18 May 2022

Sri Lanka: tensioni di default

Alla radice della peggior crisi economica dall’indipendenza, le ripercussioni della guerra in Ucraina, due anni di pandemia e più di una «trappola del debito»

Anche dopo le dimissioni del primo ministro e dell’intero esecutivo, malgrado lo stato d’emergenza e l’ordine alle forze di sicurezza di «sparare a vista», continuano gli scontri nel paese, dilaniato dalla crisi economica e dalle reminiscenze della rivolta delle Tigri Tamil

Stato di emergenza sociale

Dopo settimane di scontri e le dimissioni del primo ministro Mahinda Rajapaksa e del suo governo, suo fratello, il presidente dello Sri Lanka Gotabaya Rajapaksa, ha esortato la popolazione a respingere i tentativi di istigare la «disarmonia etnica e religiosa» e ad affrontare unita le «sfide economiche, sociali e politiche». Eppure, è la gestione di queste ultime da parte del «clan Rajapaksa» (così è chiamato dagli oppositori), la ragione principale per cui le proteste pacifiche, lanciate il 9 aprile nella capitale Colombo per chiedere le dimissioni del governo e del presidente, sono presto sfociate in scontri violenti tra manifestanti e forze di sicurezza. Soprattutto dopo che a scendere in piazza sono stati i sindacati, che il 28 aprile hanno indetto il primo sciopero generale dal 1980 per reclamare la fine delo strapotere dei Rajapaksa, accusati di aver sprofondato il paese nella peggior crisi economica della sua storia, e l’adeguamento delle retribuzioni agli aumenti dei prezzi. Con un’inflazione che sfiora il 20% (30% per i generi alimentari), dunque, è il dissesto economico e sociale la causa principale del malcontento popolare, a sua volta provocato dalla crisi del turismo e dalla contrazione economica globale, legate all’emergenza sanitaria da Covid-19, e dai rincari di energia e generi alimentari. Per fare un esempio, lo scorso anno il prezzo del riso si aggirava attorno alle 99 rupie, mentre oggi si attesta sulle 215. Contestualmente, il debito estero, che supera i 50 miliardi di dollari, e la carenza di riserve di valuta estera complicano le importazioni, al punto che il 12 aprile Colombo ha dichiarato il default e ha disposto il razionamento dell’energia elettrica, erogata per quattro ore al giorno, e dei carburanti, con conseguenti code ai distributori.

Deriva economica e politica

Nondimeno, come nel 1980, le autorità hanno scelto finora la linea della repressione: stato di emergenza, coprifuoco (che avrebbe dovuto essere abrogato l’11 maggio, ma è stato prorogato), ordine a polizia ed esercito di «sparare a vista». All’inizio di aprile, inoltre, alle prime avvisaglie di proteste, le autorità avevano bloccato l’accesso alle reti sociali, per impedire l’organizzazione di manifestazioni, ma qualche ora dopo, non riuscendo nell’intento, avevano ripristinato il servizio. Nel 2019, all’inizio del mandato di Gotabaya Rajapaksa, lo Sri Lanka era un paese emergente, con un promettente settore turistico e cospicui progetti per la realizzazione di infrastrutture. Avendo vinto con la promessa di tagliare le tasse, il neoeletto presidente ha subito ridotto l’imposta sul valore aggiunto (Iva) e altre imposte sui redditi. In tal modo, tuttavia, ha finito per aumentare la pressione sulla finanza pubblica, gravata da anni da un elevato debito estero. A ciò si è aggiunto, nel 2020, il duro colpo inferto dall’emergenza sanitaria globale al turismo, che per Colombo rappresenta oltre il 12% delle entrate. Per colmare gli ammanchi, il governo è ricorso piò volte ai finanziamenti della sua Banca centrale, aumentando il debito pubblico dal 94% del 2019 al 119% del 2021. Parallelamente, i Rajapaksa hanno puntato sull’equilibrio tra Cina e India, le due potenze regionale vicine e strategicamente rivali, ma i prestiti ottenuti da Pechino e New Delhi, sommati agli altri, hanno aumentato vertiginosamente il debito estero, contribuendo all’attuale situazione di default.

Trappole del debito

In un rapporto del Fondo monetario internazionale diffuso a marzo, si legge che Colombo alla vigilia della pandemia era già vulnerabile agli «shock esterni» a causa delle esigue riserve estere (che inducono il governo ad addossare il finanziamento del bilancio alla Banca centrale) e dei rischi relativi alla sostenibilità del debito pubblico, provocati anche dai tagli alle tasse. Oltre a una gestione più cauta dei conti pubblici, il Fmi sottolinea la necessità di contrastare la corruzione e a diversificare l’economia. Una posizione significativa, dal momento che lo Sri Lanka lo scorso mese ha avviato un negoziato per ottenere altri prestiti di salvataggio da questo istituto, che ha proposto un percorso di «ristrutturazione» del debito, malgrado la contrarietà dell’ex presidente della Banca centrale Ajith Nivard Cabraal. Secondo il Dipartimento per le risorse estere cingalese, la porzione maggiore del debito estero di Colombo è dovuto ai prestiti di mercato (47%), seguiti, nell’ordine, da quelli di Asian Development Bank (13%), Cina e Giappone (10%), Banca mondiale (9%) e India (2%), mentre il restante 9% deriva da «altre fonti». Dal canto suo, Pechino, cui Colombo ha di recente chiesto nuovi prestiti, si è dichiarata disponibile, come, del resto, la Asian Infrastructure Investment Bank, promossa e sostenuta dall’Impero del centro per contrastare il potere economico della Asian Development Bank. Sono dunque in corso trattative sia con il Fmi, sia con la Cina, ma il ricorso a nuovi prestiti potrebbe imporre al governo cingalese misure fiscali draconiane. Intrappolato dal debito con più potenze straniere, in un momento di ridefinizione degli assetti geopolitici globali, il paese rischia così di implodere per fame.