22 Maggio 2022

I referendum per la Giustizia Giusta e il tentativo istituzionale di conservare il disordine democratico

Il 12 giugno gli italiani saranno chiamati a votare per 5 quesiti referendari che mirano a scardinare alcune storture del nostro ordinamento giudiziario. Questioni vitali per la tenuta democratica del paese, tanto che perfino l’erogazione dei fondi del Next Generation EU è stata condizionata alla realizzazione della riforma dell’ordinamento giudiziario. Eppure, a meno di un mese dal voto, sui giornali e sulle reti televisive nazionali non c’è traccia di un dibattito tra le varie posizioni, mentre il parlamento a fatica partorisce una riforma poco incisiva che non piace a nessuno ma accontenta tutti.

 

Il silenzio dell’informazione mainstream sulla scadenza referendaria mette in luce una carenza ben più preoccupante che sembra riguardare le istituzioni a tutti i livelli. Come in un abbraccio ferale tra i poteri dello Stato sembra esserci una comune volontà di sabotare la partecipazione dei cittadini al referendum per difendere l’organo di autogoverno della magistratura arroccato su posizioni di difesa corporativa.

 

Ci sono delle questioni irrisolte da decenni in Italia. Sono questioni fondamentali per un corretto funzionamento delle istituzioni e per un rapporto sano tra queste e il paese reale, che il parlamento ha ampiamente dimostrato di non sapere, oltre che di non volere, affrontare. Che sia inettitudine o calcolo elettorale, interessa poco. Il dato di fatto è che quest’inerzia istituzionale oltre a negare di fatto la garanzia di alcuni diritti fondamentali, sta arrecando danni al tessuto economico in termini di mancati investimenti e mancato sviluppo e danni al tessuto sociale compromettendo il rapporto tra cittadini ed istituzioni.

C’è una legge elettorale dichiarata incostituzionale, la cui riforma è diventata ancora più urgente dopo il taglio dei parlamentari che le forze politiche hanno votato trasversalmente per mero calcolo elettorale, che aspetta da anni di essere armonizzata ai dettami costituzionali.

C’è un’emergenza umanitaria nelle carceri italiane, (in buona parte sovraffollate per effetto di una legge sul consumo di stupefacenti repressiva, antiscientifica e di dubbia costituzionalità) per cui lo Stato italiano è già stato riconosciuto colpevole di “trattamento inumano e degradante” dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Poi c’è l’annosa questione dei diritti civili, la cui piena attuazione è fortemente limitata da cavilli legali o da articoli del codice penale che grondano di pregiudizi moraleggianti quando non sono piena espressione della cultura giuridica autoritaria che ha informato il codice Rocco. È il caso per esempio dell’interruzione volontaria di gravidanza e dell’eutanasia.

 

Una nuova stagione referendaria

Molte di queste questioni sono state oggetto di una straordinaria campagna referendaria che, sempre nell’indifferenza generale dell’informazione mainstream, ha portato i comitati promotori a raccogliere complessivamente più di quattro milioni di firme in poche settimane. La quantità e la velocità con cui sono state raccolte le firme è senza dubbio indice di una volontà di partecipazione e di un sentimento di urgenza che albergano nella società italiana ma che non trovano riscontro nella classe dirigente. Fin qui, tutto bene. Nessuno stupore nel constatare che il potere abbia un carattere conservativo e sia più lento della società ad accogliere le evoluzioni storiche della morale e del costume. Ma la totale assenza di informazione sui canali pubblici a poco più di un mese dal voto è un vero e proprio sabotaggio istituzionale dell’istituto referendario che dovrebbe invece agevolare la partecipazione della società civile.

Sono stati ben otto i quesiti referendari proposti. Uno per la legalizzazione dell’eutanasia; uno per la depenalizzazione del possesso di cannabis, e sei denominati “per una giustizia giusta” che affrontano aspetti diversi dell’apparato giudiziario, dalla procedura penale all’architettura istituzionale. Quello sulla responsabilità civile dei magistrati, già vinto nel 1987 e mai trasformato in legge. Quello sulla riforma della custodia cautelare che vuole eliminare il rischio di reiterazione del reato dai motivi che possono giustificare il carcere preventivo. Un quesito ancora riguarda l’abolizione della legge Severino, cavallo di battaglia del giustizialismo cinque stelle. Un altro la semplificazione della modalità di candidatura all’elezione del CSM al fine di ridurre il peso delle correnti. Un altro ancora l’istituzione di consigli di valutazione dei magistrati che prevedano la partecipazione di avvocati e professori e, da ultimo, quello sulla separazione delle carriere requirenti e giudicanti.

