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Emergenza climatica e lavoro flessibile: ecco le priorità per Millennial e Generazione Z

In Italia sono stati intervistati più di 800 ragazzi tra i 19 e i 39 anni: la sfida maggiore per...

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In Italia sono stati intervistati più di 800 ragazzi tra i 19 e i 39 anni: la sfida maggiore per la metà di loro è il cambiamento climatico.

3 sono le cose che preoccupano maggiormente i ragazzi e gli adulti della GenZ e della generazione Millennial.

ROMA – 3 sono le cose che preoccupano maggiormente i ragazzi e gli adulti della GenZ e della generazione Millennial.

Questa ricerca è stata condotta su un campione globale di circa 23mila ragazzi appartenenti alla Generazione Z, cioè coloro che sono nati tra il 1995  e il 2003, e ai Milennial, cioè gli adulti nati tra il 1983 e il 1994. 

Tra questi 23mila ragazzi intervistati in giro per il globo, circa 800 sono italiani.

«I giovani italiani si dimostrano più attenti al cambiamento climatico rispetto alla media globale. Il dato, in continuità rispetto all’edizione precedente, fa emergere una sensibilità che istituzioni e imprese italiane devono recepire e trasformare in proposte di sostenibilità concrete e credibili- afferma Fabio Pompei, il ceo di Deloitte italia, azienda che ha condotto lo studio “Millennial e GenZ Survey 2022” , commentando i risultati della ricerca- Un altro dato molto interessante, e che conferma la capacità della nostra ricerca di fotografare l’attualità, è la preoccupazione crescente dei giovani sul carovita: una tendenza inevitabilmente legata alla ondata inflazionistica che stiamo vivendo a causa della pandemia e della guerra in corso in Ucraina. I giovani sono i primi a risentire dell’aumento dei prezzi e, non a caso, anche quest’anno la paura di rimanere disoccupati è tra le tre prime preoccupazioni sia per i Millennial che per i GenZ intervistati in Italia».

Il cambiamento climatico è in cima alla lista delle preoccupazioni dei ragazzi italiani.

Confermato il trend della precedente ricerca: i giovani italiani si rivelano essere sensibili al cambiamento climatico.

Sono stati intervistati chiedendo loro quali sono le 5 grandi sfide del presente secondo loro e il 42% della GenZ italiana e il 37% dei Millennial il cambiamento climatico è la sfida più importante da affrontare. Inoltre, dalla ricerca emerge che l’80% della GenZ e il 76% dei Millennial italiani pensa che siamo vicini al “punto di non ritorno” nella risposta al cambiamento climatico, condannando inevitabilmente il mondo alla fine, questa paura è anche evidenziata dai numeri: 72% della GenZ e il 77% dei Millennial afferma di aver sperimentato di persona almeno un evento meteorologico grave negli ultimi 12 mesi, un’eco-ansia che si diffonde a macchia d’olio, tanto per rimanere in tema. 

I giovani italiani però non sembrano essere disposti a piangersi addosso: per rispondere alla sfida ambientale in maniera attiva prima che sia troppo tardi, GenZ e Millennial italiani sono disposti a cambiare le proprie abitudini: gli intervistati italiani che si dimostrano disposti a “fare uno sforzo per proteggere l’ambiente” hanno raggiunto cifre altissime con il 95% dei Millennial e al 96% della GenZ, contro a un elevato, ma più modesto, 90% globale. 

Il mondo teme l’inflazione e il carovita, con pensioni assenti ormai diventati miraggio

l’Italia si preoccupa dell’ambiente, mentre il resto del mondo è spaventato per l’inflazione e il carovita, uest’ultima indicata come prima preoccupazione dal 29% della GenZ e dal 36% dei Millennial. 

Il costo della vita è un tema scottante, sempre presente, spaventoso e inconciliabile con i desideri dei giovani (in realtà di chiunque). Il 29% della GenZ e il 36% dei Millennial dichiarano essere questa la loro paura più grande, infatti tra i ragazzi e le ragazze delle nuove generazioni, solo circa un quarto della GenZ (25%) e il 21% dei Millennial afferma di poter pagare senza problemi le proprie spese e quasi la metà degli intervistati vive faticando ad arrivare a fine mese e impossibilitato a mettere via qualsiasi forma di risparmio, rendendo così impossibile pensare a piani finanziari futuri come un mutuo, degli investimenti, assicurazione sulla vita o anche solo un fondo pensionistico, indispensabile per sperare di arrivare alla vecchiaia senza pensare di dover morire lavorando. I giovani sono quasi rassegnati all’idea di lavorare per tutta la vita: a livello globale solo il 41% della GenZ e dei Millennial è convinto che riuscirà ad andare in pensione e a essere tranquillo finanziariamente. In Italia i numeri sono anche più critici: solo il 28% della GenZ e il 30% dei Millennial è ottimista sulle proprie prospettive previdenziali (facciamoci due domande perché proprio l’Italia sia così critica in questa situazione).

Tanta rassegnazione ma anche tanta voglia di lottare: great resignation, grandi dimissioni, un fenomeno in crescita. 

In questa testata è già stato affrontato il tema delle “grandi dimissioni” tanto in voga (e per un motivo ben preciso) ultimamente, di seguito il link dell’articolo di Virginia Destefano al riguardo.

