25 Maggio 2022

Iran: punti di fusione

I negoziati internazionali sul programma nucleare iraniano sembrano destinati allo stallo, ma Tehran si dice decisa a perseguire la via della diplomazia

Intanto, Washington, che continua a rifiutare un dialogo diretto con l’Iran, si domanda se le sanzioni imposte alla Repubblica islamica non siano una lezione utile sul fronte russo

Sabbie immobili a Vienna

Lo stallo, almeno apparente, nei negoziati internazionali sul programma nucleare della Repubblica islamica dell’Iran appare come un riflesso dello scontro russo-statunitense sul fronte ucraino, condotto manu militari in attesa di risolversi in una ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali. La Casa bianca, secondo cui Tehran è in grado di produrre un’arma atomica nel giro di poche settimane, rifiuta sia un incontro diretto con i diplomatici iraniani, sia di espungere il Corpo dei guardiani della Rivoluzione (Irgc) dalla lista delle organizzazioni terroristiche (un’ipotesi che tuttavia aveva preso in considerazione a marzo), di cui fa parte dal 2018. In modo non troppo dissimile da quella del suo predecessore Donald Trump, l’amministrazione del presidente Usa Joe Biden ritiene dunque un rischio reintegrare nella comunità internazionale (in particolare nel mercato globale) l’Iran, non solo perché non si fida delle sue rassicurazioni sull’uso non militare del suo programma nucleare, ma anche a causa delle pressioni da parte di Israele e, in misura minore, dell’Arabia saudita, che ritengono indispensabile, per un assetto geopolitico stabile del Medio Oriente, contenere il peso di Tehran. Quindi, Washington da un lato sostiene la guerra della coalizione sunnita a guida saudita contro i ribelli sciiti yemeniti Houthis, considerati una proiezione della potenza regionale della Repubblica islamica, ma, dall’altro, non è disposta a rompere del tutto i ponti con quest’ultima, essendo consapevole dell’importanza dello scacchiere mediorientale nella partita geostrategica con la Russia.

Cina, Russia, Iran: un triangolo asiatico

Al contempo, gli Usa riconoscono il ruolo di Tel Aviv, tanto nel contrastare le milizie filo-iraniane in Siria, alleate della Russia, quanto nella sua presenza strategica in Azerbaigian, che potrebbe impedire un corridoio diretto tra Mosca e Tehran e permettere di strumentalizzare le folate irredentiste della minoranza azera per indebolire l’Iran dall’interno. Nondimeno, Washington sa che isolare simultaneamente Russia e Iran mentre è in corso lo scontro di potenza con la Cina rischia di favorire la formazione di un blocco asiatico ostile. Tanto più che i tre paesi in questione hanno recentemente effettuato esercitazioni militari congiunte nel Golfo dell’Oman. In tal senso, le dichiarazioni del 3 maggio del ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian, secondo cui il dialogo con gli Usa continua, sia pure in modo indiretto, laciano intendere che Tehran, scoppiato il conflitto ucraino, percepisce la propria importanza strategica. Anche perché ai negoziati di Vienna partecipano anche Russia e Cina, i cui equilibri con Washington sono in via di definizione. Ne consegue che, per Washington, interrompere definitivamente il dialogo con l’Iran significa rischiare di rafforzare la cooperazione sino-russo-iraniana, o, nella peggiore delle ipotesi, creare le condizioni per l’emergere di un blocco asiatico capace di attrarre paesi satelliti in Asia centrale o in Medio Oriente, e di conquistare nuovi alleati, come l’India. In Iraq, peraltro, Tehran starebbe esercitando pressioni sull’esponente curdo Massoud Barzani e sul portavoce del parlamento Mohammed al-Halbousi, per isolare politicamente il rampante Muqtada al-Sadr, nel cui programma era inclusa l’emancipazione di Baghdad dai legami con la Repubblica islamica.

Sanzioni: obsolescenza programmata?

Intanto, l’Iran continua a considerare una condizione indispensabile per la prosecuzione dei negoziati internazionali che l’Irgc non sia più giudicato un’organizzazione terroristica dagli Usa, mentre la Russia ritiene necessaria la garanzia internazionale di poter portare avanti i propri progetti di cooperazione con Tehran, nonostante le sanzioni euroatlantiche. Washington, invece, rinvia la decisione se sostenere o meno un nuovo accordo internazionale con l’Iran per sottrarlo alle orbite russa e cinese, anche per timore di perdere l’alleanza con Riyadh e Abu Dhabi, che con Pechino negli ultimi anni hanno intensificato le relazioni commerciali e finanziarie, e con Tel Aviv. Nessuno cede, dunque, mentre Washington e Mosca ostruiscono le vie diplomatiche senza giungere, tuttavia, alla loro chiusura definitiva. Dal canto suo, la Repubblica islamica vorrebbe che una rapida e positiva conclusione dei negoziati internazionali con un nuovo accordo, che comporti l’abolizione delle sanzioni. Contestualmente, mira a rafforzare la cooperazione economica e militare con Cina e Russia, sia per crearsi canali commerciali indipendenti dal blocco euroatlantico, sia per acquisire peso geopolitico da spendere negli equilibri regionali. Prolungare i tempi per l’arrivo a un nuovo trattato internazionale sul programma nucleare iraniano, di conseguenza, potrebbe offrire a Mosca e Pechino l’opportunità di procurarsi una carta asiatica da giocare sullo scacchiere mondiale. Washington, frattanto, a partire dall’esempio iraniano, riflette sull’efficacia delle sanzioni, tanto come strumento per convincere il governo di un altro Stato a cambiare linea, quanto come mezzo per provocare un cambio di regime. Una riflessione significativa, poiché gli Usa attualmente impongono sanzioni a 24 paesi, essendo questo, assieme all’embargo, uno degli strumenti privilegiati della sua proiezione di potenza. Anche se rischiano di danneggiare settori più o meno ampi del mercato globale, con ripercussioni anche su paesi alleati (come l’Europa nel caso delle sanzioni alla Russia), e spesso hanno corroborato il potere dei governi in carica. Del resto, l’eventualità di un assetto mondiale multipolare rende sanzioni ed embarghi misure obsolete.