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Stati uniti: un piano economico per l’Indo-Pacifico

Il presidente statunitense Joe Biden ha iniziato il suo tour diplomatico in Asia, per rafforzare la presenza di Washington nella...

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Il presidente statunitense Joe Biden ha iniziato il suo tour diplomatico in Asia, per rafforzare la presenza di Washington nella regione

Mentre l’Europa teme un’estensione del conflitto sul fronte europeo-orientale, gli Usa aumentano la tensione nell’Indo-Pacifico: l’obiettivo è contenere l’espansione cinese attraverso le vie della seta eurasiatiche

Per un pugno di dollari

Con il suo arrivo a Seoul, il 20 maggio, il presidente degli Stati uniti ha dato inizio alla sua prima visita ufficiale in Corea del Sud e Giappone, lanciando al contempo la sua iniziativa per rafforzare le relazioni economiche con l’Asia, come base per intensificare la presenza di Washington nell’Indo-Pacifico. A parte i dettagli ancora da definire, l’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef) è stato concepito non come un «tradizionale» accordo commerciale, ma come un partenariato volto a stabilire comuni standard economici. Eppure, i contorni indefiniti del piano rischiano di renderlo, secondo alcuni osservatori, un progetto fumoso i cui destinatari non sono stati ancora chiaramente individuati. Di conseguenza, i paesi emergenti del Sud-Est asiatico potrebbero considerarlo come un mero tentativo di strumentalizzare la loro posizione strategica per contrastare l’intraprendenza della Cina sul suo stesso terreno economico-finanziario. Infatti, quando l’amministrazione Biden aveva annunciato l’iniziativa, a ottobre 2021, l’aveva dipinta come uno strumento per promuovere «standard comuni basati su un commercio leale e resiliente, resilienza della filiera produttiva, infrastrutture, energia pulita e decarbonizzazione, tasse e lotta alla corruzione». Inoltre, il volantino distribuito lo scorso febbraio dalla Casa Bianca individuava l’obiettivo dell’Ipef nel «ristabilire la supremazia statunitense» nella regione, impegnando i partner locali ad affrontare sfide urgenti come «la competizione con la Cina, il cambiamento climatico, la pandemia». Tuttavia, alcuni considerano la decisione di non puntare a un accordo commerciale come un passo indietro verso il protezionismo dell’ex presidente Usa Donald Trump, che lo aveva portato unilateralmente fuori dal Partenariato trans-Pacifico (Tpp). Tra i primi paesi che Biden vorrebbe attrarre nell’orbita statunitense sono Corea del Sud, Giappone, Filippine e Singapore.

Turbolenze nel Pacifico

Seoul, Tokyo e Manila, del resto, sono già alleati di Washington, mentre a Singapore, il 16 maggio, è arrivata la nuova ambasciatrice cinese Sun Haiyan, che ha subito dichiarato che è nell’interesse di entrambi i paesi intensificare la cooperazione per realizzare il nuovo corridoio commerciale terra-mare, parte delle nuove vie della seta, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo, la pace e la prosperità nella regione. Intanto, dopo tre giorni a Seoul, Biden si recherà in Giappone, dove lancerà l’Ipef al prossimo vertice del quadrilatero democratico (Quad, composto da Usa, Giappone, India e Australia). Alcuni analisti vedono dunque nel suo viaggio un tentativo di dissipare i timori di chi ritiene che Washington si sia impantanata in Ucraina, mentre i suoi veri interessi risiedono nell’Indo-Pacifico, piuttosto che in Europa. Inoltre, Biden intenderebbe dimostrare che gli Usa sono in grado di contrastare la Russia in Ucraina e, al contempo, proteggere i loro alleati dall’espansione economica e militare cinese in Asia. Il suo successo sul fronte asiatico, dunque, potrebbe essere determinante anche per il fronte europeo-orientale. Per l’Indo-Pacifico, dunque, le questioni fondamentali sono i test missilistici della Corea del Nord e la pressione indiretta di Pechino su Taiwan, ma mentre la prima vede Seoul e Tokyo su posizioni comuni (necessità di arginare Pyongyang), sulla seconda la Corea del Sud ha mostrato finora maggiori reticenze, dal momento che l’Impero del Centro è il suo primo partner commerciale. Peraltro, ultimamente, il presidente giapponese Fumio Kishida ha dichiarato che «l’Ucraina potrebbe essere un domani l’Asia orientale», sottolineando l’urganza di mantenere lo status quo nella regione.

In attesa del bilaterale

Canberra, invece, dalla prospettiva di Biden potrebbe essere un baluardo geostrategico per neutralizzare la strategia marittima del presidente cinese Xi Jinping e, contestualmente, esercitare pressioni sulle isole Salomone, possibile nuovo avamposto di Pechino nel Pacifico. Ad aprile, infatti, la Cina ha firmato con questo arcipelago a Nord-Est dell’Australia (dove gli Usa persero 7.000 soldati durante la seconda guerra mondiale, nel corso di una campagna anti-giapponese) un accordo sulla sicurezza, che consentirebbe all’Impero del Centro di dispiegare sulle isole personale militare e polizia armata, almeno secondo la «bozza» del trattato pubblicata sulle reti sociali dai partiti di opposizione locali. Frattanto, negli ultimi anni, Pechino ha costruito una fitta rete di relazioni commerciali asiatiche, lanciando, a gennaio il Partenariato economico globale regionale (Rcep) e chiedendo di aderire all’Accordo globale e progressivo per il partenariato trans-pacifico (Cptpp). Quanto al tour diplomatico di Biden in Asia, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in un video-colloquio con il suo omologo giapponese Yoshimasa Hayashi, ha criticato la «retorica anti-cinese» usata da Usa e Giappone, nonché quelle che considera mosse ostili da parte di questi due paesi. La cooperazione nipponico-statunitense, secondo Yi, non dovrebbe minacciare la sovranità, la sicurezza e gli interessi della Cina, auspicando (in riferimento all’invasione giapponese durante la seconda guerra mondiale) che il Giappone «impari le lezioni della storia, si concentri sulla pace e sulla stabilità regionali e proceda con cautela», senza trarre profitto a discapito dei paesi vicini. Tokyo e Seoul, in sostanza, si sono allineati agli Usa per tenere in piedi gli equilibri stabiliti negli anni ‘90 del secolo scorso, fondati sull’egemonia globale statunitense. Il rischio che dalla diplomazia si passi alla deterrenza mostra dunque che quello ucraino rischia di non essere l’unico teatro in cui si potrebbero definire gli assetti geopolitici futuri.

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