3 Luglio 2022

Turchia: contenzioso Nato

Dopo un iniziale parere «non positivo» sull’eventuale adesione di Svezia e Finlandia all’Alleanza atlantica, Ankara propone condizioni

Washington fiduciosa, Stoccolma e Helsinki preparano ambascerie presso la Sublime porta

Tra opposizione e proposte di negoziato

Il 16 maggio, mentre anche la Svezia, dopo la Finlandia, annunciava che avrebbe inoltrato la sua richiesta di adesione all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (Nato), la Turchia, per bocca del suo presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha ribadito che non avrebbe approvato lo status di paese membro né per Stoccolma, né per Helsinki. Inoltre, lo stesso giorno, subito dopo le dichiarazioni della ministra degli Esteri svedese Ann Linde all’emittente di Stato STV TV a proposito di un’imminente visita in Turchia di delegazioni dei due paesi scandinavi, Erdoğan ha chiarito che i loro diplomatici non dovrebbero scomodarsi per cercare di convincere Ankara ad approvare la loro richiesta di adesione alla Nato. «Anzitutto non diremo ‘sì’ all’ingresso nella Nato, un’organizzazione di sicurezza, di coloro che impongono sanzioni contro la Turchia», ha tuonato il presidente turco, aggiungendo che «nessuno dei due paesi ha una posizione aperta e chiara contro le organizzazioni terroristiche». Anzi, secondo Erdoğan, la Svezia sarebbe un’«incubatrice» per tali formazioni, tanto da avere «deputati simpatizzanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel loro parlamento». Di conseguenza, Ankara non può fidarsi, anche perché il Pkk è nella sua lista nera delle organizzazioni terroristiche, come anche, del resto, in quella di Washington. Peraltro, gli Stati uniti, come ha annunciato il 13 maggio il segretario di Stato Antony Blinken, si apprestano ad espungere da questo elenco cinque movimenti, tra i quali il Pkk non è incluso. In sostanza, ciascuno sembra ancorato alla propria visione strategica della sicurezza.

La contropartita di Ankara

Nondimeno, il 15 maggio, a margine di un vertice dei ministri degli Esteri dei paesi Nato, a Berlino, il rappresentante turco Mevlut Çavuşoğlu ha delineato quali richieste Ankara potrebbe avanzare in cambio di un voto favorevole all’integrazione di Stoccolma e Helsinki nell’Alleanza, che necessita dell’unanimità: in primo luogo la fine del sostegno svedese e finlandese a gruppi e movimenti curdi, come il Pkk, ritenuto dalla Turchia «inaccettabile e oltraggioso»; in secondo luogo la rimozione dell’embargo sulla vendita di armamenti offensivi alla Sublime porta. Çavuşoğlu, inoltre, ha affermato di aver prodotto prove sulla presenza del Pkk nel territorio dei due paesi scandinavi, soprattutto della Svezia. Un elemento che irrita Ankara, che, d’altronde, ha dalla sua la possibilità di utilizzare il pretesto della sicurezza (il Pkk è anche nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea) per avanzare le proprie rivendicazioni geopolitiche come contropartita. Dal canto suo, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg si è dichiarato «fiducioso» nella possibilità di «indirizzare» le preoccupazioni turche in modo tale che non intralcino il percorso di integrazione di Svezia e Finlandia, sulla stessa linea di Blinken, secondo il quale l’Alleanza atlantica è «un luogo di dialogo». Ma Çavuşoğlu, al vertice di Berlino, era stato chiaro: «paesi che sostengono il terrorismo non dovrebbero essere alleati della Nato». Potrebbe dunque essere in ballo, ad esempio, l’intenzione di Ankara di rendere inalienabile il suo diritto a compiere continue incursioni nelle regioni curde, anche al di fuori dei propri confini nazionali, come in Siria e in Iraq, due paesi riconosciuti (almeno formalmente) dalla comunità internazionale come sovrani.

Il nodo cipriota

Più in generale, la Turchia potrebbe avanzare pretese geopolitiche in cambio di una garanzia sul proprio voto favorevole all’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato, soprattutto in questa fase delicata nelle sue relazioni internazionali e negli equilibri geopolitici mediorientali. Assetti in via di trasformazione, in particolare da quando alcuni paesi arabi hanno normalizzato i propri rapporti con Israele. Anche la Turchia, infatti, sta cercando di riallacciare relazioni diplomatiche con Tel Aviv, malgrado il suo interesse a coltivare la propria posizione di alfiere della causa palestinese (valida, peraltro, quasi solo nella propaganda politica). Il 26 aprile, infatti, il quotidiano israeliano Israel Hayom aveva riferito di una richiesta di Ankara a decine di attivisti del movimento palestinese Hamas (appartenente alla galassia dei Fratelli musulmani) di lasciare il suo territorio. Notizie che avevano allarmato gli esponenti di Hamas, ma che erano state poi smentite dal governo turco. Frattanto, il 14 maggio, il presidente della Repubblica di Cipro Nikos Anastasiades, alla domanda di un giornalista sull’eventualità che anche Nicosia chieda di accedere alla Nato, ha risposto che, anche se ce ne fosse l’intenzione, si andrebbe incontro all’oppoizione della Turchia. «Cipro è un piccolo paese, abbiamo bisogno di protezione», ha commentato Anastasiades, aggiungendo tuttavia che «la protezione deve essere efficace e qualsiasi decisione deve essere approvata dal popolo». Nondimeno, l’inasprirsi delle tensioni russo-statunitense ha innescato, nel Mediterraneo e in Medio Oriente, come in altre zone dove convergono gli interessi geostrategici di più potenze mondiali e regionali, dinamiche che hanno sgretolato i vecchi equilibri, aprendo la via a nuovi sviluppi. Di questi, quindi, Ankara sembra non voler perdere l’occasione di trarre profitto.