lunedì5 Dicembre 2022
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Italia e made in Italy agroalimentare nella morsa della siccità

A rischio le coltivazioni, ma non solo; si paventa l’ipotesi razionalizzazione idrica a breve in alcune regioni Il Po è...

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A rischio le coltivazioni, ma non solo; si paventa l’ipotesi razionalizzazione idrica a breve in alcune regioni

Il Po è emblematico, è in secca e aumenta la salinizzazione delle sue acque. E il 70% della Sicilia è a rischio desertificazione. Il momento è davvero drammatico, in pratica non piove più

La situazione idrica è sempre più complessa e sta interessando, partendo da nord, il bacino padano. La siccità che sta colpendo il settentrione è stata definita dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po (Adbpo) “la peggior crisi da 70 anni ad oggi”. Ma lo spettro si aggira anche altrove. Se nei mesi invernali il Sud pareva essere al sicuro date le precipitazioni registrate, ora anche Lazio, Puglia e Calabria raggiungono una siccità definita “di grado severo-estremo”, insieme a Toscana ed Emilia Romagna sul lungo periodo.

Come sta l’acqua, analisi sul mese di giugno in Italia

In base ai dati resi noti dall’Osservatorio siccità del Cnr Ibe, negli ultimi 6 e 12 mesi le regioni più colpite dalla siccità di grado severo-estremo restano quelle del Nord Italia, mentre la popolazione esposta al rischio siccità severa-estrema risulta variare fra il 2,3 per cento sul breve periodo (ultimi 3 mesi) e il 30,6 per cento sul medio periodo (sei mesi). Andando ad analizzare l’indice Spi (Standardized precipitation index) – scelto a livello internazionale poiché quantifica un deficit o surplus di pioggia rispetto ai valori medi – risulta del tutto evidente come il deficit nei tre mesi primaverili marzo-maggio, sia diffuso nelle regioni settentrionali, su Lazio, Abruzzo, Puglia e Calabria.

La situazione peggiore è quella che va sul medio e lungo periodo, con buona parte del Nord e diverse aree del centro-sud che risultano in siccità da moderata a estrema. La primavera, che si sperava potesse ridurre il deficit accumulato, ha invece confermato la previsione negativa risultando anch’essa povera di piogge, con valori che la pongono al terzo posto dietro solo al 2003 e al 2017. Recentemente si è riunita l’Autorità del fiume Po, insieme all’Osservatorio sulle crisi idriche con Regioni e protezione civile del distretto, Mite ed Ispra, per certificare il progressivo deficit di risorsa disponibile, portando all’attenzione una situazione di estrema emergenza. “Mentre la neve sulle Alpi è totalmente esaurita in Piemonte e Lombardia, e i laghi, a partire dal Lago Maggiore, sono ai minimi storici del periodo (eccetto il Garda), la temperatura registrata è più alta fino a 2°C sopra la media”, recita la nota dell’Osservatorio. Situazione particolarmente critica anche in Veneto dove in maggio si è registrato un calo del 46% nelle precipitazioni rispetto alla media del periodo 1994-2021. Secondo l’Arpa Veneto “considerando la serie storica dal 1994, questo è il quarto maggio più scarso dopo il 1997, il 2003 e il 2009. Dall’inizio dell’anno idrologico, primo ottobre, sono caduti in Veneto mediamente 440 mm di precipitazioni, -40% rispetto alla media del periodo 1994-2021”. Numeri che iniziano a destare non poche preoccupazioni.

La siccità sta diventando un problema non solo per il settore agroalimentare, ma anche per quanto riguarda gli usi civili. Un centinaio di comuni in Piemonte e 25 in Lombardia, nella bergamasca, ha chiesto ai sindaci eventuali sospensioni notturne per consentire di riempire i serbatoi e di emanare ordinanze mirate ad un utilizzo estremamente parsimonioso dell’acqua. Già a marzo alcune amministrazioni comunali piemontesi sono dovute ricorrere alle autobotti per rifornire di acqua potabile la cittadinanza.

Il Po in crisi e l’acqua salata ne approfitta, irrigazione dei campi a forte rischio

Preoccupa, e molto, anche la risalita del cuneo salino, ovvero la risalita di acqua di mare nel fiume a oltre 10 km dalla Costa Adriatica, che a lungo andare può intaccare le falde di acqua dolce. Particolarmente angustiata è l’Anbi (Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue), che spiega come la situazione corrente ha già costretto a sospendere l’irrigazione in alcune zone di Porto Tolle ed Ariano, nel polesine rodigino, dove sono state attivate pompe mobili d’emergenza per garantire la sopravvivenza delle colture. “È un fenomeno invisibile, ma che sta sconvolgendo l’equilibrio ambientale del delta polesano. Se la situazione persisterà, entro la settimana prossima saranno contaminate le prime falde destinate all’uso potabile”, le parole di Francesco Vincenzi, presidente dell’associazione.

Il climatologo Antonello Pasini, fisico del Cnr, scrive che “stiamo accusando un semestre invernale-primaverile estremamente siccitoso, con poche precipitazioni piovose e nevose, e con un aumento della quota neve che fa diminuire lo stoccaggio di risorse idriche fruibili nei mesi più caldi”. Si potrebbe pensare che sia un anno sfortunato, ma in realtà è capitato spesso, e molto più di prima, negli ultimi 10-15 anni. Il climatologo spiega inoltre che le azioni di adattamento, come la realizzazione di invasi a monte per “conservare” parte dell’acqua per i periodi più critici potrebbe portare ad un’esasperazione dell’attuale situazione, togliendo di fatto ulteriore acqua al fiume.

