3 Luglio 2022

Hong Kong, nuovo giro di vite della repressione cinese

Lo scorso 11 maggio la polizia per la sicurezza nazionale ha arrestato diversi attivisti di Hong Kong per collusione con forze straniere. Tutti sono poi stati rilasciati su cauzione la sera stessa. Tra loro il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo cattolico dell’ex colonia britannica.

Stessa sorte è toccata ad un ex deputato dell’opposizione, Margaret Ng Ngoi-yee, e alla cantante Denise Ho Wan-sze, mentre il giorno prima era stata la volta dell’accademico Hui Po-keungper. Tutti sono accusati di collusione con paesi stranieri, in forza della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020 che, per questo tipo di reato, prevede l’ergastolo.

 

A pochi giorni dall’elezione del nuovo chief executive di Hong Kong, John Lee Ka-chiu ex capo della sicurezza che ha supervisionato la repressione del movimento democratico nel 2019, è tornata a farsi sentire la repressione politica cinese con una serie di arresti eccellenti.

La polizia per la sicurezza nazionale ha arrestato il vescovo emerito Joseph Zen Ze-kiun che da sempre è molto critico verso le restrizioni imposte dal Partito Comunista alle libertà religiose in Cina ed è anche uno dei volti più noti del movimento pro democrazia. Insieme al cardinale Zen sono stati arrestati anche la cantante e attivista per i diritti lgbtq Denise Ho Wan-sze, l’accademico Hui Po-keungper e l’ex parlamentare democratica di Hong Kong Margaret Ng Ngoi-yee. Per tutti l’accusa è di collusione con movimenti ed organizzazioni occidentali che metterebbero a rischio, secondo Pechino, la sicurezza nazionale cinese. Secondo la vigente legge sulla sicurezza nazionale infatti per questo reato, come per quelli di terrorismo, sovversione e secessione, la pena prevista è l’ergastolo. Tuttavia nella tarda serata dello stesso giorno il cardinale Zen e gli altri tre arrestati sono stati tutti rilasciati su cauzione anche se sono stati sequestrati loro i passaporti.

Stando a quanto dichiarato dalla polizia cinese, il motivo di tanta attenzione è che costoro sono stati tutti amministratori fiduciari di un fondo che ha fornito assistenza medica e legale ai manifestanti arrestati durante le proteste per la democrazia del 2019 e che avrebbe aiutato alcuni cittadini di Hong Kong a fuggire dalla città. Sempre secondo le accuse il fondo, che era stato già soppresso nel settembre 2021, avrebbe ricevuto finanziamenti da un organizzazione statunitense e anche dato sostegno ad altre organizzazioni che avevano chiesto a diversi governi stranieri di imporre sanzioni economiche contro le autorità cinesi.

 

Contese ecclesiologiche

La questione delle libertà civili e religiose di Hong Kong, invise al governo cinese, è ormai da oltre vent’anni al centro degli attriti diplomatici tra Pechino e le cancellerie occidentali, Santa Sede inclusa. In particolare il mondo cattolico ha sempre vissuto con forte apprensione la volontà di controllo del Partito Comunista sui vertici della Chiesa Cattolica cinese. Fino al 2018 esistevano in Cina due chiese cattoliche, la cosiddetta Associazione Patriottica Cattolica Cinese, i cui vertici erano eletti direttamente dal Partito e a cui si chiedeva di disconoscere ogni altra autorità esterna, e una clandestina che ha continuato a riconoscere l’autorità della Sede Apostolica Romana, considerata eversiva da Pechino. Con la stipula dell’ accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese nel 2018, la situazione è cambiata, almeno formalmente. L’elezione dei vescovi è diventata consensuale e i fedeli al Papa non sono più banditi dalla legge. L’accordo, ad experimentum, aveva una durata di due anni ed è stato rinnovato nel 2020. In quell’occasione, proprio il vescovo di Hong Kong, che grazie all’autonomia amministrativa di cui gode la città, è invece diretta espressione della Santa Sede, si era esposto manifestando al Papa la sua contrarietà al rinnovo.

L’arresto di Zen è dunque destinato a riaprire le contese ecclesiologiche tra il Vaticano e la Repubblica Popolare, ma anche le divergenze all’interno del Vaticano stesso. Le posizioni del cardinale infatti, sembrano più vicine a quelle dei due pontefici precedenti, che non erano giunti alla definizione di un accordo, di quanto non lo siano con quelle di Papa Francesco, che invece ha più volte lasciato intendere di non voler rinunciare a quest’ accordo. In gioco ci sarebbero anche alcuni cambiamenti importanti sul piano dottrinale. A settembre di quest’anno il trattato dovrà essere nuovamente rinnovato ed entrambe le parti si stanno muovendo con estrema cautela. La Repubblica Popolare ha arrestato il vescovo novantenne con una pesante accusa ma lo ha rilasciato il giorno stesso. La Santa Sede da parte sua ha rilasciato una dichiarazione laconica dicendosi preoccupata e attenta ma evitando toni di scontro. “La Santa Sede”, si legge nella nota diramata dalla sala stampa vaticana, “ha appreso con preoccupazione la notizia dell’ arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione”.

 

Hong Kong. Un altro fronte dello scontro di civiltà

Questa vicenda però va ben oltre le contese ecclesiologiche. Le cautele del Vaticano, oltre che espressione di una precisa strategia politica, potrebbero essere indotte dai venti di guerra che stanno sferzando l’Europa. Immediate infatti sono state le condanne da parte di Stati Uniti e Unione europea alla notizia degli arresti. La portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ha invitato le autorità cinesi e di Hong Kong a “cessare di prendere di mira i sostenitori pro democrazia di Hong Kong e a rilasciare immediatamente coloro che sono ingiustamente detenuti e accusati”. L’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Borrell ha dichiarato che “Le libertà fondamentali dell’ex colonia britannica devono essere rispettate”. Anche in Italia non è mancato chi, come il vice presidente leghista della Commissione Affari Esteri e Comunitari della camera dei deputati Paolo Formentini, ha posto l’accento sulla violazione dell’accordo sino-britannico del 1984 che prevedeva, in cambio della restituzione della colonia alla Cina, che questa si impegnasse a mantenere nell’isola un sistema democratico basato sullo stato di diritto, secondo la formula “un paese due sistemi”. Le contese in corso ad Hong Kong si configurano dunque come un altro fronte dello scontro di civiltà che, dal conflitto in Ucraina alla colonizzazione di Marte, passando per l’elezione dei vescovi cattolici, per i diritti lgbtq o ancora per la progressiva esautorazione delle istituzioni internazionali, sta polarizzando il mondo intero intorno ai due poli rappresentati dai modelli di governo autocratico e democratico.