18 May 2022

(Dis)ordini mondiali. Fermenti arabi vivi

La climax di tensione tra Russia e Stati uniti ha messo il vasto e multiforme mondo arabo di fronte a uno spinoso dilemma

Tramontati i riferimenti storici tradizionali dell’islam politico e del nazionalismo arabo, il fattore unificante potrebbe essere la questione palestinese

Uomini sotto il sole

Il 21 aprile, l’aviazione israeliana ha bombardato la Striscia di Gaza per la seconda volta in una settimana, inasprendo le delicate relazioni tra Tel Aviv e i paesi arabi che avevano aderito agli accordi di Abramo. Seguendo una dinamica che si perpetua da decenni, l’attacco è stato sferrato dopo che, nella notte, un missile lanciato dalla Striscia di Gaza aveva colpito la parte meridionale di Israele, danneggiando lievemente un’abitazione, ma senza provocare vittime. Nessun gruppo palestinese ha rivendicato l’attacco, ma secondo il partito islamico Hamas, i bombardamenti israeliani non fanno che «incoraggiare i palestinesi a resistere all’occupazione e a intensificare il loro sostegno a Gerusalemme e al suo popolo». I lanci di missili e i successivi attacchi dell’aviazione di Tel Aviv del 18 e del 21 aprile, si inscrivono infatti in un progressivo incremento delle tensioni attorno alla moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, dove dall’inizio del mese di ramadan i servizi di sicurezza israeliani impongono restrizioni all’accesso dei palestinesi, compiono incursioni violente nel tentativo di sgomberare i fedeli musulmani raccolti in preghiera e sostengono informalmente gli attacchi di estremisti israeliani. Il culmine degli scontri, quest’anno, si era registrato venerdì 15 aprile, ma, all’ombra del conflitto ucraino, forze armate (Tsahal) e servizi di sicurezza interni (Shin Bet) di Tel Aviv avevano aumentato la pressione su tutti i territori palestinesi occupati: ondate di arresti, brutale repressione poliziesca delle proteste e copertura legale e tattica ai gruppi di coloni israeliani.

Discordie di Abramo

Da decenni, l’Autorità nazionale palestinese (dal 2013 Stato di Palestina), Hamas, nonché forze politiche, associazioni e organizzazioni non governative palestinesi e internazionali, sottolineano l’urgenza di trovare una soluzione definitiva, come ad esempio la divisione in due Stati. Tuttavia, neppure le numerose risoluzioni dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) sono valse a portare Israele sulla via del dialogo, soprattutto da quando alcuni paesi arabi hanno deciso di normalizzare le relazioni con Tel Aviv senza porre come condizione la soluzione della questione palestinese. Ciò ha contribuito a radicare un conflitto, che negli ultimi anni si è esteso anche ai cittadini arabi israeliani, le cui proteste sono state represse violentemente da Tel Aviv Quanto alla Striscia di Gaza, sottoposta a embargo economico e blocco militare dal 2006, è diventata la prigione a cielo aperto più grande del mondo. Lo scorso 11 aprile, Hamas ha dichiarato che la resistenza palestinese non resterà in silenzio, dicendosi pronto a sostenere «una battaglia di sei mesi» con Israele. Un’evoluzione che rischierebbe di aprire un altro fronte, oltre a quello europeo-orientale, nello scontro tra Russia e Usa. Infatti, se dall’inizio del conflitto ucraino Tel Aviv aveva preferito mantenersi neutrale, all’inizio di aprile sembra essersi verificato un cambiamento di rotta: il 7 aprile, Israele aveva votato a favore della sospensione di Mosca dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, due giorni dopo che il ministro degli Esteri Yair Lapid aveva accusato la Russia di crimini di guerra, per il massacro di Buča. Il 15 aprile, il suo omologo russo Sergej Lavrov aveva risposto accusando Israele di sfruttare la guerra in Ucraina per distrarre la comunità internazionale dal conflitto in Palestina e condannando l’occupazione israeliana della Cisgiordania, la più lunga dal secondo dopoguerra, e il blocco imposto alla Striscia di Gaza, entrambi sostenuti dagli Usa.

L’incoerenza dell’incoerenza dei diplomatici

Nell’attuale contesto di ridefinizione degli equilibri geopolitici globali, si profila il rischio che la rivalità tra Stati uniti da un lato, Russia e Cina dall’altro, trovi un altro punto di sfogo in Palestina. Il 18 aprile, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha parlato per telefono con il presidente russo Vladimir Putin delle tensioni in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Due giorni prima, il capo del Cremlino aveva discusso telefonicamente con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman dell’operato dell’Opec+ e delle guerre in Ucraina e Yemen. In generale, lo scricchiolio degli equilibri geopolitici globali sembra aver dato nuova vita a organismi come la Lega araba e l’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic). Quanto alla prima, che il 21 aprile ha invitato Israele a fermare le incursioni di israeliani nella moschea di al-Aqsa, mettendo in guardia sul pericolo di conflitti maggiori, agli inizi del mese aveva inviato una delegazione di ministri degli Esteri a Mosca, per discutere delle implicazioni mediorientali della guerra in Ucraina. A fine marzo, invece, l’Oic aveva invitato al suo vertice il ministro degli Esteri cinese Wang Yi come “ospite”. Dunque, mentre fino a marzo sembrava delinearsi un “polo” arabo-israeliano, costruito attorno agli accordi di Abramo e alimentato dall’esigenza tattica di proteggersi dai contraccolpi dell’attuale titanomachia geostrategica, il riesplodere del conflitto israelo-palestinese sembra imprimere un cambiamento di rotta: Tel Aviv più vicina a Washington, Palestina e buona parte della Lega araba con gli sguardi rivolti Mosca e Pechino per ritagliarsi un proprio spazio geopolitico. In tale quadro potrebbe inscriversi anche il coro di condanne della violenza israeliana a Gerusalemme Est “occupata” da parte degli stessi paesi arabi che avevano normalizzato le loro relazioni con Tel Aviv.

La spada, la lancia, il foglio e la penna…

La Lega araba, frattanto, sembra intenzionata a innalzare una barriera anche nei confronti della Turchia, approfittando della distensione turco-israeliana. Infatti, il 20 aprile, la Lega araba ha denunciato l’«aggressione turca» nel Nord dell’Iraq, che minaccia la sovranità e l’integrita di Baghdad e viola il diritto internazionale, definendo «inaccettabili» tali comportamenti. In tal modo, ha fatto eco alle dichiarazioni del governo iracheno, che due giorni prima aveva commentato che mentre si decantano le relazioni positive con la Turchia, basate su interessi comuni, Ankara prende decisioni unilaterali, senza coordinarsi con le autorità di Baghdad. Che sia il segnale di un tentativo da parte di paesi arabi “forti”, come gli Emirati arabi uniti (potenza di intelligence), l’Arabia saudita o l’Egitto (potenza militare e di intelligence), di ricostituire una qualche forma di unità, al di là dei riferimenti storici dell’islam politico o del nazionalismo arabo? Se così fosse, si creerebbe un polo composito, ma disposto ad associare la sapienza diplomatica alla strategia bellica, come recitava un distico del celebre poeta arabo al-Mutanabbi: «Il cavallo, la notte, il deserto mi conoscono | e la spada, la lancia, il foglio e la penna».