18 May 2022

Armi e bagagli

Oltre agli aspetti ideologico, politico, etico ed economico, l’invio di equipaggiamenti militari all’Ucraina pone una seria questione che rischia di mettere a repentaglio la sicurezza europea e globale

Una volta giunte a destinazione, si possono tracciare i movimenti di queste apparecchiature belliche?

Destinazione finale sostanzialmente ignota

In un articolo apparso il 19 aprile sul sito dell’emittente statunitense Cnn, si legge che Washington non ha modo di tracciare i movimenti delle ingenti forniture di equipaggiamenti anti-carro, anti-aereo e di altre armi inviate in Ucraina. In parte, secondo l’autore, perché gli Stati uniti non sono presenti sul posto, in parte a causa della facilità di trasportare gli armamenti più leggeri. In terzo luogo, si potrebbe aggiungere che, durante un conflitto militare, si indeboliscono i sistemi di controllo e tendono a prendere piede formazioni criminali più o meno organizzate, che (come spesso avviene anche in tempo di pace) cercano di occupare i vuoti lasciati dalle istituzioni. Peraltro, se l’esercito russo dovesse conquistare terreno, rischierebbe di entrare in possesso delle armi dei potenti alleati di Kiev. D’altronde, un’inchiesta dell’emittente Sky News di agosto 2016 (quando l’intelligence britannica temeva che nel Regno unito si verificassero attentati terroristici analoghi a quelli del novembre 2015 a Parigi) aveva dimostrato che le bande criminali dell’Europa orientale stavano tentando di esaudire la domanda crescente di armi sul mercato nero del vecchio continente. Movimenti facilitati dall’apertura dei confini dell’area Schengen e dalla facilità di trasportare armi come l’AK-47, che, sebbene sia raramente utilizzato dalle bande mafiose, secondo queste ultime è uno degli arnesi da guerra più richiesti sul mercato nero. Secondo Sky News, dunque, esistono reti criminali organizzate che operano tra i Balcani e l’Europa orientale e che hanno accesso a un cospicuo arsenale militare: dai retaggi dei vecchi conflitti (come quelli sanguinosi che hanno causato la dissoluzione della ex Jugoslavia), fino alle forniture di armi «a paesi come l’Ucraina».

Armamento selettivo

Ad agosto 2016 (stesso periodo dell’inchiesta di Sky News), l’agenzia stampa statunitense Ap aveva riportato peraltro le dichiarazioni di un ex soldato ucraino, convertitosi al traffico d’armi. Tra i 160 e i 120 dollari per una pistola Makarov, meno di 400 dollari per un Kalashnikov, mentre, con tempi di attesa più lunghi, si potevano acquistare anche armamenti più pesanti. L’esplosione del conflitto nel Donbass, nel 2014, infatti, aveva trasformato progressivamente l’Ucraina in un «supermercato» in cui milioni di armi erano in vendita. Alcune venivano “esportate” in altri teatri di conflitto, come il Medio Oriente, o vendute al crimine organizzato dei paesi ufficialmente in pace. Inoltre, il fatto che Kiev avesse classificato qualsiasi dato inerente al traffico di armi, ha reso più difficile ottenere informazioni esaurienti sulla portata effettiva di tali movimenti. Nell’articolo della Ap, peraltro, si parlava “solo” dei commerci illeciti gestiti da ex militari o ex militanti di estrema destra ucraini, ma le dimensioni del fenomeno potrebbero amplificarsi, se si considera che in Ucraina circolavano cinque milioni di armi non denunciate. Un altro aspetto interessante evidenziato da Ap era la provenienza della maggioranza dei dispositivi bellici che circolavano nel mercato nero, non da arsenali sequestrati ai separatisti russi, ma dall’esercito regolare ucraino e dai circa 40 battaglioni di “volontari”, che operavano al di fuori delle catene di comando ufficiali.

L’alternativa del diritto internazionale

L’invio di armi in Ucraina, peraltro, presta il fianco ad accuse di “doppio standard”, in riferimento all’indifferenza della comunità internazionale nei confronti di popoli senza Stato, come curdi, palestinesi o sahrawi. In effetti, quando si trattava di contrastare l’avanzata dei cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico (Isis o Daech), gli Usa avevano inviato armi anche ai curdi siriani delle Unità di difesa popolare (Ypg). Senonché, finita l’emergenza per la sicurezza euroatlantica, li hanno lasciati in preda alla Turchia, come hanno fatto con il Kurdistan iracheno. Quanto ai palestinesi, nessuno ha mai preso neppure in considerazione l’ipotesi di un sostegno “concreto” alla loro resistenza all’occupazione israeliana. La ragione “ufficiale” di tale differenza di comportamento è la distinzione tra uno Stato sovrano come l’Ucraina e territori posti sotto la sovranità altrui, come il Kurdistan, diviso fra quattro paesi, la Palestina o il Sahara occidentale. A proposito di quest’ultimo, il 21 aprile, il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, che di recente ha espresso il suo sostegno alla proposta marocchina di autonomia, è volato in visita ufficiale a Kiev, dove ha annunciato l’invio di altre armi, a bordo di una nave partita lo stesso giorno in direzione della Polonia. Sanchez, inoltre, ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky assieme alla sua omologa danese Mette Frederiksen. Eppure, fornire armi non sembra la via più efficace per fermare un conflitto nel più breve tempo possibile, anche perché esiste un organismo sovranazionale, l’Organizzazione delle nazioni unite (Onu), di cui fanno parte anche Russia e Cina. E che potrebbe essere riportato in vita, sia per cercare una soluzione condivisa alle controversie internazionali, sia per gestire i periodi di transizione geopolitica evitando conflitti maggiori.