Cosa sono e a cosa sono dovute queste fantomatiche “grandi dimissioni”? Nel corso degli ultimi due anni in cui la pandemia ha regnato sovrana, il lavoro ha subito diverse modifiche, la più importante si può dire essere quella dello smart working o lavoro intelligente. Premessa, in Italia questo termine viene spesso usato in maniera impropria: lo smart working infatti per essere chiamato tale dovrebbe comprendere il lavoro per obiettivo, privo di vincoli di orari e giorni di lavoro, viene usato quindi come sinonimo del telelavoro, il quale consiste nello svolgere le stesse funzioni che si svolgono in ufficio e con gli stessi orari, ma a casa propria.

In ogni caso, questo esperimento nato per necessità si è rivelato essere il tassello mancante per spingere migliaia di giovani a dimettersi: la pandemia ha fatto riscoprire l’importanza del tempo libero e della salute mentale, cosa che spesso si trova nello smart working (o meglio, telelavoro), sono infatti miglaiai gli impiegati che si sono licenziati dopo aver sentito che la loro azienda li avrebbe voluti di nuovo full time in presenza. Ad oggi, quasi la metà della GenZ e dei Millennial italiani lavora quasi sempre in ufficio, ma la maggior parte (67% GenZ e 63% Millennial) preferirebbe un modello di lavoro ibrido, in cui si garantisca una maggiore flessibilità.

Non solo smart working, in Italia i fattori che contano di più per le generazioni Millennial e GenZ sono il work life balance e le opportunità di apprendimento e di crescita, soprattutto per i Millennial: per il 36% di loro, infatti, trovare un ambiente di lavoro che garantisca un bilanciamento adeguato tra vita lavorativa e tempo libero è il primo fattore di scelta quando si cerca un nuovo impiego

«Come ogni anno, i dati della Millennial e GenZ survey sono estremamente interessanti e ci aiutano a capire i trend che si stanno affermando tra i giovani- racconta Stefania Papa, People and Purpose Leader di Deloitte Italia- i numeri che riguardano l’attenzione alla salute mentale e al work life balance sono particolarmente rilevanti. È importante per le aziende tenere conto di queste esigenze, anche in ottica di attrattività dei talenti. Le aspettativa dei Millennial e GenZ sono molto diverse da quelle delle generazioni precedenti e le aziende devono imparare a tenere conto di questo grande cambiamento in corso: il benessere e la flessibilità, insieme alle opportunità di crescita, sono infatti diventate sempre più importanti nella scelta del proprio lavoro».

Gli imprenditori si dovranno adattare e assumere persone, non schiavi

Questa nuova presa di consapevolezza sta causando non pochi problemi alle aziende e ai sedicenti imprenditori: tanti sono coloro che non trovano personale per la loro impresa, accusando il Reddito di Cittadinanza e incolpando i giovani di preferire rimanere a casa sul divano invece di impegnarsi.

Insomma, sembra che il famoso Reddito di Cittadinanza sia un problema, ma è davvero così?

Il Reddito può essere richiesto da coloro che hanno un ISEE inferiore a 9.360€, il che è difficilmente raggiungibile se vivi coi genitori (e in quel caso sarebbero loro a ricevere il Reddito di Cittadinanza, non il ragazzo in questione), quindi parliamo di giovani che vivono da soli. La cifra mensile si aggira intorno ai 500€ e, nei casi limite, 780€ (una cifra che è praticamente impossibile raggiungere), a cui bisogna quindi togliere affitto, bollette, cibo come minimo, è davvero possibile vivere bene quindi con 500€ al mese al punto da rinunciare a uno stipendio ben più alto pur di non lavorare?

La verità è che se un imprenditore non riesce a competere con 500€ al mese di sussidio dovrebbe farsi due domande su quanto davvero paga e su come tratta i suoi dipendenti.

Eclatanti sono gli esempi e le polemiche che si sono alzati nell’ambiente della ristorazione e degli impianti balneari al mare: imprenditori che si lamentano che i giovani non hanno voglia di fare nulla e che loro pagano bene, quando poi nella realtà emerge che non offrono giorno di riposo, turni da 12-16 ore, stipendi buoni in busta che poi devono essere restituiti in gran parte all’imprenditore.

Forse, e solo forse, questi sedicenti imprenditori dovrebbero imparare che il periodo della schiavitù è finito e che i giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare. Inutile pretendere di avere gli stessi sfarzi di 30 anni fa se per raggiungerli pesti i tuoi dipendenti.

Se fosse vero che non riescono a trovare dipendenti, gli imprenditori potrebbero andare nelle agenzie del lavoro e chiedere che vengano mandati loro i percettori del Reddito di Cittadinanza e chi si rifiuta perderebbe il diritto al reddito, ma per farlo è necessario avere un contratto di lavoro a norma in cui vengono segnate ore, mansioni, giorni di riposo e, soprattutto, lo stipendio, quindi perché sono pochissimi gli imprenditori che lo fanno? Non è che forse non vogliono avere dipendenti con contratti regolari e preferiscono lamentarsi della pigrizia dei giovani invece di parlare della loro incompetenza?
Ai posteri l’ardua sentenza. 

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