1 Ottobre 2022

(Dis)ordini mondiali. Medio Oriente, Golfo: sei personaggi in cerca d’autore

All’ombra del conflitto ucraino, i potenziali pilastri geopolitici della regione cercano di ritagliarsi un proprio spazio

Israele, Egitto, Turchia, Arabia saudita, Emirati arabi uniti e Iran si disputano i ruoli di alfiere regionale

Politica di potenza sul programma nucleare iraniano

Le prospettive di un riassetto degli equilibri geopolitici globali, innescate dalla guerra in Ucraina, accendono le mire regionali delle medie potenze tra Medio Oriente e Golfo. Appetiti che trovano appiglio in questioni tanto spinose quanto storicamente radicate, come la questione curda per la Turchia e la questione palestinese per Israele, cui le classi dirigenti della regione spesso ricorrono come espedienti demagogici quando il malcontento sociale provoca crisi di consensi. Intanto, Stati uniti, Russia e Cina, pur ritenendo fondamentali altri fronti dal puto di vista strategico (ad esempio, quello europeo-orientale per lo scontro russo-statunitense, o quello dell’Indo-Pacifico nella rivalità tra Washington e Pechino), considerano l’area tra Medio Oriente e Golfo come spazio in cui cercare punti d’appoggio per incunearsi nelle zone di profondità strategica degli avversari o per metterne a repentaglio la stabilità. Tra i campi in cui si gioca questa partita si trova, in primo luogo, il dialogo internazionale sul programma nucleare iraniano. In questo caso, Washington e Tehran si alternano ciascuna nell’accettare o respingere i colloqui diretti con l’altra, preparando in tal modo il terreno a intese tattiche con altri attori: gli Usa con Israele e, attualmente in modo meno esplicito, con l’Arabia saudita; l’Iran per formare la cosiddetta «mezzaluna sciita» con la Siria e con una parte consistente delle classi politiche di Iraq e Libano. Per il resto, Washington ricorre alle sanzioni nei confronti di paesi mediorientali per colpire gli interessi della Russia e della Cina: il 16 giugno, gli Usa hanno imposto sanzioni a due aziende con sede a Hong Kong, tre in Iran e quattro negli Eau. La Repubblica islamica, inoltre, ha stabilito partenariati strategici con Russia e Cina, oltre ad aver siglato un accordo di cooperazione con il Venezuela, che fa parte di un’area che, sin dall’elaborazione della dottrina Monroe, appartiene alla sfera di influenza statunitense. Caracas, peraltro, anch’essa sotto sanzioni Usa, ha stabilito rapporti di cooperazione anche con Cina, Russia e Turchia.

Eau: parola d’ordine, distensione

A sua volta, Ankara, che di recente ha normalizzato le proprie relazioni con Arabia saudita, Emirati arabi uniti e Israele (ma non con l’Egitto), ha instaurato negli ultimi anni rapporti vantaggiosi con Mosca, mentre con Pechino dipende dalle circostanze. Infatti, sia l’Impero del Centro, sia la Sublime porta hanno in pugno argomenti solidi e dalla forte valenza simbolica, per inchiodare la controparte in caso di necessità: nel primo caso c’è la questione curda, nel secondo c’è quella degli uiguri. Con Russia e Iran, inoltre, la Turchia si è di fatto spartita lo spazio geostrategico siriano, mentre guarda a Israele, Arabia saudita ed Eau come a possibili partner per l’approvvigionamento energetico. Intanto, Abu Dhabi, come Riyadh, mira a un modello di relazioni internazionali che va oltre la politica «zero problemi con i vicini» di Ankara, ma simile, per certi aspetti a quella cinese della coesistenza pacifica. Ad esempio, nel conflitto in Ucraina, entrambi i paesi si sono attestati su una posizione di sostanziale neutralità, mantenendo buone relazioni con la Russia, anteponendo i propri interessi strategici (ed economici) a quelli statunitensi. L’aumento della produzione di greggio da parte di questi due paesi, caldeggiato dagli Usa e deciso dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep+, che, oltre ai paesi dell’Opep, ne comprende un’altra decina), infatti, si è accompagnata al rifiuto di un coinvolgimento diretto nella rivalità tra Washington e Mosca. Gli stessi accordi di Abramo, che hanno portato alla distensione tra Eau e Israele, sono considerati da Abu Dhabi come un passo in linea con i cambiamenti geopolitici globali e con le trasformazioni degli equilibri regionali.

Potenze in potenza

L’approccio storicamente pragmatico e le nuove velleità geostrategiche, d’altronde, hanno suscitato diffidenza a Washington, che elargisce concessioni ai suoi due tradizionali alleati regionali, ma talvolta ricorda loro che, nella visione strategica statunitense, il ruolo di media potenza regionale costa la subordinazione all’egida del cuore dell’impero. Ne è un esempio la Turchia, che, negli anni ‘90 del secolo scorso, ha tratto profitto dalla sua utilità per i piani strategici Usa per accaparrarsi le regioni a maggioranza musulmana dei Balcani e quelle turcofone tra Caucaso e Asia centrale, fino al Xinjiang cinese. In tal modo, nell’arco di due decenni, è giunta a insidiare il ruolo di punto di riferimento dell’islam arabo, storicamente attribuito a Riyadh o all’Egitto: un’evoluzione che affiora dal sostegno turco ai gruppi ispirati all’islam politico del Fratelli musulmani, intervenendo in questioni come quella palestinese, e puntando sui movimenti islamici emersi in Medio Oriente e Africa settentrionale a seguito delle cosiddette primavere arabe. Senonché, la Turchia ha tentato l’intesa con la Russia, non solo per controllare le sue aree di interesse in territorio siriano e iracheno (ossia le regioni a maggioranza curda), ma anche per allentare le maglie dell’alleanza con gli Usa, a partire dall’acquisto del sistema di difesa missilistica russo S-400. D’altronde, Ankara sa che, se i suoi interessi strategici non corrispondono a quelli di Washington, non collimano neppure con i piani di Mosca, con la quale, peraltro, non sono mancati momenti di tensione, come in occasione dell’abbattimento di un jet russo da parte della Turchia, al confine con la Siria. Inoltre, i due paesi sono schierati su fronti opposti in Libia, mentre il conflitto ucraino ha preparato il terreno da un lato per una rinnovata assertività geopolitica della Turchia, e dall’altro per l’emergere di nuove potenze che in futuro potrebbero insidiare l’egemonia statunitense, come l’India. Contestualmente, la ricerca dell’Unione europea di fornitori alternativi di gas e petrolio ha aumentato il pericolo di nuovi conflitti tra Medio Oriente e Africa settentrionale, ad esempio tra Marocco e Algeria (e tra quest’ultima e la Spagna), tra Israele e Libano e tra Turchia e Cipro. Attriti pericolosi in un periodo di metamorfosi geopolitiche.