venerdì3 Febbraio 2023
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Il ritorno del PUD (Partito Unico del Deficit)

Dal prossimo autunno la BCE smetterà di comprare una parte dei nostri titoli di Stato. Nel mentre, i partiti sono...

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Dal prossimo autunno la BCE smetterà di comprare una parte dei nostri titoli di Stato. Nel mentre, i partiti sono tornati a reclamare più deficit, panacea (secondo loro) di tutti i mali.

Nella riunione dello scorso 14 aprile la Banca Centrale Europea ha confermato la volontà di terminare nel terzo trimestre del 2022 gli acquisti di titoli obbligazionari degli Stati. Continueranno invece almeno fino al 2024 gli investimenti rientranti nell’ambito del Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP).

Per l’Italia questo rischia di essere un problema non da poco. Senza l’ombrello protettivo della BCE, l’Italia dovrebbe tornare a finanziare il proprio debito sul mercato in modo “normale”, cioè convincendo gli investitori di essere un Paese affidabile e con un futuro promettente. Impresa non facile, visto che il Paese in questione è in stagnazione da una ventina d’anni almeno. Il rischio è quindi quello di una nuova impennata dello spread, con l’Italia che potrebbe essere costretta ad alzare i rendimenti dei titoli di Stato per renderli appetibili ai finanziatori.
In tutto ciò, la politica italiana continua la sua personalissima resistenza a qualsiasi tentativo di riforma vera; vi abbiamo già raccontato di come le principali riforme legate al PNRR siano ferme al palo o fortemente annacquate, principalmente per la volontà dei partiti di proteggere privilegi e rendite di posizione delle proprie clientele di riferimento. Una situazione che si protrae da decenni, e che è – secondo tutti gli economisti minimamente seri – la principale causa dell’immobilismo economico italiano: negli ultimi 20 anni il PIL del Belpaese è cresciuto meno della media dell’UE nei momenti “buoni” ed ha subito più degli altri nei momenti di crisi. L’entusiasmo con cui politici e giornalisti hanno accolto il +6% del 2021 fa abbastanza sorridere, considerando che quello era il rimbalzo rispetto al -9% dell’anno precedente.

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Se poi guardiamo il PIL pro-capite, anziché quello nazionale, le cose non vanno meglio: dal 1996 al 2013 quello italiano è cresciuto solo del 2%, fanalino di coda dell’area OCSE.

La BCE in passato è intervenuta più volte con massicci acquisti di titoli di Stato italiano. Tra il 2015 e il 2016, sotto la presidenza di Mario Draghi, la Banca acquistò titoli al ritmo di 60 miliardi di euro al mese (il famoso Quantitative Easing), permettendo all’Italia di avere rendimenti bassi e dunque minore spesa in quella voce. Nelle intenzioni di Draghi e delle istituzioni europee, quel periodo di “protezione dall’alto” doveva essere una delle tante occasioni per mettere mano alla famose “riforme strutturali”, fatte le quali il Paese avrebbe potuto finalmente ricominciare a finanziarsi da solo sul mercato senza per forza ricorrere all’ombrello protettivo della BCE (come del resto sta facendo da diversi anni la Grecia). Quasi superfluo ribadire che ciò non è avvenuto, se non in minima parte.

Poi, dopo 3 anni quasi normali – dal 2016 al 2019 – nei quali non a caso la crescita è stata pressoché nulla, sono arrivate la pandemia prima e la guerra poi a cambiare le carte in tavola e a ridefinire – almeno nei sogni bagnati di molti politici italiani – il concetto stesso di “normalità”. Già prima della pandemia molti gridavano alla speculazione (se non al complotto) in relazione all’andamento dello spread; con l’emergenza pandemica, il gigantesco stanziamento di risorse da parte dell’Europa e l’ovvio allentamento dei vincoli di bilancio ha spinto molti a concludere trionfanti che “l’austerità” era morta, che il mantenimento sotto una certa soglia del rapporto deficit/PIL era un’ossessione di qualche ottuso contabile di Bruxelles, e che – in generale – la funzione dell’Europa sia quella di riversare miliardi a pioggia sui Paesi “in difficoltà”. Difficoltà dovute – beninteso – a maligne speculazioni della finanza cattiva e affamatrice dei popoli.

Non sorprende, dunque, che la quasi totalità dei partiti, da destra a sinistra (con l’eccezione di Italia Viva), sia recentemente tornata a chiedere a Draghi di inserire nel DEF ulteriori scostamenti di bilancio. Sul suo blog Mario Seminerio, con una brillante similitudine, ha paragonato questa concezione ad un celebre spot pubblicitario di un liquore:

“La tua squadra del cuore ha vinto? festeggia con Stock 84! Ha perso? Consolati con Stock 84!” (…) Più o meno, la cosa funziona esattamente nei termini di quegli spot pubblicitari: siamo in recessione o in rallentamento? Si faccia deficit per sostenere l’economia. Siamo in espansione? Si attenda a ridurre il deficit altrimenti soffocheremo la ripresa in culla. Il tutto senza porsi qualche domanda minimale riguardo a efficacia ed efficienza di quel deficit, cioè al suo leggendario impatto moltiplicativo.

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