25 Maggio 2022

(Dis)ordini mondiali. Africa: assestamenti periferici

Esplosa la guerra in Ucraina, soprattutto in Africa si registrano scosse di assestamento di varia intensità

Vuoti geopolitici, aspirazioni al riscatto, tendenza alla diversificazione e agli equilibrismi delle alleanze, sullo sfondo della minaccia della crisi alimentare

Zone di convergenza

Asia e Africa sono forse i continenti nei quali sono maggiormente visibili due fenomeni: il primo è la tendenza delle regioni decolonizzate nella seconda metà del XX secolo a cercare nei partenariati con Russia e Cina un modo per emanciparsi dalla dipendenza dall’Europa e dagli Stati uniti; il secondo è la differenza fondamentale tra i modi di Pechino e di Mosca di proiettare la propria potenza. Infatti, mentre la Cina è presente soprattutto come importatore di materie prime e come investitore in progetti infrastrutturali, la Russia (il cui prodotto interno lordo nel 2018 era un sesto di quello cinese, mentre la crescita media annua era quasi otto volte inferiore) è quasi solo un fornitore, soprattutto di generi alimentari, fertilizzanti e armi, ma conta sull’organizzazione paramilitare Wagner per sostenere i propri interessi strategici (ad esempio, in Libia e Sudan). A livello di importazioni, Mosca punta soprattutto alle risorse minerarie, come nel caso della grande miniera di platino realizzata in Zimbabwe.

Algeria alla ribalta?

In Africa, inoltre, dove lo sgretolamento, nel 2011, della Libia del fu colonnello Muammar Gheddafi, che all’interno dell’Unione africana (Ua) portava avanti una linea ispirata a un nazionalismo arabo militarista alternativo a quello egiziano, ha lasciato un vuoto geopolitico che ha risvegliato le velleità dell’Algeria. Velleità che potrebbero essere amplificate, non solo dal peso che Algeri potrebbe guadagnare come fornitore di gas all’Unione europea (Ue), ma anche dalle sue proficue relazioni con Russia e Cina. Pechino, del resto, negli ultimi quindici anni ha investito molto nel paese, integrato nelle nuove vie della seta: strade, ferrovie, abitazioni, il Centro di distribuzione di Ain Naadja, la Grande moschea di Algeri e miniere, come quella di fosfato (investimento cinese da 7 miliardi di dollari). Inoltre, lo scorso marzo, Algeria e Cina hanno espresso una posizione comune su dossier quali l’Ucraina, il Sahara occidentale e Hong Kong. Contestualmente, l’Algeria coltiva i suoi storici rapporti «sinceri e amichevoli» con la Russia, coronati, in particolare, dalla Dichiarazione di cooperazione strategica del 2001 e dal documento siglato il 10 maggio ad Algeri dai rispettivi ministri degli Esteri.

L’Egitto e il polo mediorientale

Frattanto, l’Egitto, alle prese con le ripercussioni economiche della guerra in Ucraina (rincari dei generi alimentari, penuria di grano), punta sulla diversificazione. Sul piano geopolitico, pur mantenendo una certa comunione di interessi tattici con la Russia, ad esempio in Libia (Mosca e il Cairo sostengono il generale cirenaico Khalifa Haftar), tenta di tessere le trame per creare un polo mediorientale-nordafricano con altri Stati arabi che hanno normalizzato le proprie relazioni con Israele, soprattutto Marocco ed Emirati arabi uniti (Eau), e, eventualmente, con la Turchia, che farebbe da ponte con l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (Nato), quindi, con gli Usa. Una tale sinergia, infatti, è importante per l’Egitto, che nel 2018 lanciò un’operazione militare contro i gruppi islamici armati nel Sinai, senza tuttavia debellarne tutte le cellule. Il 7 maggio, infatti, in un’imboscata contro un posto di blocco dell’esercito, rivendicata dai cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico (Isis o Daech), sono stati uccisi 11 soldati, mentre quattro giorni dopo altri cinque hanno perso la vita in un attacco nel Nord del Sinai. Parallelamente, il Cairo, a livello economico-finanziario, mira al potenziamento dell’industria locale e alla diversificazione dei finanziamenti. Ad esempio, la Cina ha investito una somma pari a tre miliardi di dollari per la costruzione della nuova capitale amministrativa e ha siglato con il Cairo un accordo di partenariato strategico. L’Ue, invece, ha accordato all’Egitto 138 milioni di euro di «aiuti allo sviluppo», distribuiti tra agricoltura, riforme amministrative e sanità, mentre Abu Dhabi ha investito circa 1,8 milioni di dollari acquistando quote azionarie di cinque società egiziane. Contestualmente, l’Egitto è il primo paese mediorientale ad aver emesso, lo scorso marzo, «obbligazioni samurai», esprimendo successivamente l’intenzione di fare lo stesso con le obbligazioni in yuan sul mercato cinese. Questa duttilità, oltre alle recenti riforme fiscali, è valsa al Cairo una valutazione tutto sommato positiva (B+) del suo debito da parte dell’agenzia di rating Fitch.

Niger: il miglior alleato dell’Occidente

Mentre la Libia non riesce a uscire dalla spirale di instabilità politico-militare e tribale e il Mali è in rotta di collisione con la Francia e i suoi «alleati» europei, il Niger apre le sue porte alle «missioni» militari internazionali. Lo scorso aprile, infatti, il parlamento ha votato per il ridispiegamento di due contingenti, in precedenza di stanza in Mali per due operazioni anti-terrorismo a guida francese: Barkhane (cui partecipano anche soldati nigerini) e la task force europea Takuba. Inoltre, l’esercito nigerino è stato integrato nel partenariato trans-sahariano istituito da Washington. Niamey, in realtà, ha iniziato a invocare il «sostegno» straniero, soprattutto della Francia e degli Usa (entrambi i paesi possiedono basi militari nel suo territorio), dopo la caduta di Gheddafi in Libia, prevedendo un deterioramento delle condizioni di sicurezza in tutto il Sahel. Oltre alla «guerra al terrorismo», peraltro, le missioni internazionali hanno una funzione nel controllo dei traffici di esseri umani, soprattutto dal 2015, quando il parlamento nigerino ha approvato una controversa legge anti-tratta, per reprimere i contrabbandieri che trasportavano migranti attraverso l’Africa occidentale. Una legge fortemente voluta dall’Ue, che in cambio ha offerto «aiuti», nonostante le polemiche sull’eccessivo margine di manovra lasciato alle forze di sicurezza. Dunque, il Niger si presenta come candidato perfetto per un’alleanza con Francia e Usa, significativa in una fase di mutamenti geopolitici come quella attuale. Nondimeno, in nome della diversificazione, Niamey mantiene fruttuose relazioni con la Cina, che ha investito nella realizzazione di un complesso minerario ad Azelik e nella costruzione di un ponte sul fiume Niger, e con la Russia, con cui nel 2017 ha firmato un accordo di cooperazione militare.