Un milione e duecento mila sono state le firme raccolte in poche settimane per il referendum sull’eutanasia legale, oltre settecento mila quelle per la cannabis. Una raccolta di firme non priva di colpi di scena. Prima c’è stata la battaglia per l’accettazione delle firme elettroniche raccolte via web, poi l’interessamento della Lega per i quesiti sulla giustizia che ha indotto cinque consigli regionali a richiedere il referendum tramite una delibera di giunta, sgravando i comitati e la cassazione dall’onere di raccogliere e validare le firme. Davanti a questi successi dei promotori, che dovrebbero essere un indicatore dell’interesse del paese reale verso le tematiche oggetto di referendum, sarebbe stato logico aspettarsi una mobilitazione istituzionale volta a favorire il dibattito e la partecipazione, invece sono iniziate una serie di iniziative, a tutti i livelli, dai partiti alla consulta, passando per la Rai che sembrano avere l’obiettivo di occultare i referendum agli italiani.

 

Sotto un fuoco incrociato

Il primo colpo ai referendum è stato inferto dalla corte costituzionale che ha giudicato inammissibili alla consultazione proprio quei quesiti su cui i cittadini avevano manifestato maggiore interesse: quello sulla responsabilità civile dei magistrati, già vinto e mai attuato dal 1987, quello sulla depenalizzazione della cannabis e quello per l’eutanasia legale. Solo questi ultimi due hanno collezionato oltre due milioni di firme in poche settimane. Due milioni e duecento mila cittadini che in poco tempo si sono espressi a favore di una consultazione, si sono visti rifiutare il permesso da quindici giudici, di età compresa tra i cinquantasette e gli ottantaquattro anni, che in ancora meno tempo hanno elaborato un raffinato corpo di argomentazioni “tecniche”, fatto di tabelle e di ipotetici deliri alcolici, per motivare l’inopportunità dei quesiti.

Il secondo colpo è arrivato dal Consiglio dei Ministri che ha accorpato il referendum alle elezioni amministrative del 12 giugno che riguardano appena novecentosettanta comuni, in gran parte di piccole dimensioni. La motivazione ufficiale, già di per sé discutibile, è di abbassare i costi della democrazia. In realtà posando la consultazione in una bella domenica di giugno ci si potrà ragionevolmente aspettare che gran parte degli elettori saranno già al mare. E se non fosse ancora chiara l’intenzione, si consideri che i seggi saranno aperti per il voto un solo giorno.

Anche da parte dei leader delle principali forze politiche prevale una generale astensione sul tema che lascia presagire le intenzioni di voto. Il centrodestra evita di parlarne troppo per non far emergere ulteriormente le divisioni interne, con la Meloni che si è sempre dichiarata contraria ai quesiti garantisti pur di mettere in contraddizione Salvini. Quest’ultimo dal canto suo sembra abbia voluto strizzare l’occhio all’elettorato moderato di Forza Italia ma adesso tace per paura di intestarsi una sconfitta. Dai vertici del centrosinistra invece, con un evidente gusto per il paradosso, fanno sapere che giudicano la materia troppo complessa per essere affrontata dai cittadini con un referendum. Di queste cose secondo loro se ne dovrebbe infatti occupare il parlamento. E infatti, dovrebbe. Peccato che la riforma Cartabia, che dovrebbe essere approvata definitivamente entro maggio, è giudicata da più parti inefficace proprio sulle questioni più divisive.

Infine, e lo stiamo vedendo col silenzio di questi giorni, c’è l’oscuramento mediatico anche sulle reti pubbliche nazionali, che se non fosse per l’impellenza della crisi geopolitica in corso, qualche malfidato potrebbero essere indotto a credere che sia una volontaria omissione di informazione finalizzata ad un obiettivo delle forze politiche in gioco che per qualche strana alchimia si riflette anche nei programmi del servizio pubblico di informazione.

 

Il tempo a disposizione per una campagna di informazione seria su tematiche così importanti e urgenti per la tenuta dell’assetto democratico del paese è già poco. Sarebbe auspicabile almeno un richiamo al rispetto del diritto di informazione garantito dall’articolo ventuno della costituzione. Se non altro per dare un segnale istituzionale di apertura alla partecipazione dei cittadini. Ma di questo passo il destino dei referendum sarà senz’altro deciso dall’astensionismo promosso dall’oscuramento mediatico.

 

Alessandro Talese