avevano sensibilizzato istituzioni politiche nazionali e sovranazionali alla riflessione sui pericoli in cui l’uomo incorre quando danneggia l’ecosistema in cui egli stesso vive. Eppure, la questione ecologica prese piede nella seconda metà degli anni ‘60, quando si iniziò a mettere seriamente in discussione l’eccessivo incremento demografico e lo sfruttamento miope delle risorse naturali per alimentare gli ingranaggi dell’iperproduttivismo e dello sviluppo economico. Successivamente, mente le guerre degli anni ‘90 del secolo scorso portarono alla ribalta il problema della contaminazione dei territori con l’uranio impoverito e altri prodotti dell’avanzamento tecnologico dell’industria bellica, proseguivano i dibattiti sull’impatto ambientale dell’industria civile: rischio di esaurimento delle riserve di idrocarburi, emissioni dannose industriali e domestiche, possibilità di riciclare i rifiuti (soprattutto da quando è stata marginalizzata l’idea del riuso), danni derivati dall’estrazione di materie prime dal sottosuolo. Questioni talvolta associate a quelle, altrettanto urgenti, dello sfruttamento delle risorse umane o dell’esposizione a sostanze dannose dei lavoratori di alcuni settori produttivi.

I rovesci e i diritti umani

Anche se poche forze politiche coniugano sensibilità ecologica e denuncia delle diseguaglianze sociali (tra i rari esempi si possono annoverare il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, e l’amministrazione del Rojava in Siria), entrambe trovano il loro fondamento nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, che sancisce, tra gli altri, il diritto all’alimentazione, già presente nelle proposte dell’australiano Franck Mc Dougall durante i negoziati per la creazione della Società delle Nazioni: questo implica non solo l’accesso stabile al cibo e la sua disponibilità, ma anche la qualità degli alimenti a livello nutrizionale e sanitario: due principi la cui realizzabilità dipende in buona misura dallo stato di salute dell’ambiente, oltre che dalla volontà e dalla capacità delle istituzioni nazionali e sovranazionali di debellare le diseguaglianze sociali. Di diritto all’alimentazione, secondo François Collart Dutilleul, si parlava già nella Carta di Mandé, da cui deriva il nome del Mali. Eppure, la questione della sicurezza alimentare non riguarda solo paesi devastati dal conflitto o logorati da secoli di colonialismo, ma anche quelli considerati più avanzati, dove crisi finanziarie, corruzione, emergenze sanitarie e, talvolta, catastrofi climatiche hanno contribuito all’impoverimento di consistenti porzioni del tessuto sociale. Ad esempio, l’Italia fa parte del G7, il gruppo dei sette paesi del mondo con le maggiori economie, ma, secondo l’Istituto nazionale di statistica (Istat), nel 2020 il 9,4% della sua popolazione viveva in condizione di povertà assoluta, mentre la povertà relativa interessa il 10,1% delle famiglie. Una situazione peggiorata anche per via della pandemia da Covid-19, che, oltre a mettere in luce i limiti della gestione del sistema sanitario nazionale, ha esacerbato le diseguaglianze sociali, pur non essendone stata la causa remota.

L’autosufficienza nel mercato globale

In altri termini, mentre nei decenni precedenti era fiorito un dibattito sull’impatto ecologico delle attività umane, negli ultimi due anni due crisi, la prima sanitario, diffusa in breve tempo su scala globale, la seconda bellica, con epicentro in Europa orientale, ne hanno evidenziato le ripercussioni sulle società e sugli individui che le costituiscono. Del resto, così come la causa dell’impennata dei prezzi dei carburanti non è la guerra in Ucraina (il picco si è registrato a dicembre 2021), sarebbe riduttivo ricondurre ad essa le crisi alimentari, energetiche, economiche (il turismo russo rappresentava una notevole fonte di guadagno in paesi come Egitto e Turchia) che colpiscono buona parte del pianeta. La regione ucraina del Donbass, ad esempio, è ricca di metalli e terre rare, indispensabili per l’industria delle nuove tecnologie. La Cina (alle cui nuove vie della seta l’Ucraina ha aderito nel 2017) ne vanta il 62% della produzione globale e il 36% delle riserve mondiali, seguita da Stati uniti (12,3%), Myanmar (10,5%) e Australia (10%). Nel vecchio continente, invece, la regione più ricca sarebbe appunto l’Ucraina, mentre gli altri paesi europei restano dipendenti dalle importazioni, come vaste aree del Medio Oriente e dell’Africa dipendono dalle importazioni di generi alimentari. L’interdipendenza che caratterizza le relazioni finanziarie ed economiche internazionali nel mercato globale appare dunque come un’arma a doppio taglio: presentata più volte come potenziale punto di incontro e fondamento di dialogo nelle relazioni internazionali, è spesso la base su cui si innestano lo sfruttamento selvaggio di regioni ricche di risorse strategiche (e delle popolazioni che le abitano), la delocalizzazione di porzioni delle filiere produttive in funzione del profitto o fenomeni di concorrenza sleale. Fenomeni che, soprattutto in momenti di transizione geopolitica, troppo spesso inducono i governi a riempire gli arsenali anziché i granai.