Regione Lazio, situazione davvero difficile

La stessa Anbi definisce “catastrofica” la situazione idrica ai Castelli Romani, dove i laghi sono ai minimi storici con un deficit idrico quantificabile in 50 milioni di metri cubi: il bacino di Nemi ha un livello medio inferiore di oltre un metro a quello registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

“In queste zone le conseguenze dei cambiamenti climatici si sommano ad un’eccessiva pressione antropica, maturata negli anni ed i cui prelievi idrici hanno abbassato la falda a livelli tali da rendere ormai impossibile la ricarica degli specchi lacustri, le cui acque altresì sono richiamate nel sottosuolo”, le parole nette di Massimo Gargano, direttore generale dell’associazione. Ad inizio giugno si sottolineava come una delle zone maggiormente interessate dalla scarsità d’acqua fosse quella dei Colli Albani per le quali, al fine di evitare interruzioni di fornitura idrica, il gestore Acea Ato2 si è rivolto alla Regione per chiedere un incremento del prelievo dalla sorgente del Pertuso, una delle fonti del fiume Aniene, già in condizione critica. Nel frattempo le immagini satellitari ci mostrano la valle padana ingiallita, con un rigagnolo al posto del “grande” fiume. “Il Po in questi giorni ci sta dando una chiara lezione”, conclude Pasini su Repubblica. “Con le poche risorse idriche che scenderanno in futuro dalle Alpi e le siccità sempre più frequenti anche l’adattamento ha dei limiti. Bisogna mitigare, e farlo subito”.

La sete della Sicilia

La Sicilia è la regione italiana con maggior rischio di desertificazione. Secondo i dati diffusi dall’Associazione Italiana Enti di Bacino, il 70% della superficie della Sicilia presenta un grado di rischio medio-alto.

Il tema riguarda sia le aree interne che quelle costiere, fatta eccezione per le province di Catania, Messina e Palermo.

La media annuale delle temperature nell’isola continua a salire e le condizioni climatiche assumono sempre più caratteristiche continentali, con inverni più freddi ed estati sempre più afose. La desertificazione riguarda oltre il 25% della popolazione mondiale a causa delle crescenti pressioni esterne dovute alle attività umane ed al cambiamento climatico che aggraveranno ulteriormente la situazione. Senza suolo fertile e in salute, non c’è vita. E i dati attuali sulla siccità sono impressionanti. “In una situazione che è già di grande incertezza sul piano economico, rischiamo di perdere produzioni, reddito, posti di lavoro”, le parole neanche troppo ermetiche del presidente di Confagricoltura Ragusa, Antonino Pirrè. 

“Non meno impressionante – ha aggiunto lo stesso – è il ritardo che è stato accumulato nel risolvere problemi di portata pluriennale e via via aggravati dal cambiamento climatico. Partendo dai fondi straordinari del PNRR, occorre un veloce e deciso cambio di passo rispetto al passato, senza ritardi ulteriori che ricadrebbero sugli imprenditori agricoli”. All’emergenza attuale si sommano i danni sulla fertilità dei suoli che, secondo l’Ispra, riguardano circa il 28% della Penisola, principalmente al Sud, dove in alcuni casi superano il 40% delle superfici. Negli ultimi 20 anni la siccità ha provocato danni all’agricoltura italiana per oltre 15 miliardi di euro, il 50% dei quali concentrato in Puglia, Emilia Romagna, Sicilia e Sardegna.

Nella delicatissima fase storica, agli imprenditori agricoli viene chiesto di far fronte alla crescente richiesta di cibo per evitare una crisi alimentare di vaste dimensioni, ma, senza acqua, non è possibile coltivare e rispondere a questa necessità, questa è la semplice verità.

È evidente che in tale contesto viene subito da tirare in ballo il mutato clima per via del cambiamento climatico in essere, così come lo stato pietoso di condotte ed acquedotti, che necessitano da tempo di interventi di manutenzione che non vengono fatti per via delle finanze dissestate. Altrettanto forte dovrebbe essere la spinta a modificare radicalmente i nostri comportamenti, orientandoli ad un consumo consapevole e cercando di evitare gli sprechi. Una politica idrica, magari combinata con quella energetica, serve al nostro Paese con urgenza, così come una visione diversa sugli invasi.

Penuria di acqua, qualche possibile soluzione

Uno strumento che potrebbe diventare particolarmente utile in breve tempo è quello del riutilizzo delle acque reflue per l’agricoltura, oltre alla valorizzazione dell’uso plurimo dell’acqua, considerando anche che dal prossimo anno entrerà in vigore il regolamento UE 741/2020 sull’uso in agricoltura delle acque affinate, con nuove linee guida comuni sugli aspetti qualitativi e sui processi di controllo e di distribuzione.

Sul punto, Massimo Gargano dell’Anbi si è così espresso; “ci sono dati che ci permettono di capire lo scenario in cui ci troviamo. Oggi, sul Monte Bianco ci sono 10,4 gradi centigradi. Nel 2009 ce n’erano 6,5 in un anno pure molto difficile per l’acqua. In Italia, per quanto riguarda un’altra risorsa preziosa come la neve, avevamo una media storica di 550 milioni di metri cubi. Quest’anno ce ne sono stati solo 257. È chiaro che è in corso una crisi con l’ambiente. Ci sono danni da 2 miliardi di euro. Ma dobbiamo chiederci perché continuiamo a ragionare in termini di stato di calamità e non di futuro. Bisogna ragionare in modo diverso sulle acque reflue, costruendo dei laghetti che possano raccogliere le acque quando sono in eccesso, conservarle e utilizzarle quando sarà necessario. Il piano laghetti risponde a un criterio ambientale, di uso dell’acqua e a un criterio energetico. Sono temi che riguardano il Paese intero e la sua autonomia energetica. Tutte queste sono le sfide del futuro”.

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